Jugoslavia. Bilancio della distruzione di un sogno

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di Milina Jovanovic | da Traduzione dal francese di Anna Migliaccio per Marx21.it

jugoslavia bandiera bruciataIn questo saggio presento le mie riflessioni personali sulla vita nell’ex Repubblica socialista federale di Jugoslavia e sulle tendenze attuali di privatizzazione e presa di controllo di risorse naturali, economiche e umane del paese.

Per 10 anni ho vissuto personalmente l’esperienza del migliore periodo del socialismo iugoslavo lavorando presso un organismo di studio e ricerca. Nelle pagine che seguono vorrei cercare di spiegare brevemente i principali aspetti ed istituzioni del sistema socio politico ed economico iugoslavo evocandone lo stile di vita e ciò che rappresentava per le diverse popolazioni del paese. Sette piccoli paesi, disorientati e colonizzati (ciò che resta della Jugoslavia) si battono oggi per sopravvivere stretti tra il loro passato unico ed un presente perturbato. Disperazione e apatia si mescolano alle guerre ed all’occupazione straniera. Nondimeno il popolo jugoslavo è duro a morire e lo proverò con qualche esempio di lotte operaie attuali e resistenza popolare.


La mia generazione ebbe l’opportunità di crescere a Belgrado nella Jugoslavia socialista. Come bambini di scuole elementari partecipavamo a momenti di autogestione. La scuola intera era all’epoca diretta dagli scolari dall’amministrazione all’educazione in classe dalla pulizia alla gestione delle cucine tutto gestito dagli studenti senza la presenza di adulti. Gli scolari applicavano ed adattavano i programmi mantenevano la regolarità degli orari facevano esposizioni e giudicavano i progressi dei loro compagni di studi. Mi ricordo perfettamente di tutte le volte in cui ho svolto il ruolo dei professori. Le note che davo ai compagni avevano lo stesso peso di quelle inflitte dai professori. Noi ci sentivamo abilitati, emancipati responsabili ed insieme interamente liberi. Andavamo a scuola a turni perché è provato che alcuni soggetti sono più ricettivi all’apprendimento al mattino ed altri al pomeriggio.

L’intera società poneva l’accento sullo sviluppo dei valori collettivi. Tutto ciò che si faceva a scuola era passato al vaglio, incluse le performances individuali, e discusso in presenza di genitori e studenti. Durante l’intera durata della mia formazione la mia generazione si è sentita al sicuro.

Prima del Movimento dei non allineati il solo scopo della jugoslavia era stato quello di insegnare alle nuove generazioni a difendere il proprio paese ma senza mai ingerire negli affari di altri paesi. La mia generazione non temeva il futuro. Crescevamo sereni e ottimisti avendo come unica priorità un discreto sviluppo personale e l’affrancamento dai retaggi del capitalismo e del patriarcato.

Come studentessa universitaria e più tardi come ricercatrice scientifica in materia di società ero convinta che una delle mie priorità fosse sviluppare un approccio critico al sistema socio economico e politico iugoslavo affinché esso potesse continuare ad evolvere. Forse la mia generazione fu l’ultima degli idealisti e sognatori jugoslavi.

La Jugoslavia non somigliava ad alcuno degli altri paesi delle storia recente. Me ne sono resa conto in maniera ben più profonda quando sono emigrata negli Stati Uniti. L’amico Andrej Grubacic l’ha scritto con eloquenza “La Jugoslavia per me e per quelli come me non era solo un Paese. Era un’idea”. L’immagine stessa dei Balcani è stata il progetto di un’esistenza interetnica, di uno spazio trans etnico e multiculturale di mondi differenti, un rifugio di pirati e ribelli, femministe e socialisti, antifascisti e partigiani, un luogo dove sognatori d’ogni sorta lottavano con forza contro la peninsularità provinciale, le occupazioni e gli interventi stranieri.” Come i miei genitori, credo anch’io ad una regione che riunisce diversi universi e dove tutti sono tutto. Non ho altra emozione che rancore verso tutti coloro che hanno contribuito a distruggere la Jugoslavia e sento la stessa cosa per coloro che oggi svendono ciò che ne è rimasto. Faccio parte di coloro che appoggiano le opinioni di M. Grubacic.

Il modello socialista iugoslavo.

Per certi versi il modello iugoslavo di socialismo è riconosciuto come unico anche da coloro che si oppongono a priori al socialismo. Purtroppo la gran parte dei saggi pubblicati in passato non hanno compreso questo carattere unico della Yugoslavia. Né i presupposti teorici, né la loro applicazione pratica sono ben noti in Occidente. Io non uso la formula “Yugoslavia comunista” perché questa assimila il modo di governo di un partito comunista al comunismo. Mi servo del termine comunista solo nel senso originario marxista di nuova formazione socio economica. Penso, infatti che la parola socialismo convenga meglio alla realtà sociale che esisteva in Yugoslavia tra il 1945 e il 1990. L’intera società socialista è transitoria e contiene elementi dei sistemi sociali antichi e nuovi.

La Yugoslavia socialista si fondava su molteplici principi di base, istituzioni e pratiche. I più importanti erano l’auto-gestione e la proprietà sociale. Il controllo sulle risorse locali era garantito da associazioni di produttori libere nel mondo del lavoro nel momento in cui il popolo partecipava direttamente al governo locale nelle sue associazioni di vicinato. La società aveva creato una particolare branca del diritto chiamata legge di auto gestione con corrispondenti tribunali. Taluni hanno criticato questo doppio diritto e l’abbondanza di leggi e regolamenti d’autogestione.  

E’ stato osservato che nessuno poteva possedere il frutto proveniente dalla proprietà privata ad esclusione che quello basato sul lavoro.

I teorici dell’auto gestione socialista arguiscono che questa poteva essere assicurata attraverso una forma unica di proprietà sociale. La proprietà sociale non è la stessa cosa che la proprietà di Stato. I mezzi di produzione, la terra le abitazioni le risorse naturali i beni pubblici l’arte i media e gli organismi d’insegnamento devono appartenere alla società nel suo complesso, a tutti e a nessuno in particolare. Solo un residuale 20% delle risorse agricole e delle piccole imprese permaneva in mani private. Le terre appartenenti ai contadini erano state limitate a dieci ettari per individuo.

La gran parte delle abitazioni erano costruite per I lavoratori e le loro famiglie. Secondo specifici criteri, si assegnavano gli alloggi ai lavoratori affinché li utilizzassero senza esserne proprietari. I loro figli e le successive generazioni potevano anche servirsene a propria volta senza averli in proprietà. Essi non erano affittuari. Questa forma giuridica è difficile da spiegare e travalica il punto di vista occidentale.

Nella Yugoslavia socialista un principio basilare era che i cittadini avevano il diritto inalienabile di controllo sulle risorse locali. Nelle libere associazioni di produttori i lavoratori avevano modo di assumere decisioni con cognizione di causa circa i bisogni, le risorse disponibili e dispensabili. Il popolo iugoslavo decideva delle sue risorse, dei suoi mezzi di produzione e della produzione stessa. Per esempio la produzione di energia elettrica è stata calcolata per molti decenni sulla base dei bisogni domestici. Fino agli anni 80 la gran parte dei prodotti iugoslavi era destinata all’uso interno e non all’esportazione. I documenti ufficiali mostrano che nell’arco di tempo tra gli anni 50 e gli anni 90 i partners commerciali abituali delle ex repubbliche iugoslave erano altre repubbliche iugoslave.

Oltre alla proprietà sociale l’altra istituzione fondamentale era l’autogestione. Le due cose erano ideali e principi base dell’intera organizzazione sociale. I gruppi di produzione libera (OUR) erano le unità di base del lavoro associativo ed erano organizzate a molteplici livelli. I lavoratori avevano deciso di lavorare insieme per rispondere ai propri comuni e difendere i loro interessi ed avevano creato tali associazioni. Essi lavoravano collettivamente utilizzando i mezzi sociali di produzione e i loro prodotti. Le associazioni di produttori liberi esistevano nell’ambito della produzione materiale ma anche dei servizi sociali, della cultura, dell’arte, dell’educazione e della sanità.

In alcune di esse le decisioni venivano assunte con referendum. I consigli operai si riunivano regolarmente per dirigere la quotidianità delle associazioni. 

Certi autori americani come Michael Albert (4) parlano spesso dell’economia partecipativa come fosse una novità. Essi riconoscono raramente il modello iugoslavo di autogestione esistente da oltre quarant’anni. Mio padre è stato un lavoratore e contemporaneamente un gestore della produzione. Nella mia gioventù ho potuto vedere l’autogestione in pratica e misurarne l’efficacia. Per esempio l’insieme dei membri di un’associazione si riuniva per scegliere i candidati al consiglio o pianificare la produzione annuale. E’ vero che con il trascorrere del tempo l’economia di mercato ed altri fattori hanno limitato il potere economico e politico dei lavoratori. Ma questo non deve diminuire il valore dell’esperienza iugoslava di auto gestione insieme teoria e prassi.

Le associazioni di vicinato (Mesna Zajednice) erano un altro tipo di unità di base di auto governo. La gente assumeva le decisioni concernenti la propria vita quotidiana ed il loro ambiente. Essi sceglievano i propri delegati al governo comunale e nazionale ed organizzavano le proprie condizioni di vita e di lavoro, il trattamento dei bisogni sociali, la cura dei bambini, l’educazione ecc. Ogni associazione aveva i propri statuti creati dagli abitanti della zona. Le decisioni importanti erano assunte con referendum.

Le comuni erano unità territoriali più grandi, fondate sui principi della Comune di Parigi (5),destinate ad assicurare il decentramento e la partecipazione diretta del popolo al suo auto governo. Le comuni, le province autonome le repubbliche e la Federazione erano interconnesse nella medesima piramide del sistema. Le costituzioni di tutte le repubbliche riconoscevano le comuni come unità di base socio politica d’una importanza capitale per i governi delle repubbliche e della Federazione. Lo scopo principale di tutte le strutture economiche e politiche della Yugoslavia socialista era quello d’assicurare a tutti i lavoratori le condizioni migliori di lavoro e di vita.  

Durante l’intero periodo socialista ed in particolare dagli anni 60 agli anni 80 la Yugoslavia è stata un paese prospero ove ciascuno vedeva garantiti il diritto di lavorare e di ricevere un salario adeguato e beneficiare d’una educazione di grande qualità fino al dottorato di un minimo di un mese di vacanze pagate e di congedo di malattia illimitato secondo i bisogni della propria salute. Di un congedo retribuito di maternità e paternità e di un diritto all’abitazione. (6) Inoltre la Yugoslavia è stata il solo paese al mondo ad avere inserito nella costituzione i diritti e le libertà delle donne. Le donne hanno fatto passi giganteschi nel campo dell’educazione e dell’impiego investendo in gran numero di ambiti tradizionalmente a dominanza maschile. La mia tesi di dottorato ha comparato il progresso delle donne in questi ambiti in Yugoslavia e d in California. I documenti che ho raccolto mostrano che le donne iugoslave sono riuscite a progredire e distruggere le abitudini patriarcali più delle californiane. (7)

Nello stesso periodo I trasporti pubblici funzionavano bene, la vita culturale ed artistica era fiorente ed anche su diversi aspetti all’avanguardia. Ogni evento culturale ed artistico era realizzato dal popolo. Non c’era cultura d’elite o arte d’elite. La partecipazione ad ogni manifestazione era a prezzo molto abbordabile. I bambini studiavano arte musica e diverse lingue straniere fin dalla più tenera età (già alla scuola d’infanzia). Nella tradizione originale del marxismo si ritiene che ogni persona debba essere elevata ad individuo ben sviluppato. Dalle scuole elementari abbiamo appreso ad equilibrare lavoro manuale e lavoro intellettuale e a resistere agli eccessi della specializzazione. La cultura generale era molto apprezzata. I corsi di storia e geografia comprendevano lezioni su tutti i continenti. Soprattutto nei primi anni persone di ogni età ed in particolare giovani lavoravano come volontari per costruire per costruire strade e ponti e piantumare alberi e foreste. Partecipare alle opere pubbliche offriva loro un sentimento di fierezza e forniva occasioni per nuove amicizie ed ampliamento degli orizzonti. La mia generazione aveva piani di formazione comprendenti gite di una settimana per fare conoscenza dei gioielli naturali di altre regioni. Il multiculturalismo iugoslavo è raramente compreso in occidente. Durante il periodo socialista c’era un gran numero di matrimoni misti e molti avevano abbracciato la causa della fraternità ed unità della Yugoslavia. La Yugoslavia socialista aveva buona reputazione nel mondo intero: è stata vista come membro essenziale tra le nazioni non allineate e partner importante delle relazioni internazionali.

Un incubo per I politici USA

Come ha spesso ripetuto Michael Parenti, essa (la Yugoslavia n.d.t) è l’esempio di un paese che indispone I politici americani soprattutto dopo gli anni 80. Questo genere di paese sfugge alla ricerca statunitense di dominio globale, ai progetti mondiali delle grandi compagnie e alla terzomondizzazione dell’intero pianeta. (8)

All’inizio degli anni 90 venne il tempo per gli USA ed I loro alleati NATO d’intervenire: hanno fatto di tutto incluso l’utilizzo della forza bruta per cancellare la Yugoslavia dalla carta d’Europa. La Yugoslavia (e soprattutto la Serbia e il Montenegro) che non hanno gettato via quel che restava del socialismo per instaurare il sistema del libero mercato. (9) Il suo smembramento e le guerre degli anni 90 non sono l’oggetto di questo saggio. Molte cose sono state scritte in proposito soprattutto per giustificare la guerra degli USA e della NATO, e l’occupazione che è seguita. Pertanto per un piccolo numero di ricercatori e di militanti appare evidente già negli anni 90 che l’obiettivo dell’impero mondiale è il medesimo in Yugoslavia come in altri paesi del globo. Cito ancora Parenti : “lo scopo degli USA è trasformare la Yugoslavia in un gruppo di piccoli principati aventi le seguenti caratteristiche: a) l’incapacità di fissare obiettivi di sviluppo indipendente e proprio b) risorse naturali interamente accessibili agli appetiti delle grandi compagnie internazionali ivi compresa l’enorme ricchezza di miniere del Kosovo ; una popolazione impoverita ma istruita e qualificata che lavora per salari appena sufficienti alla sopravvivenza, una mano d’opera a buon mercato adatta a ridurre i salari in Europa occidentale d) lo smantellamento delle industri e petrolifere d’ingegneria e minerarie farmaceutiche navali automobilistiche e agricole così da non costituire più concorrenza per i produttori occidentali. 

Gli Stati Uniti e la NATO hanno avuto altri vantaggi dalla distruzione della Yugoslavia che consideravano come una potenza regionale e come il germe di una federazione balcanica. Essi sapevano che la loro presenza fisica nella penisola balcanica avrebbe portato vantaggi supplementari quali il migliore controllo delle risorse e dello sviluppo europeo, dei traffici di eroina e di organi umani, e du pipeline del mar Caspio. Le così dette missioni di pace sono diventate programmi di occupazione garantite dalla costruzione di basi militare permanete e centri di detenzione.

Sotto molti punti di vista gli USA e l’Unione europea hanno ottenuto molti degli obiettivi prefissati. Durante l’ultima visita nella mia città natale ho visto ovunque nuove costruzioni. Ma l’occupazione completa, così come la demoralizzazione totale del popolo, non sono facili da realizzare con i balcanici. Nel suo film documentario “The Weight of Chains”, il serbo-canadese Boris Malagurski ha mostrato che molti popoli si risvegliano rendendosi conto che l’economia di mercato e il dominio straniero non sono nulla di positivo. Ciò che attraversa tutti i paesi della ex Yugoslavia e che gli ideologi del libero mercato hanno chiamato “iugonostalgie” si rafforza con la coscienza della grave perdita. C’è l’affermazione di una memoria collettiva del popolo, e la prova che le opposizioni esistono nella loro unità dialettica certe forze sociali lottano per l’ingresso in Europa altre si battono per ritrovare le loro tradizioni socialiste e mantenere l’indipendenza. 

I popoli iugoslavi non hanno potuto valorizzare la loro esperienza positiva del socialismo. Le ideologie imposte che glorificano i valori capitalisti e il consumismo i vantaggi dell’Europa e i progetti di affari internazionali sono influenti, ma un significativo numero di lavoratori tentano di riconquistare il proprio potere, battendosi contro le privatizzazioni, la disoccupazione e le misure d’austerità. La resistenza non è mai cessata.

L’avanzata dell’impero globale

Il programma neo coloniale si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Da qualche mese ho potuto osservarlo a Belgrado.

Passeggiavo per la città inciampando nelle numerose banche straniere.

In certi quartieri sono ad ogni angolo di strada con le loro entrate attaccate le une alle altre. Il numero degli uffici di cambio si è moltiplicato dagli anni 90. A questo corrisponde al dominio UE e dell’alta finanza internazionale sulle finanze serbe. I bancari serbi lavorano di malumore e appaiono scontenti delle condizioni di lavoro che gli vengono imposte.  

Gli effetti dell’ideologia capitalista di moda che glorifica i consumi sono chiaramente visibili nelle strade nei negozi, nelle istituzioni e nei media. Ogni anno si accresce il numero dei ristoranti “fast food”. I prodotti malsani hanno invaso il mercato serbo e l’importazione di OGM, benché il governo neghi di averli autorizzati Lo stesso per i cibi pieni di ormoni e batteri infettivi. Il risultato è che ci sono molti più cittadini in sovrappeso per le strade di Belgrado. Questo appare ancora un problema marginale perché i cittadini camminano molto e praticano jogging, ciclismo e yoga. L’aspetto più preoccupante è l’aumento dei quaranta o cinquantenni che soffrono di ipertensione e disturbi cardiovascolari.

Le compagnie straniere hanno acquistato molte società precedentemente iugoslave o serbe. La privatizzazione delle risorse è un esempio evidente di tale processo. Rosa Water è una società Coca-Cola ellenica; Voda Voda è la proprietaria di d’Arteska International Co., BB Minaqua Co. È collegata alla tedesca Krones, l’italiana Sidel e Thomson Machinery per la sua produzione a Cipro. Anche se molte di queste compagnie affermano di utilizzare condimenti “ecologici”, come la bottiglia Rosa a base vegetale, gli imballaggi in plastica lasciano filtrare sostanze chimiche tossiche nell’acqua delle bottiglie che molti Belgradesi oggi acquistano. In passato l’acqua del rubinetto era di gran lunga migliore, e nessuno pensava di avere bisogno d’acqua in bottiglia. Negli anni 90 tutte le bibite erano in bottiglie di vetro. 

Le industri di abbigliamento e cosmesi sono di proprietà straniera o sono serbe acquistate da stranieri. Se si considera il mercato dei prodotti di abbigliamento per bambini e prodotti per l’infanzia, i prodotti di bellezza e gli alimenti si trova un miscuglio di march esteri noti che approfittano dell’apertura di questi mercati: Avent, Disney, Chicco, Graco, Bertoni, Peg-Perego, Bambino, Pavlogal, Humana, Frutek, Hipp, Nestlé, Juvitana, Bebelac.

Kosili e Dr. Pavlovic sono delle eccezioni. Prima della guerra non avevamo che sparute firme italiane di prodotti per l’infanzia, mentre oggi Nestlé e Disney sono abbondantemente presenti. Anche le società serbe si danno nomi anglofoni come Beba Kids o Just Click, etc.

La marca belgradese Dahlia Cosmetics fabbricava prodotti a base minerale e vegetale. Oggi è privatizzata e, come dice il suo sito internet, è posseduta al 100% dalla belgradese Bechemija. Che a sua volta è stata formata da una fusione tra Delta de Zrenjanin e la slovena Sanpionka. Nel corso di tali privatizzazioni e fusioni migliaia di operai hanno perso il posto di lavoro. E’ difficile non immaginare che Dahlia abbia rimpiazzato I prodotti naturali con quelli sintetici. Basta leggere le etichette per porsi la legittima domanda. 

Duvanska Industrija Nis (l’industria del tabacco di Nis) è stata bombardata a ripetizione durante gli attacchi della NATO nel 1999. Era una delle manifatture più importanti e impiegava 2.500 addetti (11). I bombardamenti hanno preparato il terreno per il successivo recupero. Nel 2003, il gigante dei tabacchi Philip Morris si è impadronito della fabbrica serba di sigarette. Philip Morris si serve di tabacchi OGM saturi di pesticidi e di alter sostanza tossiche nella produzione di sigarette.

Per quanto attiene alle privatizzazioni molte imprese pubbliche hanno cessato di esistere alter si sono create successivamente ma dopo un paio d’anni dalla mia ultima visita. C’era un magazzino di souvenir nella via più trafficata di Belgrado mentre ora ce n’è uno diverso e le persone che ho interrogato non mi hanno saputo dire se era ancora un magazzino di souvenir. La Serbia non ha più industrie di abbigliamento ad eccezione di Centrotekstil, Kluz, Beko, Tekstilna Industrija Zemun ha del tutto cessato di esistere. Lo stesso vale per Elektronska Industrija Nis (l’industria elettronica di Nis) e per l’INSA de Zemun, che produceva orologi da polso. Le due industrie di elettrodomestici sono scomparse. Zastava l’industria automobilistica di Kragujevac, è stata distrutta. La prospera industria di calzature è ridotta alla Boreli, una firma la cui produzione, i siti produttivi e i magazzini sono stati messi a disposizione di Borovo per eventuali acquisti. Le lunghe lotte operaie alla Boreli non hanno risolto il problema delle privatizzazioni.

Il complesso delle industrie serbe è ridotto al 37 % di ciò che era nel 1986. Inoltre alcune grandi compagnie di politici come Madeleine Albright hanno messo gli occhi sull’industria dei servizi e sulle risorse della ex Yougoslavia. La Albright Capital Management (ACM), la società dell’ex segretario di Stato USA, ha cercato di acquisire la Telecom del Kosovo, come mi è stato riferito da Tanjug ed RTS il 18 agosto. Madeleine Albright ha servito sotto Bill Clinton ed è stata l’artefice delle guerre umanitarie contro la Yougoslavia e la Serbia.

Apple ha tutt’ora molti uffici a Belgrado e vende equipaggiamenti costosi ai settori privilegiati della popolazione.

E’ stato spesso osservato che il livello di colonizzazione di un paese si misura dal livello di contaminazione della sua lingua locale da parte di quella straniera. Oggi vi sono molteplici colonizzazioni La lingua serba è intrisa di termini stranieri soprattutto anglofoni. In molti casi certi neologismi appaiono ridicoli come ibridi scritti in cirillico con ortografia serba. Fa male ascoltarli e pensare di ridere. Abbiamo già una serie di parole contaminate dalla lingua turca, derivanti da secoli di dominazione ottomana benché abbiamo resistito alla loro integrazione e al loro utilizzo, ma quei neologismi apparivano più naturali di quelli che ora stanno avvilendo la nostra lingua. Innumerevoli imprese locali, gruppi musicali, agenzie turistiche hanno nomi inglesi. I popolari ristoranti sulle rive del fiume sono più attivi che mai. Uno di questi si chiama “Bollywood”.

I trasporti pubblici funzionano ancora bene a Belgrado, benché la recente introduzione delle macchine obliteratrici elettroniche abbia seminato una certa confusione tra gli utenti. Ci sono troppi manifesti nelle strade che celebrano il nuovo capitalismo consumista, vantando i meriti delle banche delle compagnie dei prodotti stranieri. Uguale pubblicità per il Viagra che il popolo serbo ha ribattezzato “Vulkan” (vulcano).

Tutto ciò genera profitti, oltre che consumatori fedeli e dipendenti. 

Mia figlia ha spiegato, nella sua tesi, che la cultura urbana di Belgrado rimane stretta tra la pressione dei mercati globali diretti dal potere politico degli USA e dell’UE, e la sua policoltura originaria sia passata che presente. Il popolo serbo e i belgradesi in particolare resistono a questo potere in molti differenti. Possono ritenere utile incorporare taluni elementi della cultura americana dominante alla propria. Perlopiù, essi mantengono le proprie tradizioni. I cittadini frequentano molti eventi estivi, quali I teatri all’aperto, I concerti gratuiti di jazz per le strade, i percorsi turistici negli anfratti della città dove le tradizioni dei villaggi si sposano al progresso tecnologico. Organizzano campi per giovani e corsi di yoga sulla spiaggia belgradese di Ada. Pare che i serbi vogliano approfittare al massimo della mescolanza culturale, resistendo allo sforzo colonialista di sopprimere ciò che è esclusivamente nazionale. 

Ci sono gruppi come il Freedom Fight Movement (Movimento di lotta per la libertà). Il Freedom Fight è attivo su diversi fronti che vanno dalle lotte operaie all’opposizione alla conferenza dell’OTAN dell’anno scorso. Il gruppo collabora anche con diversi organismi internazionali che lavorano sui sistemi indipendenti di alimentazione biologica locale. L’azione determinata dei belgradesi ha indotto l’ambasciata americana a sigillare tutte le finestre che guardano sulla strada, sostituendole con i muri. L’anno scorso, quando i media hanno riportato la notizia che si stava aprendo a Belgrado la più grande centrale nucleare del paese la collera popolare ha sortito i suoi effetti e le autorità non hanno più proferito parola su questo progetto.  

I decenni di crisi economica, guerra, embargo, e bombardamenti della NATO, così come la perdita della proprietà della gran parte delle industrie e dei sistemi finanziari i programmi che hanno imposto la “riforma dell’educazione” ed il costante degradarsi delle condizioni di vita hanno avuto gravi conseguenze. L’economia nazionale serba è a tutt’oggi più importante di quella della ex Yugoslavia nel 1990, quando gli Stati Uniti affermarono che era troppo importante ed impossibile da regolare presentando questo come un motivo per smantellare la Yugoslavia. L’anno scorso il reddito mensile medio in Serbia era di appena 320 euro. Questo degrado delle condizioni di vita ha intaccato la moda. Per la prima volta le belgradesi hanno perduto l’abituale eleganza. Le giovani donne evidentemente fanno eccezione a questa regola ed appaiono alla moda, cosmopolite e ribelli come sempre. 

La Serbia ha inoltre un altro grande problema che è l’invecchiamento della popolazione. E’ oggi uno dei dieci paesi al mondo con la popolazione più vecchia. Molta gente ha abbandonato la patria, e quelli rimasti non sentono più la motivazione ad allevare dei figli. La Serbia vive il settimo anno di saldo negativo tra nascite e decessi e vive una crisi demografica drammatica. 

Sarebbe sbagliato pensare che I Serbi accettino tutto in silenzio. Anche nella situazione di estremo pericolo durante i 78 giorni di bombardamenti hanno fatto catene umane per difendere navi e porti, hanno organizzato concerti e manifestazione per lanciare il messaggio che essi resisteranno all’occupazione con lo spirito degli antenati. Greg Elich l’ha ben sottolineato (12) Andrej Grubacic ha descritto (13) come i lavoratori serbi hanno lottato nel corso degli anni contro le privatizzazione e la perdita dei mezzi di produzione. Quest’anno ho incontrato più serbi critici verso il governo lUE e i diktats globali degli USA che nelle mie precedenti visite. Malgrado tutto non ho lasciato Belgrado senza speranza. 

I Serbi e tutti I popoli dei balcani hanno dimostrato nel corso dei secoli la propria forza la saggezza e la fermezza della resistenza a tutti gli oppressori che gli ha consentito di sopravvivere alle condizioni più sfavorevoli.

Tutti I popoli della Yugoslavia hanno perduto molto negli ultimi vent’anni. Ma anche quelli della Cecoslovacchia e della Polonia, dell’Ungheria e degli altri paesi europei. Nella sua corsa al profitto e nella sua volontà di dominio l’impero globale esige ancora più rinunce sacrifici e misure ciniche d’austerità. Le politiche funeste in economia, ecologia, educazione e sanità sono cappi al collo dei lavoratori di tutto il mondo. Possiamo sperare di risvegliare l’interesse per il passato unico della Yugoslavia e le lotte attuali dei suoi lavoratori che aprano la via ad una migliore comprensione e solidarietà oltre le frontiere. 

Fonti: Balkans Infos

Note

(1) Anna Nevenic a présenté une description semblable de ce qu’ont vécu nos générations dans la Yougoslavie socialiste dans “A Short History of Serbia, Yugoslavia and the Balkan People”. 2003. Palm Springs, CA : United Children’s Network, p. 111-129

(2) Andrej Grubacic. 2010. “Don’t Mourn, Balkanize ! Essays After Yugoslavia”. Oakland : PM Press, p. 11-13

(3) Harold Lydall. 1984. Yugoslav Socialism. New York : Oxford University Press, p. 268. Même Lydall s’est servi de certains chiffres montrant qu’en 1980 30 % de la force de travail active se trouvait dans le secteur privé, laissant près de 70 % dans le secteur public.

(4) Grubacic, Ibid, pp. 220-241

(5) Mile Ilic and Branislav Markovic. 1996. Lokalna Samouprava u Jugoslaviji. Gradina.

(6) Certains de ces faits soulignés par Michael Parenti. 2000. “To Kill a Nation : The Attack on Yugoslavia”. New York : Verso. p. 17

(7) Milina Jovanovic. 1998. “Women’s Education and Employment in Yugoslavia and California”. Ann Arbor, MI : UMI

(8) Parenti, Ibid, p. 17

(9) Ibid, p. 18

(10) Parenti, Ibid, p. 19

(11) Greg Elich. 2006. “Strange Liberators : Militarism, Mayhem and the Pursuit of Profit”. Coral Springs, FL : Lumina Press, p. 213

(12) Elich, Ibid. p. 224

(13) Grubacic, Ibid. pp. 185-250 ; des exemples de luttes ouvrières à Zastava Elektro, Srbolek, BEK, Jugoremedija, et autres.