Luciano Canfora: un nuovo libro tra falsa lettera e falso Grieco

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di Ruggero Giacomini, Comitato Scientifico Marx XXI

Antonio-GramsciLuciano Canfora non finisce di stupire. A pochi mesi dal suo ultimo libro - Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno editrice, Roma giugno 2012 -, eccone un altro praticamente sullo stesso argomento: Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937, Salerno editrice, ottobre 2012. Una fretta spiegabile forse con l’esigenza di portare nuovi elementi a supporto del proprio ragionamento, di rettificare alcune inesattezze e soprattutto rispondere ai propri critici, come si avverte già dalla citazione in apertura di Rossana Rossanda che aveva garantito per Grieco avendolo conosciuto, cui viene opposta l’autorità di Tucidide sulla poca attendibilità delle testimonianze di parte. Come è noto Canfora è stato a lungo convinto che la lettera, o meglio le lettere inviate nel 1928 da Grieco a Gramsci, Terracini e Scoccimarro in carcere a S.Vittore a Milano fossero un falso costruito dalla polizia politica fascista. Ha argomentato questa sua tesi nel 1989, in un’appendice al libro Togliatti e i dilemmi della politica edito presso Laterza, titolando Storia di una strana lettera. Sosteneva con tutta una serie di osservazioni e di riferimenti documentari che appunto le lettere erano state “fabbricate dall’Ovra” (163).


Il tema è stato poi ripreso e ampliato e posto circa vent’anni dopo al centro di un libro molto fortunato e riedito più volte, La storia falsa (Rizzoli, 2008), teso ad illustrare con alcuni esempi il ruolo della falsificazione di documenti nella storia. Più della metà del libro era dedicata all’analisi delle “false” lettere di Grieco. Muovendosi con agilità tra le fonti d’archivio e un’imponente letteratura, analizzando minutamente tutta una serie di dettagli e tirando e riannodando fili faceva vedere come la polizia politica fascista possedesse tutte le informazioni e le tecnologie necessarie e sufficienti per trasformare delle innocue lettere in un falso pericoloso, interpolandovi fraudolentemente proprie informazioni e affermazioni: “Così farcite – concludeva Canfora - le tre lettere diventavano comunicazioni di partito tra dirigenti latitanti e dirigenti in carcere. Una manna per chi volesse aggravare la posizione processuale dei tre” (p.215).

L’autore si presentava ferratissimo sul tema, avendo smascherato con prove inoppugnabili il falso papiro di Artemidoro. Solo che nel caso delle lettere di Grieco l’affastellamento di molti indizi e congetture non arrivava a quella prova che dà la sicurezza. Piuttosto il saggio era e resta un eccellente esercizio di scuola per dimostrare come fosse possibile alla polizia fascista realizzare in quella forma quelle lettere. Ed anche una dimostrazione insuperabile che nelle lettere non c’erano notizie che la polizia già non conoscesse, tanto che appunto avrebbe potuto scriverle benissimo un funzionario di un ufficio di polizia all’uopo incaricato.

Naturalmente c’è una differenza notevole tra la possibilità di creare un falso documento e la confezione effettiva di esso, la distanza che separa una tesi che può fare da guida a una ricerca e la effettiva sua dimostrazione. Tanto più che il movente era tutt’altro che evidente: a che pro infatti la polizia segreta avrebbe dovuto mettere in piedi un tale complicato meccanismo per far sapere a se stessa… quello che già sapeva? La risposta che ancora oggi Canfora continua a dare è che dovessero funzionare come prove d’accusa da usarsi in tribunale contro gli imputati. Risposta che non regge, perché non furono usate, né in istruttoria né tra i capi di accusa né nella sentenza al processo. Per questo già a commento del Togliatti e i dilemmi della politica Giuseppe Fiori in un convegno a Cagliari nel ‘91 per il centenario della nascita di Gramsci aveva osservato che Canfora in un libro pur godibilissimo aveva “messo in piedi una gigantesca gru... per sollevare un turacciolo”.

Che la sua dimostrazione potesse avere delle falle, Canfora se ne è reso conto con la comparsa nel 2009 su “Studi storici” del saggio di un giovane studioso, Leonardo Pompeo D’Alessandro, su I dirigenti comunisti davanti al Tribunale Speciale. Basato su nuovi documenti d’archivio ha messo in crisi alcuni presupposti basilari della tesi di Canfora.

Non è il caso qui di riprendere le novità di quel saggio, passato senza clamore ma non per questo sfuggito agli studiosi. Basti citare a mo’ di esempio il ritrovamento di una cartolina di Grieco a Scoccimarro del maggio 1927 con firma in calce “Ruggero”, che smentiva la convinzione di Canfora che tale firma nelle lettere non avesse precedenti; come pure la prova dell’esistenza del “gruppetto” di opposizione in Francia “Treint-Girault”, cui faceva riferimento nelle lettere Grieco e che invece secondo Canfora era una palese disinformazione del falsario.

Scosso rudemente nelle sue precedenti certezze, Canfora non si è però dato per vinto. Continuando a focalizzare l’attenzione sulle lettere di Grieco, ha modificato la vecchia tesi, senza dichiararla per altro superata ma non insistendovi più, proponendo un approccio nuovo e rovesciato: cioè a dire che se non sono false le lettere di Grieco, allora il falso dovrebbe essere Grieco. Il fatto singolare è che nell’introdurre questo nuovo approccio in Gramsci in carcere e il fascismo e cucendo addosso a Grieco il vestito inedito di sospetta spia al servizio del fascismo, un altro Silone per intenderci, Canfora ha usato toni quasi da rappresaglia, come a dire ai sostenitori dell’autenticità delle lettere di Grieco: ve la siete cercata voi.

“L’ipotesi di una riscrittura provocatoria” delle lettere, ha scritto egli infatti con riferimento alla precedente sua tesi, “certo spiegherebbe l’affollarsi di tante improprietà e stranezze…. Ma, se invece si vuole ritenere che le tre lettere siano autentiche, la questione della palese insostenibilità del contenuto, cioè appunto della sua ‘stranezza’, si riapre; o, per meglio dire, l’effetto provocatorio ne esce rafforzato, magari arricchito da un ammiccamento tra le righe”(108).

Su questo tono quasi da spedizione punitiva ritorna nell’ultimo libro, dove ritorce sui presunti cultori della storia sacra – difensori dell’autenticità delle lettere di Grieco – la responsabilità di aver provocato… la dissacrazione. In questa nuova versione protagonisti centrali non sono più il capo della polizia Bocchini e il suo braccio destro all’Ovra Nudi protesi a fabbricare il falso per incastrare Gramsci e gli altri, ma è lo stesso Grieco che svolge il compito senza affaticare inutilmente gli uffici di polizia.

Canfora ha una prodigiosa memoria ed è lettore veloce e instancabile oltre che narratore accattivante. Solo che la fretta e la foga polemica fanno sì che possa capitare anche a un esperto come lui di prendere delle cantonate.

E’ il caso di “Ugo”, che doveva curare l’espatrio di Gramsci dall’Italia nei giorni in cui veniva invece arrestato e che in Gramsci in carcere e il fascismo Canfora identifica con l’agente dell’Ovra Luca Ostèria, imputando a Grieco di aver affidato la salvezza di Gramsci a un personaggio di tal fatta (p.58); mentre ora, in Spie, URSS, antifascismo, scopriamo – ma era già in letteratura – che è Carlo Codevilla, già segretario di Gramsci a Vienna per incarico dell’Internazionale comunista e poi una lunga storia di agente dei servizi russi (pp.40-5). Non proprio la stessa cosa.

Canfora si muove con la solita portentosa perizia nel vasto e insidioso mondo delle testimonianze, conosce le difficoltà della memoria, le rielaborazioni e le omissioni consce e inconsce, la tendenza nel tempo a sovrapporre e confondere circostanze diverse. Dà prova tuttavia di una manifesta tendenziosità, screditandone alcune e privilegiandone altre non sempre sulla base di elementi oggettivi, ma piuttosto per l’accordarsi o meno con le tesi che vuole sostenere.

Una delle circostanze su cui addensa rafforzati sospetti in questo libro riguarda il mancato espatrio di Gramsci prima dell’arresto, e grande importanza egli dà a una tarda testimonianza di Gustavo Trombetti che fu compagno di cella di Gramsci in un momento difficile a Turi. Quella di Trombetti è per Canfora la testimonianza di Gramsci, scompaiono di fatto la mediazione e la soggettività del testimone. Seguendo Trombetti e per corrispondere alla testimonianza, Canfora fa partire Gramsci da Roma per andare a Milano diretto alla riunione della Centrale da cui sarebbe poi dovuto passare all’estero, non la domenica 31 ottobre 1926 – come indicano le testimonianze distinte e concordi della cognata Tania e di Camilla Ravera – ma il sabato 30. Avrebbe preso il treno diretto delle 23,40, per arrivare a Milano l’indomani alle 15,10. In questo modo egli può far riprendere a Gramsci il treno per Roma delle ore 20,25, che arrivando a Bologna alle 23,50 era ancora in tempo per far salire quei fascisti col pugnale insanguinato che secondo Trombetti Gramsci aveva visto nel ritorno (79-80). E’ vero che così la testimonianza di Trombetti è perfettamente confermata, ma è una toppa che non copre il buco. A parte le testimonianza retrocesse, un Gramsci arrivato a Milano alle 15,10 di domenica avrebbe dovuto restarsene in stazione impalato per qualche ora, in attesa dell’attentato di Bologna che avvenne alle ore 17,40, che ne seguisse la reazione dei fascisti e che qualcuno gli dicesse finalmente di tornare a Roma. Plausibile?

Tra l’altro tutta questa parte rischia di sminuire le osservazioni interessanti sullo studio di Gramsci del fascismo e del nazismo, che pure egli viene conducendo. Canfora polemizza ripetutamente e con enfasi con supposti sostenitori della “storia sacra” del Pci, ma non è tanto chiaro per la verità a chi si riferisca. Non a Vacca, credo, istituzionalmente deputato come presidente dell’Istituto Gramsci, ma da tempo impegnato in uno sforzo commovente per fare di Gramsci un “eretico” di tutto il comunismo storicamente esistito, ammiratore della società dei consumi americana e meritevole di figurare tra i padri nobili del PD. Forse si riferisce a Pistillo suo contraddittore principale in tema di autenticità o meno delle lettere di Grieco, cui per altro Canfora riconosce la primigenia nell’ipotesi del falso, o a cosiddetti “giovani leoni”. Ma anche Canfora con la tesi delle lettere falsificate si era attirata l’accusa a suo tempo degli storici craxiani di voler difendere la storia sacra; ed anche oggi c’è chi lo rimprovera perché non denigra Togliatti, visto che il PCI non c’è più ed è così facile sparargli addosso. E’ il pensiero unico del politicamente corretto che oggi è dilagante, non pare proprio la storia sacra.

Ci piacerebbe da parte di Canfora una reazione meno suscettibile e infastidita ai contraddittori, specie quando a muoverli al fondo è la stessa preoccupazione di ricerca della verità. Non pare molto elegante ad esempio riferirsi a uno studioso come Liguori, che aveva benevolmente scherzato nel “Manifesto” su un Canfora “in salsa Le Carrè”, dicendolo “un tale, (che) senza riflettere, ha parlato nei mesi scorsi di un ‘Gramsci in salsa Le Carrè’” (89). Forse se avesse detto Holmes, benevolmente citato e forse non a caso da Canfora in questo libro, sarebbe stato un’altra cosa.