Cosa c’è dietro gli attacchi a Gramsci?

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di Marco Albeltaro, del comitato scientifico di Marx XXI

dibattitosugramsci thumbAll’interno di tutta la vicenda degli attacchi a Gramsci di cui «la Repubblica» si è fatta grancassa, vorrei soltanto soffermarmi sul «caso» Saviano, provando a inserirlo in un quadro più ampio. Molti autorevoli studiosi hanno puntualmente ribattuto agli errori e alla tendenziosità dell’articolo di Saviano, non è quindi qui il caso di ritornarci sopra.
 

Roberto Saviano è divenuto famosissimo grazie a un libro – Gomorra - che è stato un «caso» letterario costruito dai mass media e monumentalizzato dall’italico provincialismo. Attorno a Saviano si è quindi costruita la mitologia dell’intellettuale scomodo, del coraggioso alfiere della giustizia, del povero martire che in ragione delle idee che professa è costretto a vivere sotto scorta, anche quando si reca a New York, come è di recente accaduto, per pontificare sulle sfavillanti strade di Manhattan.



L’ombroso Saviano – ombrosissimo, direi, perché tutti sanno che i maître à penser non ridono mai – ci aveva già abituati ad altri interventi stucchevoli, come quando si era messo a tessere le lodi di Israele descrivendo quello che è un vero e proprio Stato razziale come un luogo di democrazia, libertà, tolleranza. Quella volta gli aveva risposto Vittorio Arrigoni - lui sì un vero eroe, senza scorte e senza riflettori sempre accesi attorno a sé – con un video che rimane una delle più eloquenti testimonianze di cosa sia il coraggio della verità.

Ora Saviano, fra una trasmissione televisiva e l’altra, fra un’intervista e un party (perché - si sa - gli intellettuali più sono scomodi e più hanno la possibilità di predicare durante le più seguite trasmissioni televisive e di scrivere sui più letti quotidiani nazionali…) ha trovato il tempo di recensire l’ultima fatica di Alessandro Orsini, un sociologo politico non nuovo alle “sparate” su Gramsci, e di scriverne su «Repubblica», un quotidiano che ormai non perde occasione per buttare fango sulla storia del comunismo italiano.

Saviano elogia quello di Orsini come uno dei saggi più importanti che siano mai stati scritti sulla storia della sinistra italiana senza accorgersi che in realtà si tratta di un testo piuttosto frettoloso, di un pamphlet che invece di indagare sentenzia, trascegliendo rapsodicamente testi presi ad arte per sostenere una tesi trita e ritrita: i comunisti furono sempre brutti e cattivi mentre i riformisti, e fra essi in particolare i socialisti, furono i buoni, gli unici veri difensori e costruttori della democrazia.

In realtà il problema vero non sta nel libro di Orsini che, probabilmente, sarebbe passato quasi inosservato se Saviano non ne avesse parlato su «Repubblica». Il fuoco della questione sta nel ruolo pubblico che è stato costruito attorno a Saviano, dipingendolo come l’intellettuale di riferimento del paese civile, del paese buono, dell’Italia onesta e giusta. Una sorta di coscienza critica nazionale. Ed ecco che allora non solo gli si concede di parlare di qualsiasi argomento – anche di quelli di cui non è per nulla esperto, come in questo caso -, ma lo si incoraggia a farlo con trasmissioni televisive, interviste, iniziative pubbliche. E attorno a chi lo critica si fa terra bruciata, come è accaduto ad Alessandro Dal Lago e al suo bel libro (Eroi di carta, manifestolibri).

Il punto è proprio il ruolo dell’intellettuale. L’intellettuale – ce l’ha insegnato quel Gramsci così insopportabile al nostro Proust campano – è colui che rompe la coltre del conformismo per dire la verità in faccia al potere, costi quello che costi. Come ha fatto Edward Said difendendo la causa palestinese delle violenze fisiche di Israele e da quelle verbali dei tanti Saviano di cui è affollata la corte dei potenti del mondo. Ma spesso quando si dice la verità non si viene invitati a fare trasmissioni televisive, non si ha accesso alle prime pagine dei giornali, non si hanno tutti gli spazi possibili ed immaginabili per pontificare. Perché la verità fa male al potere ed il potere non tollera i nemici.

L’intellettuale, sempre per dirla con Said, è un outsider che non accetta compromessi, che non si piega alle logiche del sistema culturale e politico dominante, che non sostiene le cause dei forti contro quelle dei deboli.

Saviano è però soltanto uno dei tasselli di un puzzle ben più ampio. Si tratta infatti di capire – e lo dico con sincerità e senza ironia – perché un quotidiano come «la Repubblica» senta il bisogno, qui e ora, di impegnarsi nel cimento di sparare contro figure come Gramsci e Togliatti. Perché proprio loro e perché sparare a zero contro quella straordinaria esperienza che fu il comunismo italiano, quel «paese pulito in un paese sporco», per impiegare le parole di un intellettuale che pagò caro per le proprie idee, Pier Paolo Pasolini.

L’idea che mi sono fatto è forse elementare. Ed affonda le radici nella convinzione che «la Repubblica» sia parte di un clima culturale in cui è immerso tutto il mondo politico antiberlusconiano che non ha radici (almeno ideali) di classe: ossia il Partito Democratico e tutto quello che gli ruota attorno, anche in polemica con esso, da Di Pietro a Grillo, fino a SEL. Questo mondo politico vuole liberarsi di qualsiasi eredità intellettuale e storica che non sia utile a giustificare il suo agire. Si tratta di un mondo politico autoreferenziale, completamente staccato dalla realtà effettuale, post-moderno e post-democratico. Questo atteggiamento verso il passato, tutto volto soltanto a denigrare, senza alcun fondamento, i padri nobili del comunismo italiano (che sono poi i padri nobili della democrazia costituzionale italiana) ha come fine un ulteriore spostamento a destra della compagine politica che fino a qualche mese fa stava – almeno nominalmente – all’opposizione rispetto a Berlusconi. Oggi il governo Monti ha azzerato qualsiasi funzione politica di questo raggruppamento, ed in particolare, all’interno di esso, del PD, con una di quelle operazioni trasformistiche su cui proprio Gramsci ha scritto pagine definitive. In questa situazione, invece di riappropriarsi di una tradizione che potrebbe sostanziare un discorso politico più radicale - o anche soltanto più decente - il mondo politico ex-antiberlusconiano sceglie di scrollarsi definitivamente e platealmente di dosso la grande eredità storica e culturale che figure come Gramsci e come Togliatti rappresentano. Si tratta soltanto dell’ultima – per ora – puntata di un percorso che è stato avviato anni fa e di cui i principali artefici sono alcuni dirigenti politici fra cui spicca Walter Veltroni.

Non si tratta soltanto più di dire, come fece proprio Veltroni, che «Gramsci non ci appartiene più». Ora si è alla fase successiva: Gramsci non ci appartiene più perché era un violento, perché era il maestro di quella «pedagogia dell’odio» e dell’intolleranza di cui parla il duo Orsini-Saviano. Fare tabula rasa del passato significa avere le mani libere per fare qualsiasi cosa e per provare a farla digerire alla propria base, la quale forse deciderà un bel giorno (che non mi pare troppo lontano) di staccare la spina ad una partito, il PD appunto, nato già morto.

Liberi tutti!, dunque. Liberi soprattutto di correre verso il baratro di una politica che senza un albero genealogico non soltanto non ha un passato, ma non ha nemmeno un futuro.

Se davvero questi nostri alfieri della via salottiera al riformismo preferiscono sostituire nel loro pantheon ideale Gramsci con Saviano, tanto peggio per loro. Non dicano poi però che nessuno li aveva avvertiti.