Le colpe dei padroni, i ritardi della sinistra e il ruolo dei comunisti

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di Marina Alfier, segreteria Federazione PdCI Venezia-Mestre

 

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“Pansac”, triangolo industriale lombardo- veneto-emiliano, 800 lavoratori rischiano il posto di lavoro

 

Pansac, Nuova Pansac, Pansac International; sono questi i nomi che decretano un decorso inesorabile di una grande fabbrica, con più di 800 lavoratori, nel triangolo industriale lombardo-veneto-emiliano, del settore chimico della gomma-plastica.


Una realtà florida, produttiva, in ottima salute e con solide prospettive per il futuro se non fosse che, quattro anni fa, il suo vivace proprietario Lori combina più di qualche pasticcio finanziario e più di qualche intrallazzo con il “Mantovacalcio” e non solo; la fabbrica va in malora e gli 800 dipendenti, con rispettive famiglie, sono per strada.


Comincia il balletto degli scorpori societari, dei finanziamenti bruciati all’istante, dei possibili compratori, delle istituzioni pubbliche incapaci di assumere un ruolo, delle troppe latitanze visibili; e si arriva all’oggi con i lavoratori e le lavoratrici senza cassa integrazione da novembre e senza alcun reddito; con le banche non più disponibili a sborsare quattrini in assenza di un piano industriale e l’azienda che sta solo aspettando che sia decretato il fallimento.

 

Fine annunciata di una fabbrica in buone condizioni e con notevoli prospettive di sviluppo.


E’ una vertenza sofferta quella della Pansac, soprattutto nel portogruarese, terra di braccianti e contadini, ma anche terra dove si è vissuto per decenni uno degli esempi storici dell’industria fordista come la Marzotto, che ha forgiato questo territorio; qui il rapporto padrone-operaio è sempre stato di tipo paternalistico; qui ci si è abituati a pensare che il padrone si prende sempre cura dei suoi dipendenti e non li lascia al loro destino…..Ecco perché la chiusura della Pansac è stata un colpo al cuore per questa terra e per la sua gente. L’impatto con quel muro di gomma ostentato dall’azienda decisa a chiudere i battenti ad ogni costo, senza sentire ragioni, senza accettare uno straccio di idea e di proposta ha generato sentimenti di ansia e di sconforto tra i protagonisti di questa vicenda; li si percepisce tutti questi sentimenti parlando con le donne e gli uomini, la gran parte non più giovani, che hanno passato la loro vita dentro a questa fabbrica; talvolta ci sono perfino più membri della stessa famiglia a lavorarci.


C’è la donna di quasi 50 anni, ormai vecchia per trovare un altro lavoro ma troppo giovane per aver diritto alla pensione e con davanti un futuro di 10 anni e più da disoccupata; c’è il padre di famiglia, unico in casa a lavorare, perché la moglie il lavoro lo ha già perso prima, con i figli ancora a scuola, uno è all’università, uno è già dottore ma non trova da lavorare …..e c’è il mutuo da pagare e tutto il resto………..E ci sono i giovani, pochi a dire il vero, che per la prima volta sperimentano, senza saperlo la solidarietà di classe. E ci sono i delegati sindacali che non hanno più risposte e che ti raccontano i fatti in sequenza, in una sorta di notiziario permanente, ti dicono di una cronaca dalla fine scontata. Ecco riassunte in breve le nuove povertà di un nordest ricco sfondato fino a poco tempo fa e dove l’equilibrio si rompe di fronte ad una fabbrica che chiude e ti manda in miseria la gente che vi abita.

Ciò che turba chi non legge con attenzione i dati che la storia fornisce e lo snodarsi del sistema capitalistico, sottovalutandone il camaleontismo, la virulenza e soprattutto la capacità di rigenerarsi sulla pelle del mondo intero, è questa capacità autodistruttiva della stessa proprietà privata; ovvero i padroni che uccidono le proprie creature con le loro stesse mani.


Pur volendo considerare la PANSAC una sorta di anomalia, per le modalità in cui ha inizio la sua crisi, si nota come il paese sia pieno di “floride attività produttive” che in poco meno di un decennio finiscono la loro esistenza lasciando un postmortem carico di disoccupazione, di lavoro nero e clandestino, di nano produzioni senza regole, di contratti atipici, di caporalato legalizzato,di schiavitù.


Parlare di PANSAC oggi vuol dire parlare anche di VINLYS, di MONTEFIBRE, di PETROLCHIMICO, delle RAFFINERIE; vuol dire parlare di un polo chimico industriale che a Portomarghera è stato per decenni l’eccellenza della produzione italiana.


Ora queste realtà sono allo stremo delle forze e ciò che resta di loro sono i disoccupati arrampicati sulle torri o sopra i tetti come dimostrazione estrema di tutta la loro impotenza. Uomini e donne in carne ed ossa, tanti, troppi, sempre di più.

Al di là della crisi economica attuale il disegno capitalistico parte da lontano e vede proprio i potentati economici svolgere un ruolo fondamentale nella sistematica, graduale destrutturazione delle grandi fabbriche, dei poli industriali come Portomarghera, dei cantieri navali, cancellando tutto: dalla produzione alle professionalità, dalle qualificazioni alla possibilità di crescita, alle stesse risorse materiali ed “umane”: tabula rasa di uno sviluppo industriale durato un secolo dentro al quale è nato e cresciuto un movimento operaio forte, cosciente di sé e delle sue potenzialità.


Ad onor del vero e senza remore non possiamo omettere che, in questo contesto, hanno avuto un ruolo negativo perfino un certo ambientalismo di maniera, affatto lungimirante e perfino una certa sinistra salottiera incapace di proposta e di progettualità; così come un altrettanto sindacalismo con visione puramente assistenzialista non si è opposto con decisione a questo decorso.


L’impoverimento della struttura industriale veneta e soprattutto veneziana non appare dunque casuale.


Pur nella diversità delle caratteristiche la grande e media produzione vengono colpite a morte per mano degli stessi padroni (privati e pubblici), concentrati a polverizzare tutto ciò che di strutturato esisteva, lasciando i siti in abbandono e delocalizzando prima di tutto “la testa” della produzione e poi i macchinari e le strumentazioni;


questa scoperta tutta capitalistica di portare il lavoro altrove sfruttando una manodopera a basso costo, resa disponibile dallo stato di bisogno e povertà determinatisi dopo la caduta del muro di Berlino e la brutale penetrazione capitalistica nei mercati dell’Est Europa, ha prodotto giganteschi profitti, intascati tutti, fino all’ultimo centesimo, mai redistribuiti e mai reinvestiti. A tutto questo si aggiunga quella squallida porcheria che si chiama esportazione di capitali all’estero ben orchestrata e garantita dai mercenari del potere.


A guardare con occhio attento, Marchionne non ha scoperto proprio nulla di nuovo!


Le sue mosse sono perfino prevedibili se non fosse che si sta muovendo in un contesto di dimensioni più ampie come la Fiat in relazione con il mercato statunitense.

Questo appare dunque il quadro e mi viene da dire, parafrasando al contrario il titolo di un vecchio libro, che “le stelle non possono più stare a guardare”.


E’ quanto mai urgente uscire dallo stato di pura lettura e critica degli eventi; è necessario fare un balzo in avanti sul piano della proposta perché la lotta intesa solo come dimostrazione e rituale protesta non basta più. I padroni e lo stesso governo tecnico ci snobbano e per loro non siamo più nemmeno “interessanti”.


Per tornare alla PANSAC mi chiedo cosa sarebbe accaduto se fin da subito i lavoratori avessero occupato gli stabilimenti di Bergamo, Mira, Portogruaro, Ravenna; se avessero impedito la serrata dei manufatti e avessero continuato la produzione garantendo le consegne? Cosa sarebbe successo se alla PANSAC fosse stata garantita una direzione aziendale fatta da specializzati e da tecnici disponibili a non farla morire?


E se la classe operaia provasse a “rompere” questo percorso fatto di modalità di lotta che ormai usurate, sono diventate inconcludenti?

Ho maturato la convinzione che sia ora e tempo di “osare di più”; di andare oltre; di pensare concretamente a proposte di fase che rendano possibile che i lavoratori diventino padroni del loro destino e noi sappiamo bene che per fare questo c’è bisogno subito dei comunisti organizzati e di un sindacato di classe.


Siamo già in ritardo se pensiamo che fra qualche giorno verrà varata la seconda parte della manovra monti che metterà mano all’art.18.


Possiamo ancora stare fermi ad analizzare la schiera infinita di disoccupati, giovani e vecchi, senza futuro?