Ancora sui rifugiati

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ungheria filospinatodi Jorge Cadima | da Avante!, settimanale del Partito Comunista Portoghese

Traduzione di Marx21.it

“Occorre stare attenti a ciò che si può nascondere dietro l'improvviso interesse della comunicazione sociale per il tema dei rifugiati”

La crisi dei rifugiati, di cui tanto si è parlato, non è cominciata ora. La novità che è stata diffusa dalla comunicazione sociale risiede solo nel fatto che tale crisi è arrivata in Europa. Per i paesi devastati dalle guerre imperialiste, e per quelli limitrofi, la crisi esiste già da molti anni. Se oggi si contano  più rifugiati che in qualsiasi altro momento dopo la II Guerra Mondiale (come afferma l'ONU), ciò si deve al fatto che ogni anno cresce la lista dei paesi distrutti dalle politiche di guerra e di rapina degli USA, della NATO e dell'Unione Europea.

Secondo l'Annuario Statistico del 2010 dell'agenzia dell'ONU per i rifugiati (non palestinesi) UNHCR, si contavano alla fine di quell'anno circa 34 milioni di rifugiati e sfollati (fuori o dentro i paesi di origine). Dei circa 10,5 milioni di rifugiati esterni, l'80% erano accolti da paesi in via di sviluppo e la comunicazione sociale dominante poco si preoccupava della tragedia.

I due principali paesi di origine dei rifugiati erano l'Afghanistan, vittima dell'invasione degli USA nel 2001, con tre milioni di rifugiati all'estero, e l'Iraq, vittime nel 2003 della guerra di Bush, Blair e Durrao Barroso (il cui appoggio alla guerra gli varrà in seguito la nomina alla guida dell'Unione Europea), con 1,7 milioni. In quel momento, la Siria era il terzo maggiore paese di accoglienza, dopo il Pakistan e l'Iran,  offrendo rifugio a più di un milione di rifugiati. La Libia, il paese che secondo i rapporti del Programma dell'ONU per lo Sviluppo (UNDP) aveva nel 2010 il maggior indice di Sviluppo Umano dell'Africa, accoglieva allora migliaia di lavoratori africani nella sua economia. Siria e Libia sono state nel frattempo distrutte dalle guerre NATO/USA/UE. La Libia si è trasformata nella maggiore porta di accesso dei rifugiati africani all'Europa, che attraversano il Mediterraneo dove frequentemente incontrano la morte. E la Siria, ridotta in macerie dalle bande al servizio degli autoproclamati “amici della Siria”, è diventata, secondo l'Annuario Statistico del 2013 dell'UNHCR, il secondo maggiore paese di origine dei rifugiati, con numeri molto simili a quelli dell'Afghanistan, entrambi con 2,5 milioni. In quell'anno, continuavano ad essere i paesi in via di sviluppo ad accogliere la grande maggioranza dei rifugiati: 86% del totale, secondo l'UNHCR. E la comunicazione sociale “occidentale” continuava a tacere.

Oggi si parla molto del dramma dei rifugiati siriani che arrivano in Europa. Ma chi ha deciso di intervenire militarmente in Siria? Non è possibile dimenticare titoli come: “Un esercito insorgente che sostiene di avere 15.000 uomini sarà coordinato in Turchia [paese della NATO] per affrontare il presidente Assad” (Telegraph, 3.11.11); “La CIA accusata si aiutare con l'invio di armi all'opposizione siriana” (New York Times, 21.6.12); “Nave spia tedesca aiuta i ribelli siriani” (Deutsche Welle, 20.8.12); o “Stati del Golfo pagano l'Esercito Libero Siriano” (ABCnews, 1.4.12). E occorre stare attenti a ciò che si può nascondere dietro l'improvviso interesse della comunicazione sociale per il tema dei rifugiati. Il primo ministro inglese Cameron chiede un “intervento militare per risolvere la crisi siriana” e l'ex Arcivescovo di Canterbury (capo spirituale della Chiesa di Stato in Inghilterra) difende gli “attacchi aerei e altro tipo di assistenza militare per creare enclavi sicure e punti di rifugio in Siria” (Telegraph, 5.9.15). Vale a dire, chiedono più guerra per far fronte ai danni causati dalle loro guerre (o almeno per tenerla lontano dalle terre di Sua Maestà). E uno dei maggiori patrocinatori delle bande fondamentaliste che distruggono la Siria, Re Salman dell'Arabia Saudita, si è incontrato con il Nobel della Pace Obama, per sentirsi dire “che il Pentagono sta ultimando un accordo con l'Arabia Saudita del valore di mille milioni di dollari, per fornirle armi per il suo sforzo militare [???] contro lo Stato Islamico e lo Yemen” (New York Times, 4.9.15). I piromani non riposano.