L'esercito industriale di riserva

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La lunga mobilitazione degli immigrati bresciani ancora in attesa del permesso di soggiorno dal 1998, è un segnale molto importante che va ripreso soprattutto nelle indicazioni di lavoro che fa emergere. I dati su cui va affrontata una riflessione sono principalmente questi:


1) così come le altre ondate di mobilitazione che hanno visto protagonisti gli immigrati nel nostro paese, la lotta sorge su un obiettivo che è unificante per un settore consistente e più diseredato dell’immigrazione, quello dell’uscita dalla clandestinità;
2) la mobilitazione nasce (pur rimanendovi sostanzialmente isolata) in una situazione particolare come quella bresciana dove l’immigrazione clandestina è immediatamente legata alla condizione operaia dato che la gran parte dei senza permesso è già occupata in fabbrica;
3) il gruppo etnico che rappresenta la spina dorsale di questa mobilitazione è composto da immigrati pakistani i quali hanno, per loro storia nazionale, una lunga tradizione di mobilitazione e organizzazione sindacale.


Qui sta il nodo delle questioni.
Ad oggi, tutto ciò che in Italia si è mosso sull’immigrazione è stato per lo più connesso ad una visione solidaristica molto vicina a quella cattolica. L’immigrato era il soggetto povero cui offrire aiuto con un atteggiamento perlopiù paternalistico. Gran parte dell’associazionismo, pur lodevole nel lavoro di solidarietà materiale svolto in questi anni, ha rappresentato in alcuni momenti addirittura un ostacolo ad una presa di coscienza politica e sociale degli immigrati.
Così, mentre l’immigrazione nel nostro paese sta sempre di più assumendo il ruolo “classico” nell’economia capitalista, quello di esercito di manodopera di riserva, da parte della sinistra c’è poca comprensione di cosa rappresenta l’immigrazione e di come rapportarsi ad essa.
Seppure non in concorrenza con i lavoratori autoctoni, la funzione di questo esercito è quella di mantenere frenata e regolamentata la dinamica salariale e di essere un apripista per tutte le logiche di deregolamentazione del mercato del lavoro.
È vero che gli immigrati giocano un ruolo sostitutivo della manodopera italiana in varie branche e settori produttivi da questa disertati. È anche vero, però, che l’immigrazione ha, nei progetti padronali, un preciso ruolo politico che è forse ancora più importante di quello economico.
La borghesia ha una evidente strategia di divisione di classe che si fonda su una politica di discriminazione degli immigrati accompagnata oggi da una feroce campagna ideologica, cavalcata in modo preciso dalla destra, tendente a scaricare su di loro le inquietudini e le tensioni sociali dei lavoratori italiani.
La politica di discriminazione si sviluppa su livelli diversi: nel lavoro (gran parte degli immigrati svolgono lavori duri e pericolosi), nel salario (attraverso il lavoro nero e tutte le forme di precariato nonché attraverso la gestione del salario differito), nell’alloggio (la gran parte dei senza casa o degli abitanti in alloggi precari in Italia sono immigrati), nella scuola (non c’è bisogno di raccontare le difficoltà per i figli degli immigrati di inserirsi nel tessuto scolastico del nostro paese), nella inesistenza dei diritti politici e in molti casi di quelli sindacali.
Questa situazione, se possibile, è stata aggravata dalla legge Turco-Napolitano che ha posto ulteriori elementi di frammentazione e precarietà nella condizione degli immigrati con l’introduzione di differenti tipi di permessi di soggiorno e la codificazione di un differente stato giuridico tra immigrati ed italiani.
Le discriminazioni hanno la funzione di strumenti di divisione dei lavoratori. In effetti, esse introducono delle categorie speciali sul mercato del lavoro creando le basi oggettive per fare dell’immigrato un “lavoratore a parte”, caratterizzato essenzialmente dalla sua origine, che è messa in rilievo proprio dalla struttura del suo stato legale. Questa differenza obiettiva si riflette sul piano soggettivo. Tanto più che l’isolamento sociale, rafforzato dalla repressione poliziesca, l’inesistenza o la limitazione dei diritti politici, civili e sindacali tendono a stimolare tra i lavoratori italiani la percezione degli immigrati come gruppo a parte, addirittura concorrenziale, benché appartenente alla medesima classe. Questo è tanto più vero nel momento attuale in cui esiste una situazione di insicurezza generale per i lavoratori e casa, lavoro, sanità e scuola non appaiono più garantiti. Così il rifiuto e la xenofobia nei confronti degli immigrati tende a spingere i lavoratori a identificarsi più con la propria appartenenza nazionale o razziale che con la loro appartenenza di classe.
Razzismo e xenofobia portano i lavoratori italiani ad accettare e chiudere gli occhi di fronte al supersfruttamento e alle repressione nei confronti degli immigrati creando un indebolimento oggettivo e soggettivo dell’insieme dei lavoratori. La mancanza di case, la disoccupazione, ecc. non sono più visti come il prodotto del sistema capitalista, ma come il frutto della presenza degli stranieri.
In questo situazione la lotta degli immigrati bresciani assume una forte valenza di rottura. L’autorganizzazione degli immigrati, all’interno di un contesto più generale di difesa degli interessi dei lavoratori, è la sola strada percorribile per rompere il muro oggi esistente tra lavoratori italiani ed immigrati.
Il razzismo contro i “terroni” è stato spazzato via dalle grandi mobilitazioni operaie degli anni ’60 e ’70 in cui proprio i lavoratori di origine meridionale hanno avuto un grande ruolo. Il lottare fianco a fianco con comuni obiettivi ha avuto ragione delle diffidenze e delle differenze.
Oggi non siamo di fronte ad una grande stagione di lotte sociali, ma l’attenzione delle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori non può che andare nella stessa direzione. È necessario un progetto che ricostruisca l’unità tra i lavoratori a partire dalla difesa intransigente dei diritti civili e politici degli immigrati e demistifichi le teorie sui “flussi programmati” che, oltre che essere comunque funzionali agli interessi del sistema capitalistico, servono solo a istituzionalizzare che centinaia di migliaia di immigrati restino nella clandestinità.