La rivoluzione d'Ottobre e la costruzione del partito comunista in Italia*

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Lenin-90-anni-dalla-morte-634x396di Fosco Giannini

*relazione tenuta venerdi 7 novembre 2014 alla “Casa Rossa” di Milano, in occasione della celebrazione della Rivoluzione d’Ottobre

Nell’affrontare il tema della Rivoluzione d’Ottobre, una prima questione da mettere a fuoco è la seguente: perché oggi, nel mondo occidentale-capitalistico, la Rivoluzione d’Ottobre è tanto attaccata, demonizzata, resa caricaturale e ridotta – non solo a destra, ma anche tra la sinistra moderata, socialdemocratica e “radical” – al rango di “colpo di stato”, di un “putsch” dagli “inevitabili” effetti degenerativi, dittatoriali ? Per rispondere a tale quesito possiamo riassumere e utilizzare l’analisi che faceva Freud sul tabù dell’incesto: tale tabù – affermava Freud – è tanto orrorifico, dissemina tanta paura quanto è forte la pulsione stessa all’incesto. E, da parte del capitale, tanto forte è la demonizzazione dell’Ottobre quanto è stata grande e tuttora è grande la paura della Rivoluzione. E’ “lo spettro comunista” che s’aggira e fa tremare, oggi come ieri, i padroni. Ed è interessante disvelare la tenaglia ideologica reazionaria con la quale la borghesia vorrebbe stringere la testa dell’Ottobre: da una parte si utilizza il più frusto e abusato dei “nuovismi”, secondo il quale dal 1917 ad oggi è passato così tanto tempo da rendere vetusti, obsoleti, sia Marx che Lenin e dunque l’intero l’Ottobre; d’altra parte, come premettevamo, si rimuove l’Ottobre per il terrore perenne che la Rivoluzione e la costruzione concreta del socialismo hanno suscitato nelle file dei borghesi e nel potere imperialista.


E’ del tutto evidente che il primo punto (il pensiero “nuovista”, secondo il quale ogni dieci anni un pensiero “nuovo” dovrebbe sostituire il precedente) è quanto di più becero potrebbe esserci nello stesso pensiero filosofico; tale assunto dimentica, a bella posta che, ad esempio, il pensiero aristotelico, le sue categorie, hanno sorretto il sistema di pensiero occidentale sino al 1.500; dimentica che la dialettica hegeliana segna ancora di sé i sistemi di pensiero più avanzati, filosofici e scientifici; tale assunto “nuovista” è risibile ( risibile quanto i pensierini nuovisti di Matteo Renzi, ci verrebbe da dire) rispetto alla grandezza e alla totale contemporaneità della teoria della legge del valore e del plus-valore, oltreché della categoria di alienazione di Karl Marx, assunte come pilastri teorici e irreversibili anche dall’economia e dalla sociologia borghese. Oltrechè dal presente pensiero ontologico. Tale idea “nuovista”, soprattutto, volta com’è al continuo e gattopardesco ricambio di un pensiero rispetto all’altro appena precedente, svela la propria natura di pensiero conservatore nel momento in cui il nuovo pensiero, in verità e nell’essenza, non sostituisce l’altro, essendo un’altra forma dell’altro ( ancora: il renzismo nella sua “cifra” teorica, sconosciuta in tale forma a Renzi ma da questi praticata) e, nella sua inessenziale volontà di sostituzione immediata, è un pensiero speculare alla mercificazione capitalistica, per la quale anche un sistema di pensiero si cambia in poco tempo, come si cambia un telefonino o una lavatrice dei nostri giorni, fatti per non essere aggiustati ma gettati via rapidamente. Per la legge del mercato, onnivora, che cannibalizza merci e pensiero.

Vi è un punto attorno al quale si è organizzato l’attacco borghese ( che poi è stato assunto dalle forze socialdemocratiche e dalla vasta - nelle sue diverse forme fenomenologiche - sinistra vaga, a cominciare dall’ultimissimo PCI, che non comincia improvvisamente con Achille Occhetto ma esiste, in fieri, prima di Occhetto) contro la Rivoluzione d’Ottobre: la borghesia liquida l’Ottobre definendolo solo un colpo di stato, un semplice putsch, una presa di palazzo, quello d‘Inverno. Ma la verità è che chi riduce l’Ottobre ad un semplice “putsch”, lo fa perché deve, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo, pseudo storico e pseudo teoretico, rimuovere storicamente l’immensa potenza planetaria dell’Ottobre; lo fa perché deve far dimenticare al proletariato mondiale che dal Palazzo d’Inverno si è alzata un’onda rivoluzionaria che ha investito tutti i continenti e i popoli del mondo.

Vi sono parole splendide del compagno Luigi Pestalozza scritte nel 1997, su “ Marxismo Oggi”, rispetto al tentativo borghese di trasfigurare la Rivoluzione d’Ottobre in colpo di stato. Scrive Pestalozza: “Quella dell’Ottobre è stata la più grande Rivoluzione della storia dell’umanità; lo diciamo contro coloro che in questi giorni la definiscono un colpo di stato. Tecnicamente, magari anche, ma la tecnica serve sempre al capitale per giustificare forma, storia e pratica del suo potere; del resto la concezione tecnologica della storia da sempre è funzionale al capitale per praticare l’inganno formale per cui il mondo viene fatto e rifatto a sua immagine e somiglianza”. E continua Pestalozza: “No! Per ragioni esatte, per fatti incontestabili, l’Ottobre bolscevico è stato una Rivoluzione che ha davvero sconvolto il mondo, come subito vide e scrisse John Reed”.

La Rivoluzione d’Ottobre, dunque, ha cambiato la storia del mondo, i rapporti sino a quel punto dominanti. E in qualsiasi modo,oggi, il conflitto si presenti , esso è sempre segnato dalle ragioni storiche e dagli effetti pratici e teorici dell’Ottobre. E i comunisti, gli antimperialisti, i rivoluzionari anche adesso, anche a Cuba, in Venezuela, in tutta l’America Latina, in Africa, in Asia, in Europa, devono la loro legittimazione storica e l’attualità del loro progetto di trasformazione sociale e morale alla Rivoluzione d’Ottobre.

L’Ottobre, con il suo progetto e con la sua prassi volta alla costruzione di uno stato rivoluzionario ( una forma-stato mai apparsa in tutta la storia sociale dell’umanità), segna di sé ogni progetto di trasformazione statuale mondiale in senso democratico e popolare. Senza la Rivoluzione d’Ottobre, senza il suo spirito lungo, la Costituzione italiana uscita dalla Resistenza non avrebbe mai potuto porre alla base dello Stato e della società il lavoro, collocandolo addirittura in testa a se stessa, come suo primo e paradigmatico articolo. E’ la Rivoluzione d’Ottobre che capovolge per sempre la logica di classe per cui solo le classi dominanti, solo la borghesia e il capitale possono strutturare lo Stato, le sue istituzioni e i rapporti sociali. Solo grazie alla Rivoluzione d’Ottobre, alla sua onda lunga e universale, può verificarsi il fatto – inaudito per la borghesia – che persino nei paesi e negli stati a dominio borghese la concezione e il ruolo del pubblico possono determinare e modellare spazi, anche vasti, dell’economia, come, in Italia, dimostrano gli articoli 41 e 44 della stessa Costituzione repubblicana. Articoli inseriti nella Carta costituzionale essenzialmente dalla forza di quel PCI togliattiano spinto dal vento dell’Ottobre e completamente rimossi e disattesi, decenni dopo, anche dagli epigoni tristissimi del PCI-PDS-PD che avevano, non per niente, ricusato l’Ottobre.

E’ solo grazie all’Ottobre, nel secondo dopoguerra, che può prendere corpo, per la prima volta nella storia, in tutta Europa e non solo in Europa, lo stato sociale, il welfare, un pezzo di socialismo trapiantato dalla Rivoluzione leninista nel corpo stesso delle società capitaliste. Una spinta universale così forte, il vento sociale sovietico, da sconvolgere anche gli assetti statuali, sociali e teorici più dogmaticamente liberisti, come quelli degli USA, dove nasce, attraverso il forcipe dell’Ottobre, il New Deal di Roosevelt.

Per dovere di sintesi, in questa sede, possiamo evocare sette punti fondamentali che caratterizzano – essenzialmente – l’esperienza dell’Ottobre, decretandone la sua eterna grandezza storica e universale:

primo: con la Rivoluzione leninista – per la prima volta nella storia dell’umanità – si ratifica il fatto che il capitalismo non è natura; che esso non è potenza naturale immodificabile; che i rapporti di produzione capitalistici sono invece storicamente transeunti e modificabili; che il capitalismo è, semmai, funzionale alla fase storica dell’umanità in cui vi è più bisogno di un’accumulazione originaria come base materiale dello sviluppo. Ma diviene deleterio e nefasto, per l’intera umanità, nella fase - esattamente questa che viviamo- in cui i processi imperialisti di spoliazione dei popoli; l’accrescersi esponenziale dello sfruttamento capitalistico sulla forza-lavoro in virtù di sempre più sofisticati sistemi macchinici di produzione volti all’estrazione di sempre più alti picchi di plus-valore nelle aree dell’intero occidente capitalistico; nella fase della crisi strategica stessa dell’imperialismo USA - tallonato e spuntato nelle sue unghie dallo sviluppo cinese e dai BRICS – che cerca soluzione attraverso un progetto altrettanto strategico di estensione dell’aggressione militare e della guerra sistemica. Diviene nefasto per l’intera umanità, il capitalismo, decretando così anche il proprio, definitivo, fallimento storico. Ed è per questo che noi oggi possiamo asserire che la fase che viviamo richiede a gran voce un salto di qualità filosofico, economico e politico volto alla redistribuzione della ricchezza sul piano planetario e alla costruzione – sullo stesso piano – di equilibri sociali privi di sfruttamento che cancellino il portato stesso della pulsione, ineliminabile, imperialista al profitto e al saccheggio: la guerra, le guerre cosiddette “regionali”, che tuttavia si estendono su porzioni immensi di territori mondiali, sino ad essere già “terza guerra mondiale”. O anticipazione di essa.

Con la Rivoluzione d’Ottobre si ratifica che il sistema ed il profitto capitalistico non sono gli unici motori della storia, né il senso ultimo, ontologico, dell’ “homo faber” e che i rapporti socialisti di produzione possono rappresentare concretamente non solo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma essi possono offrirsi come base materiale per la costituzione storica dell’ “uomo nuovo”. E ciò perchè, a partire dai principi – non solo teologici, ma anche inerenti alle categorie del materialismo storico e del “ Diamat”- secondi i quali “è la Legge che crea la Morale”, una Legge socialista e rivoluzionaria protratta storicamente può partecipare in maniera decisiva alla costruzione di un’umanità nuova e solidale, sempre più lontana dalle caverne primordiali e dalle caverne moderne della ferocia capitalista. Con l’Ottobre si ratifica il fatto che la coscienza di massa, sulla base strutturale di rapporti di produzione svuotati dal profitto privato, sono positivamente modificabili sul piano dell’etica e della morale di massa; che l’egoismo individuale non è, anch’esso, natura imprescindibile e immodificabile e che un sistema sociale che abolisce l’orrore dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna può aprire davvero la strada per un altro orizzonte umano. Tutto questo è prodotto dall’Ottobre e dalla stessa costruzione concreta di forme statuali, economiche e sociali di tipo socialista che prendono vistosamente corpo, dopo la seconda guerra mondiale, nel cosiddetto “campo socialista”, che proprio in virtù di tanta, pesante, concretezza storica e tanta forza evocativa per un futuro diverso dal capitalismo, subisce i più pesanti attacchi e le più dure “liquidazioni”, che, paradossalmente, basandosi su pre-giudizi così profondi da divenire persino acritici, rimuovono proprio le necessarie critiche “da sinistra” che su quei modelli sociali dovevano essere avanzate. “Liquidazioni”, di quel “campo socialista”, provenienti non solo dalla borghesia e dal capitale, ma anche dalle aree socialdemocratiche e della pluriforme sinistra non più comunista: in Italia, per tutti, Bertinotti e il “bertinottismo” antecedente e successivo a Bertinotti, molto diffuso nella strana sinistra italiana.

Seconda questione: con la Rivoluzione d’Ottobre, l’eurocentrismo e tutto il capitalismo collocato nel nord del mondo cessano di essere rappresentati come unici centri mondiali del potere e del sapere; con l’Ottobre conquistano centralità e forza evocativa di contromodelli sistemici le periferie del mondo, i popoli, gli stati, le nazioni, le collettività sinora negate, neglette, oppresse, storicamente subordinate. E’ da questo straordinario punto di vista, da questo rivoluzionario prisma che va analizzato, letto il cosiddetto “ eurocomunismo” ( Berlinguer, Carrillo, Marchais) che, riconsegnando centralità politica, economica e culturale al nord del mondo e al suo capitalismo, compie un’operazione teorica e politica di retroguardia, che tenta di rimuovere la gigantesca decentralizzazione planetaria operata dall’Ottobre a favore dei popoli del mondo, riconsegnando le chiavi del futuro alla parte capitalisticamente più avanzata del pianeta. Nella visione “eurocomunista” – e possiamo affermare ciò solo a partire dalla profonda presa d’atto della “decentralizzazione planetaria” che opera l’Ottobre – si recupera l’analisi secondointernazionalista della centralità della classe operaia aristocratica dei paesi imperialisti, emarginando ed oscurando di nuovo quella classe operaia mondiale, quel proletariato mondiale che l’Ottobre leninista aveva messo finalmente sotto il cono di una nuova luce storica. Con l’ “eurocomunismo”, non per niente protagonista attivo della critica liquidatoria verso il campo socialista e la stessa Unione Sovietica, si rimuove anche la concezione leninista che prende corpo nell’Ottobre dell’ “anello debole della catena” e si riassume, specularmente, il positivismo della II Internazionale, che colloca perennemente e dogmaticamente al centro della storia e dello stesso divenire socialista il nord del mondo, il suo capitalismo sviluppato e la sua stessa classe lavoratrice, alla quale, privata della categoria leninista di “classe aristocratica”, si riaffidano – sottraendole al proletariato mondiale - le magnifiche sorti e progressive del pianeta. Riaffidando, conseguentemente, le stesse sorti alle socialdemocrazie europee, motivo per il quale ci si può distaccare dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal movimento comunista mondiale ed europeo ( ultimo PCI, ancora “berlingueriano”, che costruisce nuovi e prioritari legami con Olof Palme e Willy Brandt,rompendo pian piano con i partiti comunisti leninisti europei) sfociando nella “Bolognina” che, dunque, non ha come unico e solo padre Achille Occhetto.

Dopo l’Ottobre – grazie al suo afflato oggettivo e all’internazionalismo successivo e attivo dell’Unione Sovietica – questa parte periferica e sino allora negletta del mondo, questa parte immensa, preponderante, povera e sfruttata dei popoli può alzare la testa e porsi la questione della propria identità e della propria autonomia.

Terzo punto: a seguito di questo processo titanico di emancipazione evocato e sollecitato dall’Ottobre e poi perseguito e appoggiato concretamente dall’Unione Sovietica può sollevarsi un’enorme onda di lotte anticolonialiste, antimperialiste e di liberazione nazionale che scuotono l’intero pianeta: la Cina, Cuba, il Vietnam, paesi dell’Africa, dell’America Latina insorgono e liberano i propri popoli dal giogo imperialista, a nome della Rivoluzione d’Ottobre. E nella stessa Europa nascono grandi partiti comunisti di massa e sindacati di massa e di classe che traggono linfa vitale direttamente dalla Rivoluzione d’Ottobre e immettono elementi di socialismo, con le loro lotte, negli stessi paesi capitalistici. Partiti che appena ratificano “l’esaurirsi della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”, infatti, cambiamo rapidamente nome e natura sociale.

Quarto punto: mentre la Rivoluzione francese è la Rivoluzione dei soli diritti, quella dell’Ottobre è la Rivoluzione dei diritti e dei bisogni del proletariato, delle masse e dei diseredati. La Rivoluzione d’Ottobre è la prima al mondo, la prima nella storia dell’umanità, a porsi la questione della risoluzione del problema dei bisogni umani, risoluzione dei bisogni che si dialettizza con la conquista dei diritti. Con l’Ottobre, per la prima volta nella storia, la risposta ai bisogni si estende universalmente e non si ferma, come nella Rivoluzione francese, solo ad alcune aree sociali privilegiate. A partire dalla concezione comunista della centralità dello sviluppo della coscienza dei lavoratori e della coscienza umana, l’Ottobre, subito dopo la vittoria, estende a tutti e tutte e gratuitamente il diritto all’istruzione, alla scuola, all’università. E con le stesse modalità estende la fruizione dell’arte, della cultura, della scienza. Straordinario, stupefacente, con la vittoria rivoluzionaria, è il cambiamento nel campo dei diritti, un cambiamento che la Rivoluzione francese non poteva nemmeno lontanamente ipotizzare: il nuovo diritto di famiglia scaturito dall’Ottobre toglie le donne dal ruolo di schiave nei confronti dell’uomo che la storia russa e lo zarismo le avevano affidato e consegna loro la libertà, sia dal capitale che dal patriarcato russo e universale.

Ma è nel suo svilupparsi in senso sovietico che l’Ottobre coglie molti degli obiettivi che si era posto sul piano teorico: innanzitutto, la piena occupazione, l’estendersi a tutti i livelli del diritto-dovere ( esattamente con questa formula, dal senso ontologico rivoluzionario e profondo: diritto-dovere) del lavoro; con il lavoro universalmente garantito, come sue proiezioni materiali, arrivano il diritto alla mensa aziendale, alle ferie, alle vacanze pagate dallo Stato nelle case turistiche aziendali ( gratuite per il lavoratore e la sua famiglia), gli asili nido aziendali gratuiti, l’accesso gratuito ad ogni attività culturale e sportiva, il diritto al salario integrale anche in caso di malattia. Con il diritto totale al lavoro giunge quello alla casa, il cui affitto, comprensivo di acqua, luce e gas, viene prelevato direttamente, a monte, dal salario, in forma ridottissima. Significativamente, negli appartamenti, non vengono collocati nemmeno i contatori per la misurazione dei consumi, tanto è pregnante e pervasiva la forma ideologica volta alla liberazione dei lavoratori dai bisogni e la cancellazione della loro sofferenza storica e dello sfruttamento. La prassi rivoluzionaria si inclina verso un’idea centrale: gran parte della spesa sociale di un lavoratore si deve addensare nel piccolo prelievo fatto preventivamente sul salario. E, per noi, occorre uno sforzo di immedesimazione temporale, un viaggio nel tempo, per capire quanto straordinarie fossero la teoria e la prassi rivoluzionarie dell’Ottobre calate nella vita concreta immediatamente successiva allo zarismo, che concepiva gli operai e i contadini poco più o poco meno che carne da macello per il profitto totale e per le guerre. E lo stesso sforzo temporale occorre farlo per capire la grandezza titanica della lotta dell’Ottobre contro il patriarcato e per la liberazione della donna, nel lavoro, nella famiglia, nella società. E poi: sistema sanitario universale e gratuito; sistema pensionistico universale che offre, inoltre, diritto a tutti i pensionati di accedere gratuitamente ai servizi sociali; trasporti ( aerei, treni, metro, autobus, tram) a costi bassissimi, che in nessun modo inficiano il salario.

Era la fine di una società fondata sul profitto e l’inizio di una storia umana fondata sulla solidarietà e la redistribuzione equa e sociale della ricchezza prodotta dai lavoratori, con un investimento della ricchezza da essi prodotta a fini sociali. Era il socialismo, che nella sua vittoria e nelle sue straordinarie conquiste propagandava se stesso sul piano planetario e in virtù di ciò destava l’attenzione terrorizzata e feroce del capitale mondiale, che finisce, per questo, a spingere il nazismo di Hitler a provare a distruggere l’Unione Sovietica e cancellare l’Ottobre. Con una reazione sovietica, da Stalingrado alla conquista di Berlino, che salva il mondo dal nazifascismo.

Quarto punto: dopo l’Ottobre le donne, tutte le donne, per la prima volta nella storia, ottengono tutti i diritti politici, attivi e passivi. Ed è grazie alla Rivoluzione che possono levarsi le imponenti lotte anticolonialiste su scala mondiale, anche come risposta concreta alla richiesta, rivolta essenzialmente all’URSS da Ernesto Che Guevara ad Algeri: “ Le armi , per i popoli in lotta contro l’imperialismo, non sono merci”; ed è grazie a questo impegno internazionalista attivo dell’URSS che oggi possiamo, con totale onestà intellettuale e cognizione di causa, asserire che è grazie all’Ottobre che si pone il problema, sul piano mondiale, della lotta contro la discriminazione razziale, lotta speculare a quella anticolonialista. Dopo l’Ottobre, ogni popolo, di ogni colore e cultura, è degno di indipendenza e autonomia, degno di farsi stato e nazione.

Sesto punto: il rapporto tra l’Ottobre e la filosofia. Ha scritto Guido Oldrini, rispetto a ciò: “ E’ di centrale importanza la rilevanza dei nuovi problemi filosofici resi per la prima volta possibili dalla Rivoluzione d’Ottobre e ormai assunti anch’essi – non meno di quanto accaduto con le conquiste borghesi della Francia giacobina – al rango di problemi di valore universale, universalmente validi per tutta l’umanità”. Così Oldrini. Il punto è che l’Ottobre, sul piano prettamente filosofico, supera la figura dell’uomo come prodotto dell’economia capitalista ( e alla quale era rimasta ferma e legata la socialdemocrazia) e propone sullo scenario storico una figura dell’uomo e della donna come proiezione ed evoluzione antropologica dei nuovi rapporti di produzione socialista, che espellendo da sé l’orrore del profitto privato come forma “naturale” e obbligatoria ( che sia tale, un orrore, forse non lo si avverte, sul piano di massa, ancora oggi, ma non lo si avverte ancora oggi come non si avvertiva, sul piano di massa, l’orrore dell’assassinio prima che il tabù dell’assassinio si inverasse), creano le prime basi materiali per una sovrastruttura culturale contraria al profitto che, con il tempo e con la vittoria lunga della rivoluzione, esce dal proprio ruolo di sovrastruttura per farsi struttura unica con i rapporti socialisti di produzione. I nuovi rapporti di produzione che eliminano da sé il profitto capitalistico divengono in verità produttori, assieme alla battaglia culturale soggettivamente condotta dall’avanguardia rivoluzionaria, dal Partito Comunista e dallo stato rivoluzionario, non solo di merci, ma anche di nuove categorie filosofiche, che possono partire dalla categoria più semplice della solidarietà per spingersi, attraverso l’assunzione del tabù del profitto capitalistico, sino al comunitarismo leninista. E scrive, infatti, Lukacs: “ Lenin, riflettendo sino in fondo, con una consequenzialità quale mai si era avuta dopo Marx, sulla determinatezza economico-sociale dell’uomo, concepisce il processo dello sviluppo dopo l’Ottobre come un processo del divenire-uomo, dell’auto-crearsi dell’uomo”.

Ma vi è un altro punto filosofico centrale che ci permette di relazionare immediatamente l’Ottobre ai nostri giorni, all’oggi contemporaneo. Questo punto è sintetizzato nel famoso articolo del 24 novembre del 1917 che Antonio Gramsci pubblica su “L’ Avanti”, nel quale il grande comunista sardo definisce la Rivoluzione d’Ottobre “La Rivoluzione contro il Capitale”, ossia contro la lettura dogmatica e meccanicistica che la II Internazionale fa del “Capitale” di Marx. In quella lettura meccanicista si asseriva, assumendo in toto le categorie filosofiche del positivismo, che la rivoluzione socialista era possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalista e che, anche in tali punti, occorreva che si determinassero tutte le condizioni oggettive. E’ chiaro che, tale analisi, per come era sviluppata, aveva in sé tutti gli elementi dell’attendismo e del rinvio sine die del processo rivoluzionario; è chiaro che – come nel futuro eurocomunismo – toglieva a tutti i popoli del mondo esterni alle cittadelle capitalistiche la possibilità e il progetto della rivoluzione; come è chiaro che – sia dal punto di vista filosofico che della prassi - rinunciava alla dialettizzazione tra oggetto e soggetto, tra oggettività dello stato presente delle cose e ruolo soggettivo dell’uomo, del soggetto rivoluzionario, del Partito Comunista. Sarà invece proprio l’Ottobre ad unificare oggetto e soggetto, oggettività dello stato reale delle cose con la spinta rivoluzionaria soggettiva di Lenin e dei bolscevichi. Con l’Ottobre, Lenin, rompe col positivismo attendista della II Internazionale e, ponendo la questione dell’anello debole della catena, scatena l’Ottobre in Russia e nel mondo, insegnando che la rivoluzione non prende ordini dai libri mal letti ma solo dalla realtà delle cose e dall’intento rivoluzionario delle avanguardie legate alle masse. Con l’Ottobre è l’elemento soggettivo, nel suo rapporto totale, dialettico ma non subordinato, con l’oggettività ( che, a volte, è anche il modo in cui si presenta e si piega a sé una realtà non scientificamente indagata), che si recupera appieno, sia nella battaglia filosofica che nella prassi sociale e politica. Era questo aspetto che Gramsci rilevava nel suo articolo del 1917, contro la lettura meccanicistica del pensiero marxista.

Oggi in Italia, un esercito di “analisti”, di costruttori (borghesi e subordinati ) della verità mediatica, della “nostra realtà” - giornalisti, intellettuali, dirigenti politici, anche di “sinistra”, anche comunisti, seppur non ancora per molto - partendo dalla crisi del movimento comunista italiano, decretano la morte del comunismo tout court, facendo finta di non vedere quale gigantesco apporto al cambiamento rivoluzionario del mondo, alla lotta antimperialista, in questa precisa fase storica, e in tutti continenti, offrono i partiti comunisti. Se i comunisti italiani dovessero subordinarsi a una tale lettura, al racconto borghese, reiterato e interessato, della crisi oggettiva e irreversibile del movimento comunista italiano come riflesso della supposta crisi (del tutto inventata) del movimento comunista mondiale e facessero dipendere la propria sorte e il proprio ruolo ( come ad esempio sembra fare un compagno come Claudio Grassi, dell’area Essere Comunisti del PRC) dall’ “oggettività” delle cose ( nella sua forma fenomenologia, superficiale, non indagata) essi si arrenderebbero subito e si eclisserebbero. Come si sta arrendendo, cambiando totalmente natura politica, una parte stessa, infatti, di Essere Comunisti.

Indagare la crisi del movimento comunista italiano, dunque, come inevitabile e imprescindibile inizio analitico. I compagni e le compagne che sono presenti questa sera, qui alla “ Casa Rossa” di Milano, non sono certo responsabili della crisi del movimento comunista italiano. Qui, i presenti, hanno tutti lottato: prima contro l’involuzione del PCI ( dalla battaglia contro la “solidarietà nazionale” nella fase dell’assassinio Moro, a quella contro la scelta di Berlinguer di stare sotto l’ombrello della NATO, sino alla rottura del PCI, ancora “berlingueriano”, con l’Unione Sovietica, il campo socialista e il movimento comunista mondiale); poi contro il drammatico scioglimento del PCI e contro la “Bolognina”, per giungere alla battaglia contro la vera e propria degenerazione e liquidazione dell’autonomia comunista condotte da Fausto Bertinotti e la sua corte politica. Qui, in questa sala, nessuno è stato responsabile della crisi del movimento comunista in Italia, che è in queste condizioni – oggi – in virtù dei veri e propri tradimenti che ha subito da interi gruppi dirigenti ( da Occhetto a Bertinotti), i quali, tuttavia, hanno potuto aprire questa crisi sulla scorta delle involuzioni, teoriche e politiche, anche gravi, dello stesso PCI degli anni ’80. Questa constatazione non è solo una fotografia del reale: essa ci serve per ratificare il fatto che la storia non vive solo di oggettività e che, difatti, l’elemento soggettivo distruttore del movimento comunista, in Italia, ha svolto un ruolo decisivo. Come l’hanno svolto, peraltro, Gorbaciov ed il “gorbaciovismo” per distruggere l’Unione Sovietica. L’oggettività delle cose ci dice che, naturalmente, la caduta dell’URSS non ha certo aiutato il movimento comunista italiano a resistere e rilanciarsi; ma la realtà storica attesta che, in Italia - per ragioni che affondano le loro radici nella stessa storia del PCI – l’azione soggettiva volta alla distruzione del movimento comunista italiano è stata poderosa.

Rispetto al tentativo che viene da più parti di ratificare “oggettivamente” la crisi definitiva del comunismo italiano e passare oltre, occorre rialzare la testa e rilanciare un’azione soggettiva ( che potrà agevolmente dialettizzarsi con l’attuale condizione concreta e oggettivamente avanzata del movimento rivoluzionario, comunista e antimperialista mondiale) volta alla ricostruzione e al rilancio del Partito Comunista in Italia.

Certo, identificare le responsabilità soggettive della crisi del movimento comunista italiano e rilanciare l’azione soggettiva volta al suo rilancio non vuol certo dire far finta di niente, rimuovere il fatto che i distruttori del movimento comunista, nel nostro Paese, non abbiamo prodotto una crisi. La crisi del movimento comunista, in Italia, c’è ed è tangibile. Il punto è se i comunisti che non vogliono abbassare la testa ravvisino, oggi, gli elementi per il loro rilancio. Questo è il punto.

Esistono, dunque, le condizioni, le opportunità, per la ricostruzione di un Partito Comunista di quadri con una linea di massa, nel nostro Paese? Un Partito fortemente volto anche alla costruzione e all’unità della sinistra di classe? Esistono tutte e nessuna manca ed è questa analisi che ci separa dai nuovi liquidazionisti dell’area “grassiana” di Essere Comunisti, dallo stesso gruppo dirigente “ferreriano” del PRC che sembra ormai irretito dalle sirene di Marco Revelli, volte alla costruzione di un nuovo soggetto politico lontano anni luce da una forza comunista, operando per esso, per tale creatura revelliana, “cessioni di sovranità” mortali per un’autonomia comunista, già oggi, teoricamente e politicamente, tanto fragile. Certo è che anche il proposito (detto con un fil di voce per non disturbare ed inquietare i “revelliani”; detto per tranquillizzare i compagni del PRC e di Essere Comunisti e traghettarli verso il partito “revelliano”) di costruire un’area comunista dentro lo stesso partito “revelliano” appare davvero una pia illusione, di fronte alla prepotenza mostrata dai “professori” nel costituire la Lista Tsipras e in relazione alla debolezza teorica e politica stessa di queste aree comuniste post-bertinottiane di fronte alla potenza ( anche borghese, politica e mediatica) dei “revelliani”, saldamente al timone del progetto. Il punto è che i comunisti, nell’ottica di una più vasta unità a sinistra, debbono e possono allearsi anche con i “revelliani”, nell’obiettivo di costruire un fronte di sinistra e democratico vasto. Ma non farsi sussumere da essi. Pena la morte.

Quali sono queste le condizioni e le opportunità, invece, per rilanciare, in Italia, un partito comunista? Le elenco sinteticamente: sul piano internazionale assistiamo all’accrescersi della spinta imperialista USA alle guerre e al riarmo, sulla scorta della propria crisi strategica e di fronte al rafforzamento della Cina e dei BRICS. Questa inquietante spinta imperialista, che trova nell’Italia uno tra gli avamposti militari più importanti del sistema militare NATO, chiede ai comunisti una lotta di carattere prettamente antimperialista e anti NATO che le forze moderate o radical della sinistra non sono in grado di portare avanti, per la loro natura, conseguentemente ( la Lista Tsipras, i “revelliani”, SEL, la sinistra PD, non hanno “potuto” capire la natura imperialista dell’attacco, direttamente affidato, dopo la sconfitta della “rivoluzione arancione”, alle forze nazifasciste di “Svoboda” e del “Settore Destro” contro lo Stato e il popolo ucraino e sbandano paurosamente nel giudizio su quella crisi). Secondo: il carattere duramente liberista, antioperaio e antidemocratico dell’Unione europea, nella sua essenza neoimperialista, chiede ai comunisti, anche in questo caso, una lotta radicale contro la germanizzazione dell’Ue che, ancora, la sinistra ambiguamente “ europeista” e moderata non può oggettivamente condurre; il nano capitalismo italiano, subordinato completamente al grande capitale europeo e americano e incapace di concorrenza e investimenti, tenta da anni, facendo solamente questo, di mantenere il proprio saggio di profitto attraverso un reiterato attacco ai diritti e al salario e, anche in questo caso, centrale è il ruolo di lotta - di lotta di classe- che deve sostenere un Partito Comunista, unito all’intera sinistra di classe. Queste sono tutte questioni che richiedono un Partito Comunista e sono, dunque, anche condizioni favorevoli e oggettive, necessità e opportunità storiche. Ma vi è un’altra condizione oggettiva favorevole, forse la più grande: oggi, i comunisti italiani, possono godere di un contesto internazionale segnato da titanici processi di trasformazione sociale sul piano mondiale che dicono loro, chiaramente, che l’ intento di rilanciare il Partito Comunista in Italia non è velleitario, non è un sogno lontano dalla realtà. Non è sterile coazione a ripetere o idealismo puro. Dentro il positivo contesto reale, mondiale e concreto e rispetto alle profonde contraddizioni di classe attuali, in Italia e in Europa, il Partito Comunista è una urgente necessità. Se a ciò aggiungiamo la nostra scelta soggettiva e determinata, diversa e lontana da chi si arrende, noi, care compagne e cari compagni, l’obiettivo della ricostruzione del Partito Comunista possiamo coglierlo! Altri, anche dal PRC, iniziano, ora, a muoversi verso questo nostro progetto; altri compagni del PRC, che già si oppongono alla deriva “revelliana” di Paolo Ferrero, potranno unirsi; una diaspora comunista senza partito, che più rimane senza partito, però, più si assottiglia, attende da anni di essere organizzata in una forza comunista seria; non trascurabili avanguardie operaie e giovanili esprimono da tempo il bisogno – politico ed esistenziale - di militare e lottare per un partito comunista conseguentemente antimperialista e anticapitalista : al lavoro, dunque, allo studio e alla lotta! Ne sono certo: ce la faremo!