Problemi della transizione al socialismo

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Si è svolto a Napoli, tra il 21 e il 23 novembre, il convegno promosso dal Centro culturale “La Città del sole” con il patrocinio dell’Istituto italiano per gli studi filosofici e dell’Istituto di scienze filosofiche e pedagogiche dell’Università degli studi di Urbino, sui “problemi della transizione al socialismo nel’URSS”.
No, non abbiamo sbagliato data! Il convegno si è svolto proprio nel 2003, a 12 anni dalla fine dell’URSS, a poco meno di novant’anni dalla rivoluzione d’Ottobre. E non intendeva essere – e non è stato – un convegno di “archeologi”, o di “nostalgici” che intendevano ricordare, commemorare, un tempo che fu. Esso ha scrutato nell’esperienza quasi secolare dell’URSS collocandosi dalla parte del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. A questo proposito il convegno ha posto le basi per la realizzazione di un obiettivo ambizioso: dar vita ad un Centro studi sulla transizione, che eviti la dispersione di materiali e libri preziosi, promuova iniziative di studio e analisi, nonché di diffusione di conoscenza tra le giovani generazioni, attraverso pubblicazioni, conferenze, seminari. “Quella della transizione dal capitalismo al socialismo – ha detto Sergio Manes nell’introduzione – è una delle questioni centrali della storia recente, che ha attraversato gran parte del ‘900, e ancora resta aperta nel nuovo millennio, sia per quei paesi che ancora si pongono in una prospettiva socialista, sia per quelle forze che intendono ricollocarsi e proseguire il proprio percorso in quella stessa direzione. La sua mancata o parziale soluzione ha, per il momento, determinato la sconfitta delle esperienze che convenzionalmente vengono definite di ‘socialismo reale’, con il conseguente sconvolgimento negli assetti economici e politici sull’intero pianeta negli ultimi anni del XX secolo. Essa è, tuttavia, questione aperta che ancora divide studiosi e politici – quanto meno nel giudizio che deve esser dato sulle esperienze ancora in atto e sulle loro prospettive –, questione di immensa portata e complessità, decisiva per la storia dell’intera umanità, sempre affrontata in modo episodico e ancora ben lontana da una compiuta comprensione”.
Una storia oggi rimossa, o prevalentemente scritta da chi vede in essa una sequela imperdonabile di errori ed orrori.
Abbiamo invece bisogno di studi scientifici e capacità critica – la verità è rivoluzionaria! – per liberare la storia dell'URSS e delle rivoluzioni socialiste dalla gabbia di menzogne, denigrazioni, demonizzazioni, categorie interpretative parziali, riduttive, devianti (“burocrazia”, “statalismo”, “totalitarismo”) che è stata costruita nel corso del ‘900 e si è consolidata in questi ultimi anni, in cui lo stravolgimento dei fatti, frutto di una feroce lotta ideologica condotta dal capitale (si vedano operazioni da Libro nero del comunismo) è divenuto senso comune grazie anche alla cortina di silenzio opprimente e liquidatorio che sull’esperienza dell’URSS e dei paesi socialisti è calata a sinistra, sì che si possono contare sulle dita di una mano le iniziative che negli ultimi 10-12 anni sono state dedicate a restituire ai comunisti, e soprattutto alle giovani generazioni, una storia di uomini in carne ed ossa che hanno tentato in condizioni difficilissime “l’assalto al cielo”, il più grandioso progetto di emancipazione che l’umanità abbia conosciuto. La prima cosa di cui abbiamo bisogno oggi è di riappropriarci – e farne appropriare le giovani generazioni – di quella storia, senza giustificazionismi apologetici e senza demonizzazioni. Oggi sono purtroppo altri a raccontarla, in modo grottesco, deformato, riduttivo. Ma essa, invece, è la nostra storia, e come tale va sentita e interpretata. Nessun serio progetto di emancipazione dell’umanità può ritenere di eluderla o aggirarla, ritenendola storia altra, o addirittura opposta rispetto al suo progetto.
Il convegno, completamente autofinanziato (i numerosi relatori e partecipanti sono venuti a proprie spese, il che dimostra quanto sia sentita come viva e attuale la questione) ha affrontato alcuni nodi teorici essenziali con la lucida e articolata relazione di Alessandro Mazzone, che ha fissato alcuni punti fermi sulle nozioni di “transizione”, “modo di produzione”, “formazione economico-sociale”, ricostruendo anche a grandi linee i momenti alti del dibattito teorico, cui dettero un contributo rilevante (anche se pressoché ignorato dagli studiosi occidentali) gli studi di Markow e della scuola degli storici di Lipsia nella RDT; nonché di Gianfranco Pala, che ha enucleato le categorie economiche marxiste della società di transizione, in cui merce, mercato, denaro, prezzo non scompaiono. La lunga diatriba su “socialismo e mercato” non ha senso: se la transizione socialista non può ancora dissolvere le classi, i prodotti debbono essere necessariamente scambiati in forma di merce – cioè in base a un prezzo e pertanto con denaro. E dove c’è merce c’è mercato, per definizione. Ma merce e mercato hanno una diversa natura: ciò che predomina nel mercato socialista è una sorta di “merce semplice”. In questo senso le riflessioni di Pala – in cui il “pessimismo della conoscenza” sui tempi storici molto lunghi della transizione sembra non lasciare spazio all’“ottimismo della volontà” – incrociano quelle di Fausto Sorini sul ruolo strategico che rivestono le elaborazioni dell’ultimo Lenin sulla NEP – Lenin insiste su una lunghissima transizione, in cui convivono elementi di capitalismo e di socialismo – e di Evgenij Varga (che diresse per vent’anni, dal 1927 al 1947, l’istituto di economia e politica mondiale dell’URSS), che pensava ad una “democrazia di nuovo tipo” per la transizione nei paesi dell’Europa orientale. Il grande errore della teoria sovietica, soprattutto nel periodo successivo agli anni ‘70, fu quello di ritenere che l’URSS fosse già arrivata allo stadio del “socialismo maturo”, precludendo così un approccio scientifico alla conoscenza della società, con le sue contraddizioni, e dunque anche la possibilità di una sua corretta direzione politica da parte del PCUS. Del resto, come osserva Andrea Catone sulla persistenza di categorie mercantil-monetarie nel socialismo, l’ultimo scritto di Stalin, Problemi economici del socialismo in URSS, affronta le questioni in termini problematici e nient’affatto trionfalistici, indicando tutto un cammino ancora da percorrere.
Quest’ultimo testo, insieme a quello sul marxismo e la linguistica, di poco precedente, costituisce per Hans Heinz Holz il “testamento filosofico e politico di Stalin”, che il filosofo berlinese interpreta, tra l’altro, come un’indicazione di abbandonare, dopo le tensioni del periodo della guerra, le forme imposte dal periodo eccezionale e di ricercare un terreno caratterizzato da minore conflittualità sociale: “una tale interpretazione autorizza una spiegazione differenziata del periodo, più di quanto non avvenga con l’usuale pubblicistica, che tutto tratteggia in bianco o nero, dunque, con rigide opposizioni”.
Ciò vale anche per lo studio dell’impostazione e organizzazione della scienza sovietica, delineato nella relazione di Andrea Martocchia, che, partendo da un’analisi non riduttiva e non schematica del “caso Lysenko” (il conflitto tra due tendenze della scuola genetica alla fine degli anni ‘30), ha tratteggiato un ricco quadro delle conquiste e dei problemi della scienza in URSS, di cui si ha tuttora in Occidente “un’immagine sostanzialmente caricaturale con finalità propagandistiche. A quanto pare,una analisi seria, una storia credibile della scienza sovietica, la possiamo incominciare a scrivere solamente noi”. E della ricchezza del dibattito ideologico, della complessità e pluristratificazione della cultura sovietica ha parlato, da un particolare e interessantissimo angolo visuale, che è quello del cinema, Guido Oldrini, secondo cui “l'unica cosa che criticamente non si deve fare, a proposito del cinema sovietico degli anni '30, è proprio quella che, nel più dei casi, oggi viene fatta: mettere tutto quanto insieme in unico fascio, liquidandolo alla svelta sotto l’etichetta di ‘totalitarismo staliniano’”. (Tra l’altro, uno degli obiettivi che si prefigge il Centro di documentazione e studio sulla transizione è quello di recuperare e rendere di nuovo fruibile il ricchissimo patrimonio della cinematografia sovietica).
L’articolazione della società sovietica, il dibattito appassionato sulle grandi questioni della società emerge ancora con chiarezza nel dettagliato e approfondito studio di Cristina Carpinelli su donne e famiglia in URSS dagli anni venti agli anni quaranta: una vera e propria rivoluzione culturale nel rapporto tra i sessi proposta dalla Kollontaj e un’avanzatissima legislazione familiare devono fare i conti (e modificarsi) con le esigenze di una società radicalmente trasformata dall’industrializzazione e, nel secondo dopoguerra, con la realtà di una popolazione maschile falcidiata dalla guerra. Del resto, anche nel campo dell’educazione la società sovietica discusse e sperimentò con una ricchezza che – come scrive Ferdinando Dubla nella sua comunicazione su Makarenko e la didattica del collettivo – “costituiscono ancora oggi un prezioso punto di riferimento per tutti i ricercatori e operatori dell’educazione che vogliono operare contro i riferimenti scolastici e culturali propri del capitalismo liberista e imperialista, senza per questo cadere nei teoremi della descolarizzazione e della morte dell’intenzionalità pedagogica”.
L’analisi storica si è spesso intrecciata con un approccio critico alle categorie interpretative. Prendendo le mosse dal celebre libro di Trockij La rivoluzione tradita, Domenico Losurdo ha messo in discussione la categoria stessa di “tradimento” della rivoluzione (essa è già presente nelle polemiche dei primi anni venti nell’opposizione non a Stalin, ma a Lenin dopo la repressione della rivolta di Kronstadt). Teoricamente e politicamente più adeguata è la categoria di “processo di apprendimento” dall’esperienza storica. Stalin ha iniziato un grande processo di apprendimento, ma non sa passare dallo stato d’eccezione alla normalità. Ma questo “passaggio alla normalità”, secondo Aldo Bernardini, docente di diritto internazionale, intervenuto con una relazione sul confronto tra la costituzione sovietica del 1936 e quella del 1977, era, se si tiene conto del pesante condizionamento internazionale, fortemente problematico: l’uscita dall’emergenza non si può fare a comando, e finché c’è imperialismo, c’è rischio di restaurazione capitalistica. A questo proposito, la relazione inviata da Kurt Gossweiler, prendendo le distanze da teorie complottistiche che non riescono a dar ragione dei processi strutturali che conducono alla sconfitta del socialismo, sottolinea però il ruolo della personalità nella storia, che, nella transizione socialista, è ben più rilevante che nella società borghese. Il “revisionismo”, nella teoria e nella pratica politica, di Chruscev sarebbe stato un fattore deleterio, che avrebbe minato alla base la società sovietica preparando il suo disfacimento. Per comprendere il quale, però, secondo Alessandro Hoebel, autore di un’ampia e accurata ricerca sui fattori di crisi che portano all’implosione del 1991, sarebbe errato un approccio unilaterale: va colta invece, in tutta la sua portata, la dialettica tra fattori endogeni ed esogeni (le guerra fredda e la corsa agli armamenti), tra fattori storici di lunga durata (tra i quali il problema dell’arretratezza, la dialettica isolamento/integrazione rispetto al sistema mondo capitalistico) e fattori contingenti (il ruolo di Gorbacev e Eltsin negli ultimi anni di vita dell’URSS). Su quest’ultimo aspetto getta nuova luce la relazione di Marcello Graziosi sulla politica interna ed estera dell’URSS nel breve periodo della direzione andropoviana, il cui corso si interrompe troppo prematuramente mentre Mauro Gemma fornisce un utilissimo ed esauriente quadro sullo spettro delle forze politiche in Russia oggi, dodici anni dopo la dissoluzione dell’URSS e alla vigilia delle elezioni presidenziali.
Ricostruzione storica e analisi politica e teorica si sono ancora intersecate nei lavori dettagliati e densi di Gianni Fresu, che ha ripreso l’analisi leniniana della concreta formazione economico-sociale russa in rapporto al problema delle alleanze operai-contadini nel periodo della NEP, il cui superamento nell’economia pianificata staliniana fu dettato dalla “necessità di compiere un balzo enorme nello sviluppo delle proprie forze produttive”, per difendere il paese in previsione di una nuova guerra imperialistica; e di Adriana Chiaia, che ha ridisegnato il quadro politico ed economico della collettivizzazione delle campagne, senza eludere la questione della repressione di massa, delle deportazioni e della forte mortalità che il processo di collettivizzazione comportò, ma collocandolo – sulla base di dati e documenti che smentiscono le cifre iperboliche di Conquest – nella sua dimensione storica che non consente assolutamente l’equazione “bolscevismo = nazismo”. Sugli anni ’20-’30 interviene anche la comunicazione di Lorenzo Pace sulle istituzioni e le organizzazioni della dittatura del proletariato in URSS, mentre Ruggero Giacomini affronta il rapporto Stalin/Trockij di fronte alla politica dei fronti popolari e alla guerra, osservando che la tesi dell’estraneità del principale oppositore di Stalin rispetto agli avvenimenti russi degli anni trenta viene smentita dalle carte dello stesso archivio Trockij presso la Houghton Library dell’Università di Harvard: “come Lenin aveva intuito, la rottura e lo scontro tra Trockij e Stalin ebbe gravissime conseguenze. Fu ‘guerra civile’ nella guerra mondiale, senza confini e senza regole e avrebbe profondamente segnato la vicenda dei comunisti nel XX secolo”. Alessandro Leoni ricostruisce il quadro geopolitico complessivo in cui si giunge a stipulare il patto Ribentropp-Molotov, col preciso intento di affrontare un argomento utilizzato come una clava dai sostenitori dell’equiparazione nazismo/comunismo (che il patto mostrerebbe in maniera esemplare e paradigmatica), ma che gli storici, anche quelli più ufficiali, di parte comunista, hanno trattato sempre di sfuggita e con un taglio iperdifensivistico che tradiva un qualche imbarazzo, a causa della profonda influenza idealistica, moralistica propria all'intero movimento comunista del '900.
Il convegno è stato dunque molto denso e ricco di relazioni, interventi, osservazioni, con una presenza sempre attenta dei partecipanti, tra cui un bel gruppo di giovani compagni provenienti da diverse città italiane.
Esso è riuscito, oltre le aspettative degli stessi promotori, a suscitare interesse e volontà di riprendere a studiare e approfondire le questioni della transizione al socialismo, con passione e rigore critico.
Esso ha dimostrato anche che è possibile riunire in una discussione costruttiva, basata sullo studio scientifico dei problemi, studiosi e militanti della “diaspora” marxista e comunista, accomunati dalla consapevolezza che senza teoria e conoscenza delle esperienze e dei progetti di transizione al socialismo nessun altro mondo è possibile.