Hong Kong, colonialismo di ritorno e speranze di "rivoluzione"

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hongkong cina bandieradi Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

Partiamo da un dato di fatto (testardo) non contestabile: nel 2017 cinque milioni di cittadini di Hong Kong eleggeranno, per la prima volta, a suffragio universale il proprio Capo dell'esecutivo: un avanzamento sostanziale – un concreto “balzo in avanti” - se si pensa che neppure vent'anni fa la nomina arrivava direttamente dalla Corona britannica, ancora potere coloniale. Certo, il meccanismo elettorale studiato dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo prevede una pre-selezione delle candidature da parte di una commissione di 1.200 persone rappresentative di diverse categorie sociali e produttive (ma uno sbarramento all'8% non rappresenta esso stesso una pre-selezione poco democratica, una forzata limitazione della libertà di scelta e la negazione della prescrizione costituzionale del “voto libero e uguale”?), ma il dato non cambia: per l'ex colonia britannica e la sua popolazione si apre un nuovo capitolo. Tanto che a riconoscerlo – pur tra le accuse di tradimento e voltafaccia – è lo stesso governo britannico in un comunicato ufficiale: "Mentre ci rendiamo conto che non esiste un modello perfetto, la cosa importante è che la gente di Hong Kong ha ottenuto una vera e propria scelta".


Il processo decisionale è stato seguito con particolare attenzione proprio dalla Gran Bretagna, ex potenza coloniale, tanto da autorità governative quanto dal parlamento, con dichiarazioni e specifiche inchieste. Tutto nel nome di quello che Chris Patten, ex governatore di Hong Kong, ha definito come un “obbligo morale e politico” che chiama in causa direttamente “l'onore” britannico in difesa della Dichiarazione congiunta cino-britannica del 1984 volta alla difesa dello status particolare di Hong Kong nell'ambito della formula “Un Paese due Sistemi”. Una richiesta di supervisione di un processo legislativo interno – e sovrano – che ci porta indietro di un secolo, quando Londra, come altre potenze, si era ritagliata zone di influenza nel territorio del Celeste Impero, utilizzando alla bisogna il libero accesso delle proprie cannoniere lungo i fiumi cinesi per Proprio Chris Patten ha liquidato la riforma elettorale come “negazione della democrazia” e nulla più che una riproposizione, in chiave cinese, del sistema elettorale della Repubblica islamica dell'Iran. La risposta di Liu Xiaoming, ambasciatore cinese a Londra, al lord britannico non poteva essere più precisa: “Per più di un secolo e mezzo la Gran Bretagna ha avuto totale responsabilità sul territorio e non ha fatto nulla per favorire o introdurre la democrazia. La critica di persone come lord Patten nei confronti della Cina, per carenze nell'introduzione di democrazia, è la peggiore tra le ipocrisie”.

A noi viene facile domandarci: in quale Paese occidentale – e non solo – una dichiarazione congiunta ha più valore di una processo legislativo sovrano o di una legge fondamentale? Occorre, inoltre, ricordare come proprio la “Dichiarazione congiunta del Governo della Gran Bretagna e della Repubblica popolare cinese sulla questione di Hong Kong” del dicembre 1984 non prevede alcuna specifica forma particolare di elezione, limitandosi nella quarta “politica fondamentale” a sottolineare che il Capo dell'esecutivo will be appointed by the Central People's Government on the basis of the results of elections or consultations to be held locally”1. Su questa base possiamo dire – a maggior ragione – che la Cina popolare ha scelto tra le due possibilità – elezione o consultazione – certamente quella più democratica.

La risposta dell'ambasciatore trova riscontro – e non poteva essere diversamente – anche nelle parole di un sinologo di fama internazionale – e non certo benevolo nei confronti di Pechino – come Kai Vogelsang: “L'Inghilterra non ha mai accordato diritti politici ai suoi abitanti. La colonia era retta da un governatore nominato dalla Regina e da due camere i cui membri non venivano eletti, ma erano designati dalla stesso governatore. […] Solo dopo il 1984, quando fu stabilito che Hong Kong sarebbe tornata alla Cina, gli inglesi, con grande disappunto delle autorità cinesi, fecero dei frettolosi tentativi di democratizzazione, senza risultati”. Ipocrisia, quindi, unita alla volontà di mettere in difficoltà Pechino, ma non solo. Il professore dell'Università di Amburgo accusa Londra di aver consegnato una città politicamente tutt'altro che vivace: “Quando la Cina riebbe la sovranità su Hong Kong, nel 1997, la città era politicamente docile e una miniera d'oro dal punto di vista economico: il Partito comunista cinese poteva ben garantire che ne avrebbe rispettato l'autonomia per altri 50 anni2. Viene naturale chiedersi se sia una caso che le aspirazioni democratiche, prima dormienti, del “Porto profumato” si siano sviluppate proprio a partire dal ritorno alla Madrepatria governata da un partito comunista. Non possiamo infatti nascondere il fatto che la recente decisione e lo sviluppo del movimento di protesta “Occupy Central” abbiano attirato l'attenzione di mass media occidentali e che il governativo Global Times sia intervenuto per fugare ogni speranza di vedere Hong Kong trasformarsi nella Kiev cinese, con movimenti di protesta sostenuti a fini eversivi da potenze straniere. Speranza che in qualche stanza dei bottoni occidentale è stata - ed è tuttora - coltivata. Come è evidente – a parere di chi scrive - che Pechino abbia, con la sua scelta, cercato la prova di forza, probabilmente definitiva, con i gruppi di opposizione più radicali che minacciavano l'avvio di un'ampia campagna di disobbedienza civile se non fossero state accolte le richieste di elezioni libere e senza controlli. Inutile nasconderlo: ad essere messa in discussione era – ed è - la stessa centralità politica del Partito comunista cinese... in una parte del Paese stesso, assai esposta alle interferenze straniere e che vede la mobilitazione di movimenti di protesta di natura anticomunista i cui rappresentanti sono ospiti benvenuti e coccolati dei governi occidentali. Una “spina nel fianco”, una base di costante ispirazione e reclutamento per operazioni di rivoluzione “colorate” nelle periferie (si pensi al Tibet e allo Xinjiang), che, aggiungendosi all'opera di contenimento e accerchiamento messa in atto nell'ambito del Pivot to Asia statunitense, metterebbe in costante rischio la sicurezza e l'integrità della Cina popolare. Chiare, a questo proposito, sono le parole del prestigioso Economist per il quale la decisione si configura come una “grande occasione mancata” per lo sviluppo democratico dell'intero Paese. Persiste, benché ora frustrata, la precisa volontà di utilizzare Hong Kong come “incubatore” di un cambiamento politico generale che metta fine all'anomalia pechinese: un governo a guida comunista con un modello di sviluppo in grado di conquistare sempre più consenso a livello internazionale.

NOTE

1 Il testo della dichiarazione congiunta è disponibile per la consultazione sul sito www.legislation.gov.hk/
2 Kai Vogelsang, “Cina. Una storia millenaria”, Einaudi, 2014, pag. 531.