Dopo il voto greco e francese: alcuni spunti di riflessione

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Nota a cura del Dipartimento Esteri del PdCI

Il secondo turno delle elezioni legislative francesi e le ultime elezioni politiche in Grecia hanno messo in luce alcune questioni la cui portata travalica – e di molto – i confini dei rispettivi paesi, per divenire dibattito pubblico e di portata strategica in tutta l’Europa.

Tanto dal voto francese quanto da quello greco emerge ancora, sia pure in contesti così diversi, una sostanziale tenuta del sistema dominante euro-atlantico su cui si regge una Unione europea neo-liberista e neo-imperialistica che si presenta sempre più irriformabile nei suoi assi portanti. La crescita di alcune forze comuniste e di sinistra che si è manifestata in questo contesto va sicuramente valorizzata e popolarizzata, ma essa si pone ancora, di fronte al poderoso attacco del capitale in tutto il continente, inevitabilmente, su un terreno difensivo, di importante accumulazione di forze anti-capitalistiche e progressive, non già su quello di una alternativa strutturale e sistemica credibilmente realizzabile a breve termine, nell'ambito degli attuali rapporti di forza che segnano un'area Ue a rigida tutela atlantica.


Ciò è vero in primo luogo in Francia, dove il Partito Socialista disporrà di una maggioranza assoluta ed autosufficiente di seggi in parlamento e non dovrà quindi dipendere dall’appoggio parlamentare dei comunisti e del  Front de Gauche. Anzi, grazie ad un sistema elettorale fortemente bipolare, maggioritario e a doppio turno (fatto apposta per marginalizzare le forze anti-sistema e per stabilizzare le forze che convergono al centro – e che qualcuno vorrebbe introdurre anche in Italia...), il Front de Gauche esce fortemente ridimensionato nei voti e nei seggi, nonostante il largo consenso nel paese espressosi col voto alle presidenziali. Ciò contribuirà a spostare ancora più al centro l'asse politico e programmatico del PS e della presidenza Hollande, nell'ambito di un nuovo compromesso euro-atlantico Obama-Hollande-Merkel-Monti-Cameron, imperniato su tre assi portanti.

Il primo basato sulla rigida difesa dell'euro e delle compatibilità strutturali neo-liberiste dell'UE, conciliando - come ormai dicono tutti - “rigore e crescita”. Ma quel che si profila è però una crescita che non salvaguardia i diritti del lavoro e lo stato sociale, ridimensipona l'intervento statale in economia, prospetta nuove privatizzazioni, protegge col denaro pubblico il carattere privatistico del sistema bancario e si affida in maniera esclusiva al privato ed al ruolo preminente di un sistema bancario privatizzato.

Il secondo asse è centrato sul rafforzamento del carattere federale dell'UE e della sua “Unione politica”, il che – detto in parole povere – significa riduzione drastica della sovranità nazionale dei paesi piccoli e medi dell'Unione (tra cui l'Italia) ed il rafforzamento dei poteri politici, economici, finanziari sovranazionali, che fanno capo ai poteri più forti dell'UE, alle grandi banche ed alle società multinazionali, segnatamente al capitale tedesco.

Infine si adotta una politica estera a rigida osservanza euro-atlantica, in cui proprio la Francia di Hollande, ben più della Germania, sta assumendo in questi giorni il ruolo di battistrada nella guerra contro la Siria (in sostanziale continuità con le politiche neo-coloniali di Sarkozy).

Ciò è vero, in altra misura, anche per la Grecia, dove l'esito del voto segnala elementi ancora forti di tenuta del sistema euro-atlantico. E se è vero che la destra di Nuova Democrazia (ND), sostenuta dal Pasok, torna al governo grazie anche ad un sistema elettorale maggioritario che regala ben 50 seggi (1/6 del Parlamento) al partito che arriva primo, è anche vero che la somma dei voti dei partiti che in vario modo hanno sostenuto o subito i diktat dell'Unione europea, raggiunge comunque la maggioranza assoluta dei voti espressi (con una astensione al 40%). Mentre le due forze di sinistra che, sia pure con diversità di accenti, si sono opposte alla politica della Ue (Syriza e Kke) raccolgono insieme poco più del 30% (27% la prima, 4,5% la seconda).

Di fronte al ricatto se accettare o meno le compatibilità di Bruxelles, pena l'esclusione dall'Unione e dall'euro e nonostante le istituzioni greche siano quasi al collasso, larghe fasce di popolazione siano scivolate nell’indigenza ed il 40% della popolazione si sia astenuta dal voto, il sistema è stato ancora in grado di mobilitare a suo favore – soprattutto tra le classi medie - una maggioranza di consenso attivo verso le forze legate all’establishment di Bruxelles.

Diciamo ciò perché questo rende evidente quanto ancora lunga e difficile sia la battaglia dei comunisti e delle forze anticapitalistiche in questa parte del mondo (già Gramsci, nelle sue analisi sulla Rivoluzione in Occidente, indicava un lungo percorso a tappe, fatto di una paziente conquista di trincee e casematte ed invitava a guardarsi da ipotesi di rapida precipitazione rivoluzionaria in Occidente, pur in presenza di crisi economiche anche gravi). Siamo probabilmente ancora, pur nell'approfondimento grave e strutturale di una crisi di sistema nel cuore dell'Europa e dell'Occidente capitalistico, in una fase di resistenza e di paziente accumulazione di forze, per cui non esistono durevoli e strutturali soluzioni in tempi rapidi, né si profila a breve un collasso globale del sistema su scala mondiale.

Il voto greco, incoraggiato dal corposo premio di maggioranza, è stato segnato quindi da una fortissima tendenza bipolare che ha spinto l’elettorato al “voto utile”, premiando Nuova Democrazia e Syriza e punendo tutti gli altri. Basta un dato per rendersene conto. Alle elezioni del 6 maggio scorso i primi due partiti si attestavano su una media di voti del 18%, ora si arriva quasi al 30% (ND) e al 27% (Syriza). Tutto questo in un clima di fortissima ingerenza sia interna che esterna. La Germania ha apertamente invitato a votare per ND ed un editoriale bilingue del Financial Times invitava a “creare chiare condizioni politiche” e votare “coraggiosamente per le riforme invece che a favore della rabbia contro delle misure dolorose, strutturali e necessarie”. Non meno forti sono state le pressioni interne, come per esempio quelle degli armatori (il cui peso economico in Grecia non è certo secondario), che hanno apertamente dichiarato di far battere bandiera panamense alle loro imbarcazioni, per non dover più pagare le tasse allo stato greco. 

Il voto popolare, quindi, si è svolto in un clima di grandi intimidazioni, pressioni e ricatti. Ed una parte maggioritaria dell'elettorato attivo ha temuto uno scenario di isolamento-estromissione della Grecia dall'euro e dall'Ue. Senza che fossero chiaramente prospettate dall'insieme della sinistra greca altre sponde internazionali con cui stabilire forme di cooperazione economica, politica e finanziaria alternativa alle soffocanti politiche attuali (un tema questo di portata globale e strategica, su cui varrà la pena di ritornare a parte ed approfonditamente...).

A sinistra, la straordinaria affermazione di Syriza (passata in pochi mesi dal 3-4% al 27%) ed il risultato ondeggiante del KKE, passato prima dal 7,5 all'8,5% e dopo solo un mese crollato al 4,5%, vanno a nostro avviso valutati considerando, in modo non semplicistico e propagandistico, una varietà di fattori.

Anzitutto il crollo del Pasok ed il naturale travaso (incoraggiato dai media dei gruppi dominanti più legati all'area socialdemocratica) di una parte importante del suo elettorato di sinistra verso la forza più affine alla sua sinistra: un'organizzazione come Syriza che per molti aspetti si richiama alle posizioni del “socialismo di sinistra” e che sicuramente viene percepita dagli ex elettori del Pasok più affine di quanto non lo sia il KKE.

Secondariamente il vantaggio di cui ha goduto Syriza di potersi presentare a sinistra come l'unica forza in grado di battere la destra e di aggiudicarsi il premio di maggioranza (inducendo, presumibilmente, una parte di elettori comunisti a votare in questo caso non per il KKE ma per Syriza, in nome del “voto utile”).

Inoltre va considerata la capacità che ha avuto Syriza - al di là del giudizio che si può dare sul suo programma e sul suo profilo politico-ideologico - di presentarsi all'insieme delle forze di sinistra come una forza unitaria ed unificante, a fronte della scelta del KKE che sembra essere apparsa a molti elettori di sinistra troppo esitante o riluttante nell'indicare all'insieme delle forze progressiste e di sinistra una piattaforma tattica capace di unificarle nell'azione, sia pure attorno a obiettivi parziali. E questo senza ovviamente rimuovere le divergenze importanti che esistono da tempo tra i comunisti e le diverse componenti della sinistra greca, che nessuno di noi intende sottovalutare o banalizzare.

È stato già scritto (l'economista Brancaccio, tra gli altri), che anche la posizione di Syriza contiene in sé un elemento problematico e contraddittorio: a fronte di una manifesta indisponibilità della Germania e dell'Ue nel suo insieme - come stiamo verificando proprio in questi giorni - a concedere alla Grecia correzioni sostanziali al Memorandum, se non piccole ed insignificanti modifiche, quali margini esistono per la Grecia di sottrarsi ad una politica di massacro sociale, restando al tempo stesso legata alle compatibilità dell'Ue e dell'eurozona?

Porre questo problema, su cui attira l'attenzione una parte della sinistra greca, comunista e non, significa mettere il dito nella piaga. 

Quale base realistica può avere oggi nell'Unione europea, così come essa è venuta storicamente evolvendo, una posizione che dice: respingiamo la linea UE ma non vogliamo uscire dall'euro e dall'Unione?

Ci sono i margini politici ed economici per questa “terza via”? O viceversa l'alternativa secca che si pone ai comunisti e alle forze di sinistra è: o si capitola ai diktat dell'UE e dei suoi poteri forti o se, invece, si tiene duro sul no a questa linea si innesta una dinamica destinata in ultima analisi a portare un paese (oggi la Grecia, domani, forse, altri paesi in cui la crisi dovesse approfondirsi) fuori dall'euro e da una Ue che si configura sempre più intrecciata al sistema imperialista euro-atlantico?

Non spetta a noi dare giudizi sulle scelte politiche compiute dai compagni greci e non ci convincono gli atteggiamenti di chi, da altri Paesi e in altri contesti intende dare pagelle. Seguiremo con interesse le riflessioni che i comunisti e le diverse forze della sinistra greca svilupperanno in proposito, senza alcuna pretesa di dare lezioni a chicchessia (né alcuna propensione a riceverne). Con queste prime sommarie considerazioni intendiamo semplicemente offrire spunti di riflessione a tutte le forze comuniste e di sinistra, italiane ed europee, che come noi si pongono nel tempo presente e senza velleitarismi il tema della trasformazione in senso progressivo e socialista della società italiana e dell'Europa: sulla base di prospettive radicalmente alternative a quelle su cui è stata costruita e si sviluppa questa Unione euro-atlantica, neo-capitalistica, neo-imperialista, nemica dei popoli, del progresso sociale e della pace.