La scomparsa di Franco Della Peruta

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di Paola Pellegrini

 

dellaperuta-450x555-w300E' morto venerdi scorso a Milano Franco Della Peruta, uno dei maggiori storici del Risorgimento. Aveva 87 anni. In questi giorni tutti i giornali hanno ricordato i suoi importanti contributi, a cominciare da "I democratici e la rivoluzione italiana", il saggio edito da Feltrinelli e poi riedito da Franco Angeli, che lo rivelò nel 1958. Studioso di formazione marxista, iscritto sin da giovane al partito comunista, è stato uno dei maggiori studiosi di Carlo Pisacane, Filippo Buonarroti, Giuseppe Mazzini. Presidente dell'Istituto lombardo di Storia contemporanea, direttore o condirettore di importanti riviste come "Movimento operaio", "Studi storici", "Storia in Lombardia", ha dedicato anni e passione a quell’opera originale e unica nel panorama italiano che è stato il Calendario del Popolo. E fu in quella veste che ho avuto modo di incontrarlo personalmente, pur se per una sola volta, insieme a Nicola Teti, editore del Calendario e motore instancabile della rivista fino all’ultimo giorno della sua vita. Ricordo che mi colpirono la sua accoglienza e la sua semplicità, il suo atteggiamento umano ironico e gentile insieme, in cui si intuiva la lontananza da ogni accademismo e da quella patina di boria che spesso aleggia sui professori universitari. Franco Della Peruta, di origini romane, ha segnato il percorso di intere generazioni che hanno frequentato l'università degli studi di Milano, dove ha tenuto per alcuni decenni la cattedra di Storia del Risorgimento, con colleghi come Giorgio Rumi e Ludovico Geymonat (filosofo della scienza), Mario Dal Prà (storico della filosofia)e per un certo periodo Carlo Salinari (storico della letteratura). Franco Della Peruta è stato un grande studioso, punta di diamante di una delle generazioni di storici più produttive e originali del Novecento: i suoi innovativi studi sul Risorgimento e soprattutto sulle correnti democratiche, come quelli pionieristici sul movimento operaio italiano e quelli di storia sociale, che hanno caratterizzato la produzione scientifica della sua maturità, rappresentano tuttora i contributi tra i più significativi della storiografia italiana. Franco Della Peruta ha lavorato per trasmettere una concezione del mestiere di storico in cui la conoscenza del passato trova senso solo se sorretta da un progetto culturale rivolto all’insieme della società, della politica, dello spazio democratico. E questo non a caso vista la sua adesione agli ideali del socialismo, la sua cultura marxista e il suo amore per Gramsci, uno storico comunista anche se non definibile semplicemente come storico militante o come storico di partito: al centro dei suoi interessi c'era la storia come disciplina rigorosa, come insieme di fatti da accerrtare, come ideali individuali e collettivi da indagare e portare alla luce, il luogo dove gli uomini e le donne sono chiamati a vivere ed a interpretare il loro tempo. La morte di Franco Della Peruta è avvenuta in forma discreta, privata, con lo stile che ci rammenta quell’Italia laica e democratica che ha costituito il cuore della sua ricerca storica. Spero che altri, più competenti di me, vorranno prendere la parola su Marx XXI per ricordarlo e ripercorrere con noi le pagine più significative della sua opera. Qui vorrei solo ricordare che Della Peruta non è stato solo uno studioso, ma é stato, soprattutto per i suoi studenti, per l’Università italiana e per tutti noi, un grande organizzatore di cultura storica, consapevole che per diffondere la conoscenza storica ci fosse bisogno di sostenere e promuovere nuove generazioni di storici, di documentalisti, di archivisti, di operatori della storia e più in generale di operatori dei beni culturali, in un lavoro che doveva unire più competenze e che doveva democratizzarsi. Sapeva che niente è più segreto o introvabile di ciò che si trova in una biblioteca, senza le bussole che possono orientare la ricerca, soprattutto dei giovani. Franco Della peruta è stato per questo un infaticabile organizzatore di fonti, di biblioteche, di protocolli librari ed archivistici, e un entusiasta formatore di bibliotecari. Forte della sua esperienza di quattordici anni (dal 1950 al 1964)trascorsi a costruire ed a organizzare una delle più grandi biblioteche italiane, la Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, convinto che l’organizzazione delle fonti librarie, documentarie, archivistiche non sia solo un mestiere ma soprattutto una missione culturale. Perché la cultura è un dono da diffondere e il sapere accumulato per sé stessi rimane sterile, a volte persino vuoto esercizio di vanità. Invece organizzare la cultura e il sapere e soprattutto mettere in condizione quante più persone possibili di accedere al sapere e di saperlo fare in autonomia è stato il principio ispiratore dell’opera di Franco Della Peruta. Il nostro ricordo vuole oggi rendergli l’omaggio che forse lui avrebbe preferito, la lettura di uno dei siuo lavori, dedicato a quelle masse popolari e contadine di cui poco si è parlato inell’anno appena concluso delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia e che lui volle ricordare il giorno in cui gli venne conferita la Laurea ad Honorem da parte dell’università di Bologna, il 15 dicembre 2006.

 

 


 

 

Franco Della Peruta

I contadini e il Risorgimento

(Lezione tenuta il 15 dicembre 2006, in occasione del conferimento della laurea ad honorem da parte dell'Università di Bologna)

 

Al Risorgimento, che portò nel 1861 alla formazione dello Stato unitario italiano, restarono estranei, con atteggiamenti che andarono dall'indifferenza all'aperta ostilità, i contadini, che pure costituivano la grande maggioranza della popolazione. Al momento dell'Unità l'Italia era un paese essenzialmente agricolo, con il 65 per cento dei suoi abitanti che ricavava dal lavoro della terra i suoi parchi mezzi di esistenza; e prevalentemente agricola l'Italia sarebbe rimasta ancora a lungo, fino alle soglie della Seconda guerra mondiale.

 

Il distacco delle masse rurali dalla causa nazionale ha motivazioni complesse che affondano le radici nella storia del paese: la subalternità della campagna rispetto alla città, la funzione di conservazione sociale svolta dalla Chiesa, la tradizionale diffidenza del contadino nei confronti delle novità. Ma, sul piano più immediatamente politico, la ragione di fondo sta nell'incapacità del movimento democratico, che faceva capo a Mazzini, di scorgere la centralità che nell'Italia di quei decenni rivestiva la questione della terra; il che impedì di elaborare un programma capace di scuotere le popolazioni dei contadi, facendo appello a quel ?desiderio di migliorare? (l'espressione è di Carlo Pisacane) che fermentava più o meno consapevolmente nel loro seno e prospettando una trasformazione dell'assetto sociale, tale da eliminare gli squilibri e le ingiustizie, primo tra tutti lo sfruttamento di milioni di contadini, privi di terra o con poca terra e gravati da vessatori patti colonici.

 

Il quadro dell'Italia risorgimentale si articola nelle sfaccettature delle cento Italie agricole, la cui struttura è riconducibile ad alcune tipologie essenziali: quelle della montagna, della valle padana e delle adiacenti zone collinari, della larga fascia mezzadrile (Toscana, Umbria, Marche, Emilia Romagna), del Mezzogiorno.

 

In ciascuna di queste grandi circoscrizioni, nei decenni risorgimentali operarono impulsi al cambiamento dei rapporti esistenti che è opportuno richiamare sommariamente ai fini del nostro discorso.

 

Nelle zone montane delle Alpi e degli Appennini sopravvivevano sempre più stentatamente le minuscole aziende di proprietari particellari, costretti a integrare i propri bilanci con l'emigrazione stagionale e con gli usi civici praticati sulle terre comunali. Proprio la limitazione di questi diritti consuetudinari verificatasi nel corso dell'Ottocento, nel quadro del processo di appropriazione individuale della terra, provocò un peggioramento delle condizioni di vita, con conseguenze particolarmente pesanti nel Lombardo-Veneto. Qui infatti una sovrana risoluzione del 16 aprile 1839 impose la vendita dei beni comunali incolti: un'operazione che avvantaggiò quasi esclusivamente i proprietari più facoltosi (nobili o borghesi) e gli speculatori sul commercio del legname.

 

Scendendo nelle plaghe collinose e nella pianura asciutta si incontravano, alle opposte estremità, i vigneti impiantati dai piccoli proprietari del Piemonte e le ?fittanze? del Veneto; nei primi duravano la loro fatica agricoltori che sopravvivevano grazie al sopralavoro e al sottoconsumo; nelle seconde erogavano lavoro coloni pressati da contratti angarici e costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di mais, un'alimentazione responsabile della presenza devastante della pellagra. Nella Lombardia mediana, terra d'elezione del gelso, della seta e del granturco, all'antica ?masseria? dalla metà del Settecento si era venuto sostituendo il contratto misto di fitto in grano e mezzadria; questo nuovo patto obbligava il colono a corrispondere al proprietario una quota di grano prefissata che poteva essere ottenuta solo destinando a quel cereale una porzione del fondo sempre superiore alla metà, con il risultato di accrescere la quota destinata al padrone.

 

Quanto alla pingue Padania irrigua si stava affermando un'agricoltura capitalistica, fondata su aziende di grandi dimensioni condotte non dai proprietari (per lo più nobili assenteisti, e anche ospedali e luoghi pii), ma dai fittabili, un nucleo di borghesia agraria che impiegava ingenti capitali sui fondi lavorati da un bracciantato che alla fine del secolo avrebbe fatto il suo ingresso, a volte drammatico, nella vita sindacale e politica dell'Italia.

 

Venendo alle regioni mezzadrili dell'Italia centrale, ai difetti di quella struttura agraria si aggiunsero gli effetti dell'aumento della popolazione, che aveva cominciato a crescere in tutta Italia dalla fine del Settecento: si aggravarono così la disoccupazione e la sottoccupazione, con la creazione di un ceto di ?pigionali? (lavoranti senza un legame stabile con la terra) in Toscana e con l'allargamento della fascia di braccianti in Romagna e nella bassa emiliana.

 

Nel Mezzogiorno e in Sicilia, infine, si assisteva a un peggioramento delle condizioni di esistenza di quelle popolazioni rurali (piccoli proprietari, coloni, mezzadri impropri, terraticanti , metatieri , salariati: figure i cui tratti sfumavano e si confondevano), ridotte spesso al limite della sussistenza. Il malessere era accresciuto sia dalla espansione demografica, sia dalle conseguenze dell'eversione della feudalità (dal 1806 nelle province continentali, dal 1812 in Sicilia) e della vendita dei demani.

 

L'abolizione del regime feudale portò infatti non a un allargamento della proprietà contadina ma a un rafforzamento della proprietà terriera borghese, che si andò ritagliando una sua ampia quota accanto a quella dei baroni; e questa modificazione non si accompagnò a una trasformazione delle arretrate strutture agrarie e a un rinnovamento dei metodi produttivi, che continuarono a imperniarsi sulla cerealicoltura estensiva. Per quel che riguarda poi l'alienazione delle terre demaniali, i contadini poveri non solo non riuscirono ad aumentare il loro possesso fondiario, ma dovettero per di più subire le conseguenze negative della rottura del precario equilibrio delle loro piccole aziende, per il quale era spesso essenziale l'apporto degli usi civici.

 

L'analisi del ribellismo contadino nell'Ottocento ? lasciando da parte le insorgenze sanfediste del triennio ?giacobino? e gli episodi di opposizione ai Francesi che ebbero luogo in Calabria e in altre regioni meridionali dal 1806 ? deve prendere le mosse dalle reazioni suscitate dall'introduzione della coscrizione e della leva obbligatoria nella Repubblica e nel Regno d'Italia, lo Stato sorto per volontà di Napoleone nell'Italia centro-settentrionale che al momento della sua massima espansione abbracciò un terzo del paese. Il meccanismo della leva faceva gravare il peso del rischioso servizio militare quasi esclusivamente sui contadini; se infatti gli abbienti potevano sottrarsi trovandosi un supplente a pagamento e versando una tassa, i poveri abitatori dei contadi non avevano quasi mai la somma necessaria per la sostituzione.

 

La risposta delle popolazioni rurali fu prima la renitenza e poi, in forme più consistenti, la diserzione. Basti qualche dato per rendere conto dell'ampiezza del fenomeno. In una statistica dell'ottobre 1810 il numero dei disertori era valutato in circa 18.000, mentre quello dei renitenti raggiungeva la cifra di 22.000; e nel breve periodo compreso tra il 1811 e il 1812 si contarono intorno a 7.000 nuovi disertori, un numero destinato a salire durante la fase di collasso del Regno.

 

Inizialmente una parte dei fuggitivi trovava rifugio presso parenti e amici, fidando nella connivenza delle popolazioni e nel frequente rilassamento delle autorità locali, oppure emigrava nei Paesi confinanti. Con il perfezionamento delle strutture repressive dello Stato, un numero sempre maggiore venne costretto a darsi alla macchia. Prese così nuovo alimento il brigantaggio, da sempre endemico nelle zone rurali, perché i disertori o formavano proprie bande più o meno consistenti, o si aggregavano a quelle già esistenti sul territorio.

 

A dare un'idea del fenomeno possono valere i fatti verificatisi nel 1808 nei dipartimenti delle Marche, di recente annessi al Regno d'Italia. In decine di comuni al momento dell'avvio delle operazioni di leva le popolazioni scesero in piazza disarmando le guardie nazionali e riunendosi in bande che attaccarono anche grossi centri. Per reprimere le insorgenze si dovette ricorrere alle truppe francesi e ai reparti dell'esercito italico; e quindi gli insorti, come si legge in una relazione del tempo, ?vennero in parte passati a fil di spada, parte presi o fugati?.

 

Negli anni immediatamente successivi al 1848, nel quadro di una riflessione autocritica sviluppatasi in campo democratico, si andò delineando una corrente avanzata che, in opposizione a Mazzini, prese a insistere sulla necessità di elaborare un programma capace di portare alla lotta le masse, specie quelle rurali. Si andò così delineando tra il 1849 e il 1852 una germinale corrente socialista, influenzata dalle idee di Proudhon, la quale ebbe il suo esponente più conseguente in Carlo Pisacane. Questi sistemò le sue concezioni nei Saggi storici-politici-militari sull'Italia , ultimati nel 1855 (due anni prima di partire per la tragica spedizione di Sapri), nei quali sosteneva che la rivoluzione avrebbe dovuto mettere capo a una società collettivista e antiautoritaria fondata sulle libere comuni contadine.

 

Queste aspirazioni generose non riuscirono però a trovare una saldatura con la realtà, per le difficoltà che in quel momento storico si opponevano a un'andata verso il popolo di tipo populistico e alla creazione di un partito contadino. E quindi i lavoratori della terra continuarono a esprimere la loro protesta nelle forme tradizionali del ribellismo: come avvenne tra il 1849 e il 1853 nelle province di Mantova, Rovigo, Verona e Padova.

 

L'Italia uscita dal Risorgimento nel segno dell'egemonia dei moderati affrontava i primi decenni della sua vita unitaria non come un organismo omogeneo e consolidato, ma come una realtà percorsa da linee di frattura. Sul terreno politico era avvertibile il distacco tra ?Paese legale? e ?Paese reale?: il primo, il solo ad avere voce e presenza politiche, era formato dalla ristretta fascia di cittadini abbienti che, in virtù del loro censo (fornito spessissimo dalla proprietà fondiaria), erano abilitati all'esercizio del voto; il ?Paese reale?, invece, era fatto dai milioni di lavoratori, soprattutto rurali, miseri e analfabeti, devastati dalle malattie e dalla fame. E altrettanto netti erano gli squilibri presenti nella compagine socio-economica: il distacco tra Nord e Sud (già avvertibile peraltro prima dell'Unità) e il connesso emergere della questione meridionale; le tradizionali diversificazioni regionali e provinciali; i particolarismi del vivere quotidiano; il permanente contrasto tra città e campagna: un insieme di spinte centrifughe, di interessi divergenti o contrastanti di gruppi, ceti, contrade.

 

La manifestazione più clamorosa delle tensioni sociali fu il ?grande brigantaggio? che, dopo le avvisaglie subito represse nella Sicilia liberata da Garibaldi (i famosi fatti di Bronte), sconvolse la vita del Mezzogiorno tra il 1861 e il 1865, stendendo le sue ultime propaggini fino al 1870.

 

Il brigantaggio, al di là dei tentativi di strumentalizzazione operati da borbonici e clericali e degli episodi di criminalità comune da cui fu costellato, appare nel suo complesso come un grande episodio di lotta di classe. In quel fenomeno, che diede vita a una guerriglia su larga scala, si espressero il rancore e l'odio dei ?cafoni? contro i ?galantuomini? e la loro fame di terre, l'aspirazione al recupero dei beni demaniali usurpati e l'ostilità contro uno Stato sentito estraneo. Si trattò quindi di un moto sociale rurale, che certamente non fu mai coordinato e si frantumò in una miriade di scontri, ma che riuscì a reggere a lungo perché poteva contare sulla connivenza dei contadini. La lotta fu lunga e sanguinosa, e lo Stato poté condurla a termine con successo soltanto con un massiccio spiegamento di forze (più di centomila uomini), con l'impiego di una legislazione eccezionale e con l'invio su larga scala dei sospetti al domicilio coatto. I morti nelle file dei ?!briganti? furono più di 5.000, e altrettanti furono gli arrestati. Le cifre testimoniano l'asprezza di un conflitto nel quale cominciò a prendere corpo, sia pure in forme ancora confuse, una aurorale coscienza di classe dei contadini meridionali ? o per lo meno della loro parte più povera ed emarginata ? che seppero trarre dal proprio seno capi audaci e capaci, da Crocco a Ninco Nanco. E val la pena di accennare che le radici sociali del brigantaggio furono intuite anche da Garibaldi, il quale mise in rilievo che gli ?infelici contadini? erano stati spinti a farsi briganti dall'indigenza e dal malgoverno e che essi erano meritevoli di simpatia e di ammirazione perché, anche se mossi da un falso principio, avevano dimostrato di saper combattere valorosamente.

 

Un altro chiaro segnale delle tensioni che percorrevano le campagne nel primo decennio postunitario è costituito dai moti del ?macinato?. La tassa, che aveva avuto una sua lunga storia negli Stati preunitari, fu rimessa in vigore dalla Destra storica, alla affannosa ricerca di mezzi per far quadrare i conti della finanza pubblica; fu così pensato un macchinoso sistema che prevedeva una tassa proporzionata ai giri delle macine dei mulini, con il pagamento delle somme dovute nelle mani dei mugnai. Il macinato veniva quindi a colpire le popolazioni rurali in maniera assai più immediata che non gli abitanti dei centri urbani, per i quali la tassa era anticipata dagli esercenti. Inevitabile fu perciò la reazione delle popolazioni rurali, irritate anche dalla immediata e generalizzata chiusura dei mulini attuata dai mugnai in segno di protesta. Nei primi giorni del 1869 gli abitanti di molti contadi dell'Italia centro-settentrionale si riversarono nelle piazze di borghi e paesi imponendo ? con un movimento spontaneo, che ebbe il suo epicentro in Emilia ? la riapertura dei mulini e la macinazione senza la riscossione della tassa. La risposta del governo fu militare: il generale Raffaele Cadorna eseguì il compito lasciandosi dietro 250 morti e un migliaio di feriti.

 

I movimenti che scossero in questi anni le campagne impressero il loro segno anche sul nascente socialismo italiano. Quei contadini, che con il brigantaggio e i moti contro il macinato avevano affermato la loro presenza, apparvero infatti ai militanti della prima Internazionale ? seguaci, al pari dei loro compagni di Spagna, del collettivismo anarchico di Bakunin ? come la forza motrice della rivoluzione socialista (?la liquidazione sociale?, come essi la chiamavano) cui lavorarono assiduamente, anche se con scarso realismo, tra il 1871 e il 1877. A giudizio di Bakunin e dei suoi amici italiani, nella penisola non si doveva fare infatti de ?socialismo cittadino?, sul modello della socialdemocrazia tedesca, ma bisognava invece appoggiarsi sull'istinto rivoluzionario delle masse.

 

Una visione che partiva proprio dalla mitizzazione del brigante come eroe positivo e individuava nelle bande contadine lo strumento di una gigantesca jacquerie che, partendo dal Mezzogiorno, avrebbe dovuto condurre a una società di liberi e di eguali fondata sulla proprietà collettiva della terra. ?Il tempo delle jacqueries non è finito? sono parole di Pietro Cesare Ceccarelli, uno dei capi della cosiddetta ?banda del Matese? che nel 1877 cercò invano di attizzare l'incendio rivoluzionario nelle campagne meridionali.

 

Gli anarchici anticipavano di qualche decennio i fatti, e la loro azione non ebbe alcuna presa nelle campagne; anche per la sfasatura temporale tra il brigantaggio, ormai esaurito nel 1870, e l'avvio dell'organizzazione della prima Internazionale in Italia (cominciata in sostanza dopo la Comune parigina), e per il rapido declinare del loro movimento, entrato in crisi alla fine degli anni Settanta. E tuttavia le manifestazioni del crescente malessere dei contadi, tornato a esprimersi negli anni Ottanta, davano loro almeno in parte ragione per quel che riguarda il livello critico raggiunto nel mondo rurale.

 

Nella Padania irrigua si andava infatti realizzando un'ulteriore penetrazione del capitalismo agrario, accelerata dalle ripercussioni della grande ?crisi agraria? con l'impulso ai lavori di bonifica, l'avanzata del prato, la razionalizzazione della produzione lattiero-casearia. Tra gli effetti, furono particolarmente incisivi il rafforzamento della grande azienda con l'eliminazione di piccoli proprietari, coloni e mezzadri, l'immiserimento di braccianti e obbligati, l'aumento della disoccupazione.

 

Nacque in questo clima il movimento detto de ?la boje? (l'acqua nella pentola ?bolle? tanto che questa scoppierà), che tra il 1882 e il 1885 percorse il Mantovano e il Cremonese. Inizialmente l'agitazione ebbe un carattere spontaneo. Tuttavia la stessa durata dell'azione favorì la ricerca di strutture organizzative più adeguate ? l'embrione delle future ?leghe? ? che permisero di superare il localismo con la creazione di rapporti a livello provinciale.

 

Questo faticoso passaggio fu favorito dall'incontro tra il movimento dei lavoratori e l'opera di propaganda dei primi ?apostoli? del socialismo, che contribuirono ad aprire alle popolazioni rurali nuovi orizzonti morali oltre che politici e facilitarono l'evoluzione dalla protesta tumultuosa e incoerente all'organizzazione sindacale di classe fondata sulla solidarietà: il fenomeno che avrebbe dato la sua impronta al movimento dei lavoratori dell'Italia settentrionale nei primi due decenni del Novecento, prima dell'avvento del fascismo.

 

Seguì poi, tra il 1885 e il 1889, la rabbiosa protesta dei contadini della fascia mediana della Lombardia, i quali scesero in lotta per rivendicare la modificazione degli oppressivi patti colonici.

 

Pochi anni più tardi fu la volta della Sicilia, colpita dalla crisi dei suoi prodotti fondamentali, grano, vino e zolfo. Nell'isola, tra il 1891 e il 1893, si sviluppò il movimento dei Fasci. Non si trattò questa volta di una esplosione di jacquerie , ma di uno sviluppo associativo organizzato, in cui la direzione politica di un gruppo di intellettuali radical-socialisti si saldò con il protagonismo contadino.

 

La prova di questa presa di coscienza sta nel fatto che il movimento si strutturò in forme articolate e avanzò rivendicazioni organiche, che non solo tendevano a imporre a proprietari e grandi affittuari (i ?gabelloti?) miglioramenti contrattuali, ma testimoniavano anche il profondo desiderio dei contadini di arrivare alla proprietà individuale della terra. Questo attacco al latifondo, che metteva in discussione equilibri sociali tradizionali, provocò la repressione da parte del governo, che procedette allo scioglimento dei Fasci e decretò uno stato d'assedio che portò con sé quasi cento vittime.

 

Il secolo si chiudeva così con il sangue dei contadini siciliani e con quello delle vittime del tentato colpo di Stato reazionario del 1898. Ma le lotte dei ceti popolari delle campagne e delle città avrebbero indotto all'inizio del nuovo secolo la parte più illuminata dei ceti dirigenti e della classe politica alla ?svolta? liberale dell'età che prende il nome da Giovanni Giolitti. Nel clima più disteso assicurato dal ?sistema? giolittiano, la presa di coscienza delle popolazioni rurali e la nascita dell'organizzazione sindacale nelle campagne avrebbero assunto forme più evidenti e concrete, inserendosi con una propria originalità nel quadro della vita politica e civile italiana di quegli anni.