La Russia nell' "Asse del male" ?

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di Mauro Gemma | da "L'Ernesto" N.6/2004

crimea russia bandieraIn queste ore, oltre a subire il bombardamento di un apparato mediatico completamente asservito alla propaganda della NATO, tocca anche leggere in rete commenti da parte di esponenti di "Sinistra, Ecologia e Libertà", di alcuni promotori della lista Tsipras e di altre componenti della cosiddetta "sinistra radicale" improntati all'ossessivo refrain "dell'intervento militare russo che va fermato", dell' "occupazione della Crimea", della "violazione russa della sovranità nazionale e del diritto internazionale". Ora, è doveroso replicare che questa storia della Russia che, pressata a casa sua dalla NATO, circondata e assediata e minacciata di sanzioni e quant'altro, passerebbe per paese occupante, è veramente un capolavoro di ipocrisia. Si invoca il diritto internazionale, quando la prima gravissima violazione del diritto internazionale si verificò già nell'agosto del 1991 con la proclamazione dell'indipendenza dell'Ucraina, contravvenendo platealmente al risultato del referendum sulla conservazione dell'URSS del marzo 1991 (voluto da Gorbaciov), in cui oltre il 70% degli ucraini (con punte di oltre l'80% in Crimea e nell'Ucraina orientale) avevano votato si.
Ma di che cosa stiamo parlando, quando tutte le vicende che hanno accompagnato l'avanzata della NATO ad est (insieme all'UE) negli ultimi 25 anni sono state segnate da sistematiche violazioni di questo diritto? La verità è una sola. E' almeno da un decennio che da parte delle dirigenze occidentali si opera per creare le condizioni del rovesciamento di Putin e della sua leadership. E per far tornare la Russia ai "bei tempi" di Eltsin tanto graditi agli interessi delle multinazionali occidentali, quando, da noi, neppure il massacro del legittimo parlamento aveva sollevato un moto di indignazione degno di questo nome. Oggi un imperialismo privo di scrupoli (in particolare quello USA) è disposto anche a sferrare alla Russia un primo colpo nucleare, come hanno denunciato persino personalità che hanno fatto parte dell'amministrazione USA (link). Questa è la verità, nuda e cruda. Tutto il resto è fumo negli occhi che serve a giustificare tutti i crimini dell'imperialismo. E anche "a sinistra" nel nostro paese (e in Europa occidentale) non si scherza.

E proprio alla luce di quanto sta accadendo ora alle porte della Russia, che abbiamo ritenuto utile riproporre un articolo scritto per la rivista "L'Ernesto" nel 2004 (guarda caso, l'anno della "rivoluzione arancione" a Kiev), che forse permette di offrire una chiave di lettura degli avvenimenti di questi giorni e di comprendere che si tratta di una brutta storia che parte da lontano e che è stata perfezionata fin nei minimi particolari.

MG



LA RUSSIA NELL’ “ASSE DEL MALE” ?
di Mauro Gemma

Un centinaio di personalità del blocco atlantico invocano l’apertura di un fronte di “guerra fredda” con la Russia di Putin, allo scopo di destabilizzare il grande concorrente eurasiatico,  proprio nel momento in cui esso tenta di riprendere il controllo delle enormi risorse energetiche del paese (1).

A sgomberare il campo da equivoci sul futuro oscuro delle relazioni tra Russia e Stati Uniti ha provveduto, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2 novembre, Zbignew Brzezinski, già consigliere delle amministrazioni USA e teorico della strategia americana nell’area eurasiatica. “L’idillio con Putin, sia per i repubblicani che per i democratici, è finito. Non prevedo particolari differenze tra le posizioni di Bush e di Kerry nei confronti del Cremlino. Nei prossimi anni tutta la politica americana sarà caratterizzata dalla preoccupazione per gli sviluppi della situazione in Russia. Tale preoccupazione è condivisa dai più influenti circoli politici degli USA. E’ il riflesso della disillusione nei confronti di Putin, che ha iniziato a condurre una politica apertamente antidemocratica, che si traduce nella feroce e rovinosa guerra in Cecenia”, dichiara il noto anticomunista, acerrimo nemico prima dell’URSS e poi della Russia, al giornale filo-oligarchico russo “Novaja Gazeta” (fonte privilegiata di informazione e commento sulle cose russe anche delle sinistre occidentali, moderate e “alternative”) (2). E’ stata la più autorevole smentita anche a quegli ambienti ufficiali russi (che hanno consigliato Putin a non nascondere le sue preferenze per il candidato Bush) che, sulla scorta di un’esperienza maturata già al tempo dell’URSS, continuano a considerare l’establishment repubblicano meno disponibile di quello democratico a cedere alle pressioni delle lobby anti-russe.

In questa cornice, che lascia prevedere il delinearsi di nuovi inquietanti scenari di acuta tensione tra le massime potenze nucleari del pianeta, si inquadra anche quella che può essere considerata una delle più importanti offensive “mediatiche” di quest’anno. Si tratta della “lettera aperta” (3), firmata da un centinaio di illustri personalità americane ed europee del blocco atlantico, indirizzata il 28 settembre “ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea e della NATO”. Gli autori dichiarano di essere “profondamente preoccupati che questi tragici avvenimenti (di Beslan) possano esseresfruttati (dal presidente russo Vladimir Putin) per minacciare ulteriormente l’esistenza della democrazia in Russia”.  Tra le varie accuse rivolte a Putin c’è anche quella di avere arbitrariamente imprigionato o costretto all’esilio “i suoi avversari politici”: evidentemente ci si riferisce al petroliere Khodorkovskij e agli altri magnati fuggiti in Occidente, che sono responsabili del saccheggio della ricchezza nazionale e di gravissimi crimini di carattere economico. In politica estera, gli autori della lettera, andando brutalmente al “nocciolo” della questione, non mascherano la loro preoccupazione per la “pretesa” della Russia di esercitare il pieno controllo sulle sue ricchezze energetiche e la loro destinazione, quando osservano che Putin avrebbe “un atteggiamento minaccioso…nei confronti della sicurezza energetica europea”. Essi affermano che “è giunto il momento di ripensare i termini del nostro impegno con la Russia di Putin” e invitano esplicitamente a schierarsi dalla parte delle “decine di migliaia di democratici russi (con in prima fila i residui del “clan Eltsin”) che stanno ancora combattendo per difendere la libertà e la democrazia nel loro paese”.

E’ un appello esplicito alla rottura di ogni forma di collaborazione tra la NATO e la Federazione Russa e al rilancio della “guerra fredda”.

Il testo integrale della “lettera” è stato pubblicato contemporaneamente da diverse prestigiose testate occidentali, tra le quali spicca quella del “Washington Post”, e ha immediatamente avuto un’enorme diffusione nell’intera rete web.

Promotore dell’appello è il primo presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel (4). Per tradurre in pratica l’iniziativa anti-russa, Havel si è naturalmente servito di numerose potenti collaborazioni. Tra le innumerevoli fondazioni e istituti che lo sostengono sistematicamente nella sua azione di promozione della penetrazione della NATO nell’est europeo e dell’offensiva contro quel che resta della presenza comunista su scala mondiale, l’ex “dissidente” ha potuto contare sull’appoggio della cosiddetta “Nuova iniziativa atlantica”, un progetto dell’ “America Enterprise Institute” da lui creato nel 1996.

Nel lanciare l’iniziativa, Havel si è naturalmente preoccupato di preservarne il carattere rigorosamente “bipartisan”. E’ questa la ragione che spiega la “trasversalità” delle adesioni raccolte sia in ambito ultra-conservatore, che tra gli esponenti del “centro-sinistra” clintoniano e socialdemocratico. Tra le firme si contano quelle di rappresentanti dell’anticomunismo più spinto dell’attuale corso est-europeo, come Landsberghis, l’ex presidente di quella Lituania recentemente associata alla NATO, dove numerosi militanti comunisti sono sepolti in galera da oltre un decennio, l’ex premier bulgaro Philip Dimitrov e l’ex ministro e “dissidente” polacco Bronislaw Geremek.

Immancabili le firme del filosofo francese André Glucksmann e del verde tedesco Reinhardt Butifoker

E non è certo casuale che tra le firme di italiani, oltre a quella (scontata) dell’esponente radicale Daniele Capezzone, spicchino quelle dell’ex premier socialista Giuliano Amato e del capo di governo italiano che ha partecipato all’aggressione alla Jugoslavia nel 1999, il presidente dei “democratici di sinistra” Massimo D’Alema.

Rigorosamente bilanciata tra “falchi” e “colombe” è la pattuglia americana. Il “Corriere della sera” scrive di “un partito trasversale americano che si è venuto formando tra politici democratici, repubblicani e indipendenti…Vanno dall’ideologo neoconservatore William Bristol all’ex ambasciatore all’ONU Richard Holbrooke, un liberal che diverrebbe segretario di Stato se John Kerry fosse eletto presidente; dall’ex direttore della CIA James Woolsey, un falco, all’ex vicedirettore della Sicurezza Nazionale sotto Bill Clinton, James Steinberg, una colomba; da Francis Fukuyama, l’autore de “La fine della storia”, a Robert Kagan, il teorico del divario tra l’America (Marte) e l’Europa (Venere)” (5).

Contemporaneamente al lancio dell’appello, si è provveduto a dar vita a una serie di centri e di siti internet che dovrebbero affiancare con un “bombardamento” propagandistico la “battaglia democratica” in Russia. Tali iniziative sono coordinate dal cosiddetto “Centro per il futuro della Russia”, un’istituzione che conta sul sostegno finanziario del banchiere neofascista Richard Mellon Scafe e il cui “cervello” organizzativo pare essere l’ex direttore della CIA Woolsey, che, come abbiamo visto, compare tra i firmatari dell’appello. Compito di tale centro dovrebbe essere quello di denunciare sistematicamente “le violazioni dei diritti dell’uomo” in Cecenia e “gli attentati alla libertà di stampa” nell’insieme della Federazione Russa, organizzando campagne di denuncia, pressione e mobilitazione della “società civile” in Russia e all’estero.

Tutte queste iniziative, di cui l’appello è sicuramente la più clamorosa, si proporrebbero di convincere l’Occidente, considerato ancora titubante, della necessità di una nuova mobilitazione, simile a quella dei tempi della “guerra fredda”, al fine di contenere la Russia e bloccare il processo “totalitario” in corso. Nella fase attuale, secondo i promotori dell’offensiva, muterebbero, rispetto al passato “comunista”, solo le caratteristiche ideologiche del nuovo “totalitarismo”. Si tratterebbe di un’ideologia che farebbe leva sulle inclinazioni autoritarie dell’identità nazionale russa che non si esita a definire “ataviche”.

Ma, in realtà, le ragioni di un’iniziativa di tale pesantezza appaiono ben più concrete. In tal senso, occorre fare un passo indietro nel tempo, dando uno sguardo alle più recenti fasi che hanno scandito il progressivo deterioramento delle relazioni tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti.

A questo proposito, ci sembra illuminante citare testualmente quanto si può leggere su “reseau voltaire.net” il  4 ottobre 2004:

“Le relazioni tra il Cremlino e la Casa Bianca si sono raffreddate il 2 luglio 2003, con l’arresto per frode fiscale di Platon Lebedev, presidente del gruppo bancario “Menatep”. Esse si sono ancor più tese con l’arresto di Mikhail Khodorkovskij, presidente del gruppo petrolifero “Yukos-Sibneft”, il 25 ottobre 2003, ugualmente per frode fiscale. Sono divenute acide con l’arresto in Qatar, nel febbraio 2004, di tre agenti dei servizi segreti russi, denunciati dalla CIA per essere venuti ad assassinare Zelimkhan Yandarbiyed, considerato il mandante della presa degli ostaggi al teatro di Mosca. Sono entrati in una fase di scontro, nel mese di settembre, dopo la dichiarazione di Vladimir V. Putin che attribuiva la cattura degli ostaggi di Beslan ai servizi segreti anglo-sassoni.

Il Cremlino si è poi impegnato in una politica di riappropriazione delle ricchezze nazionali, privatizzate sotto Boris Eltsin a vantaggio di un pugno di sodali, liquidando uno ad uno gli “oligarchi”. Questo processo, che viene vissuto dal popolo russo come il recupero dei beni collettivi rubati, è analizzato negli Stati Uniti alla stregua di una nazionalizzazione mascherata, di un ritorno strisciante al collettivismo statalista. Esso ha toccato gli investimenti di Wall Street, in particolare in seguito all’arresto di Khodorkovskij. Egli in effetti era vicino alla famiglia Bush, fino a diventare consigliere della loro società di investimenti, il gruppo “Carlyle”.

Per il FSB (l’ex KGB), sebbene tali elementi non figurino negli atti giudiziari, Mikhail Khodorkovskij non era solo un uomo d’affari, ma anche un traditore. In combutta con Henry Kisinger e George Soros, avrebbe preparato il rovesciamento di Vladimir Putin e la decisione del suo arresto sarebbe stata presa all’ultimo momento per impedire un colpo di stato.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 esiste un accordo non scritto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che li autorizza ad assassinare all’estero i capi terroristi, senza che ciò possa creare incidenti diplomatici. In tal modo, la CIA ha potuto liquidare nello Yemen uomini sospettati di appartenere ad un’organizzazione terrorista internazionale, lanciando un missile “Predator”, senza sollevare proteste. Allo stesso modo il FSB ha ritenuto di potere assassinare in Qatar Yandarbiyed per vendicare le 129 vittime della cattura degli ostaggi al teatro di Mosca nell’ottobre 2002. Ma gli agenti del FSB sono stati denunciati dalla CIA alle autorità del Qatar e bloccati all’aeroporto di Doha mentre si accingevano a lasciare il paese. Incarcerati, sono in attesa di processo e rischiano la pena di morte. Per il Cremlino è stata la prova definitiva che la “guerra mondiale al terrorismo” non è che un artificio retorico privo di senso, utilizzato dalla Casa Bianca per avere la possibilità di passare oltre il diritto internazionale”.

Poi c’è stata la tragedia di Beslan, che ha rappresentato il momento di massima tensione nei rapporti russo-americani, come abbiamo avuto modo di analizzare in un nostro precedente articolo (6). In quell’occasione la risposta di Vladimir Putin è stata durissima: nel corso di un incontro con i giornalisti stranieri ha inchiodato alle loro responsabilità, chiamandoli esplicitamente in causa, quegli ambienti occidentali che “vogliono indebolire la Russia esattamente come i Romani volevano distruggere Cartagine” (7)

E’ ancora “reseau voltaire.net” (8) a rilevare come la clamorosa presa di posizione contro il corso politico di Putin si manifesti proprio nel momento di maggiore difficoltà per gli USA ad esercitare uno stabile controllo sulle risorse petrolifere del pianeta, dovuto in particolare ad importanti fenomeni di resistenza di popoli e stati, registrabili in alcune aree “calde”, strategiche dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico. E’ sempre più evidente che la poderosa armata americana non riesce ad avere la meglio dell’eroica Resistenza irachena e a stabilizzare il controllo delle aree di produzione del paese. In Venezuela, altro grande produttore di petrolio, le azioni di destabilizzazione, messe in atto dall’amministrazione Bush, hanno avuto come effetto solo quello di rafforzare la Rivoluzione “bolivariana” e il prestigio popolare del suo leader Hugo Chavez. Gli Stati Uniti sono stati costretti in tal modo a rinunciare, almeno in parte significativa, a diversificare le loro fonti di approvvigionamento. Si presenta, inevitabile, la necessità di alzare il tiro direttamente sugli obiettivi principali della competizione: i tre maggiori produttori del mondo, vale a dire l’Arabia Saudita, l’Iran e, naturalmente, la Russia, con la sua insopportabile richiesta di porre delle regole alla penetrazione delle multinazionali nel suo sterminato territorio.

Una nuova diversa strategia, di conseguenza, potrebbe caratterizzare  il secondo mandato di Bush. Il complesso militare-industriale e le multinazionali del petrolio cercano di ridefinire gli obiettivi, creando, allo scopo, nuove “squadre”.

La pressione propagandistica del potente fronte delle “personalità” del blocco atlantico risponde pienamente allo scopo.

note

(1) Gran parte delle informazioni contenute in questo articolo sono reperibili nel lungo e dettagliatissimo contributo apparso il 4 ottobre 2004 nel sito francese di analisi internazionali “reseau voltaire.net”. http://www.reseauvoltaire.net/ 

(2) “L’idillio dell’America con Putin è finito”. Intervista a Zbignew Brzezinski. “Novaja Gazeta”, n. 76, 14 ottobre 2004. , http://2004.novayagazeta.ru/nomer/2004/76n/n76n-s10.shtml

(3) La versione italiana della “Lettera aperta ai Capi di Stato e di governo dell’Unione europea e della NATO” è apparsa il 30 settembre in “Il Foglio”.

(4) L’artefice della cosiddetta “rivoluzione di velluto” cecoslovacca del 1989 è uno degli alfieri dell’atlantismo. Il suo servilismo nei confronti degli Stati Uniti è giunto fino  al punto di spingerlo a proporre una modifica della legge elettorale della Repubblica Ceca, per permettere all’ex segretario di stato USA Madeleine Albright di succedergli nella carica di capo dello stato. Fortunatamente la proposta è apparsa balzana persino  alla stessa donna politica americana, di cui non si può mettere certo in discussione la provata fede anticomunista. Nel luglio 2004, su suo suggerimento, il governo ceco ha creato addirittura un “dipartimento per i paesi totalitari” in seno al ministero degli esteri. Insieme all’ex premier spagnolo José Maria Aznar, Vaclav Havel  si è distinto per il feroce accanimento nei confronti di Cuba, fino ad organizzare lo scorso settembre, nelle sale del Senato ceco,  una conferenza internazionale “per la democrazia a Cuba”, con il compito esplicito di appoggiare l’attività controrivoluzionaria e terroristica nell’ “Isola della libertà”.

(5) Ennio Caretto, “Appello a Europa e NATO: Putin resti democratico”, “Corriere della Sera”, 29 settembre 2004

(6) Mauro Gemma, “Russia: dopo la tragedia di Beslan”, “L’Ernesto”, n.4/2004.

(7) “Le Monde”, 8 settembre 2004

(8) “Le dispositif Woolsey”, www.reseauvoltaire.net , 4 ottobre 2004