2012 : AUGURI SOPRATTUTTO A VOI ! Alle famiglie in difficoltà, ai giovani dal futuro incerto, alle lavoratrici e ai lavoratori

Stampa

di Fosco Giannini, segreteria nazionale PdCI

 

vauro NEWS_10722Mercoledì 28 dicembre “ Il Manifesto” pubblica in prima pagina, in modo vistoso, una geniale vignetta di Vauro. Il tema della vignetta è la “fase 2” del governo Monti. Vauro, recuperando lo stile di Bonvi, disegna un piccolo soldato tedesco, nazista, che rivolge una domanda ad un suo superiore, un ufficiale con le sembianze di Mario Monti. La domanda è la seguente : “ A coza zerve fase due ?”. E Monti ( comandante delle “ Montentruppen”) risponde : “A zterminare zopravvisuten di fase uno, kretinen!”. E c’è più verità in questa risposta che in tante contorsioni analitiche di economisti e giornalisti.
Dopo la prima manovra di ventidue miliardi, in effetti, la “fase due” si sta avvicinando. Essa è stata presentata dal Presidente del Consiglio, in una fluviale conferenza stampa, giovedì 29 dicembre. I caratteri salienti di questa seconda manovra sono, di nuovo, di stampo fortemente liberista e antisociale: controriforma del mercato del lavoro, attraverso la sostanziale assunzione del progetto Ichino ( licenziamenti facili, abolizione di fatto dei contratti a tempo indeterminato, massima flessibilizzazione del lavoro, in una sorta di estensione generale della legge 30, cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori); ulteriori tagli allo stato sociale ( “ per un welfare meno pesante”, così si è espresso Monti); vaste liberalizzazioni; nuove e significative svendite del patrimonio pubblico. A fronte di ciò due promesse: una lotta più seria all’evasione fiscale e il progetto di Corrado Passera di rilanciare le grandi opere pubbliche interrotte, o mai avviate, dal governo Berlusconi.
Tra la manovra “salva Italia”, tuttavia, e questa seconda manovra ( “cresci Italia”, l’hanno chiamata), qualcosa di importante, sul piano sociale e su altri piani, è già accaduto e vale la pena ricordarlo, mettendo in fila temporale i fatti.

 

Il 19 dicembre la ministra Elsa Fornero rende pubblica, con grande enfasi, una sua idea, attraverso la quale, pare di capire, si potrà uscire dalla crisi generale dell’economia e, persino, attrarre i capitali stranieri : l’abolizione dell’articolo 18. Liberiamo le imprese da questo odioso laccio – afferma la ministra – rendiamo più facili i licenziamenti e la macchina si rimetterà in moto. La Camusso reagisce, Monti dice alla Fornero che la sua uscita è stata intempestiva; la stampa nazionale scrive che la ministra “ fa un passo indietro sull’articolo 18” . Anche a sinistra, forse, ci si illude. Il pericolo, per qualche credulone, pare scampato Ma sarà lo stesso Monti, nella conferenza stampa del 29 dicembre ( anche se in modo verbalmente più cauto della Fornero ) a rilanciare nei fatti, nel progetto complessivo di flessibilizzazione del lavoro, la volontà di cancellazione dell’articolo 18.

 

Giovedì 22 dicembre la notizia centrale riportata dai media è quella relativa ai 500 miliardi di euro che la Banca Centrale europea mette a disposizione ( con un interesse dell’ 1% annuo) alle banche europee, per evitare loro il collasso finanziario. Ciò nonostante, la crisi dell’economia reale, con il Pil allo 0,2%, non accenna per nulla a fermarsi, a dimostrazione che, con una società europea in crisi drammatica, la beneficienza a senso unico della Bce ( rivolta, cioè, a salvare solamente il sistema bancario) non serve in nessun modo a ridare respiro ai mercati, a far ripartire lo stesso meccanismo capitalista.

 

Sabato 24 dicembre viene divulgata sulla stampa nazionale la prima parte del dossier Istat relativo ai salari dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese e la relazione tra i salari e i prezzi delle merci. Il primo dato è il seguente: il potere d’acquisto reale è tornato ad essere quello del 2001; le retribuzioni crescono annualmente dell’1,5% a fronte di una crescita annuale delle merci di prima necessità del 3,3% : un divario tra retribuzioni e livello d’inflazione che risulta essere il più vasto degli ultimi quindici anni. Ma, all’interno dell’area generale dei salarizzati e degli stipendiati, c’è chi sta peggio degli altri: sono i dipendenti pubblici che, tranne i vigili del fuoco, hanno visto i loro stipendi salire, negli ultimi anni, dello 0%, dato che la dice lunga sul disegno complessivo ( dei vari governi) volto a indebolire man mano il pubblico a favore di una sempre più vasta privatizzazione.
A dimostrazione, peraltro, che il salario netto degli italiani è sempre più povero e sempre più tagliato dalla tasse, l’Ocse colloca il nostro Paese al ventiduesimo posto per le retribuzioni ( quattro mila euro sotto la media dell’Unione europea) ma al quinto posto – su 34 – come pressione fiscale ( che risulta essere il 47% della retribuzione media). Secondo la Federconsumatori l’erosione del potere d’acquisto costa 324 euro l’anno a chi ha salari di 1.500 euro al mese e 432 euro l’anno a chi ha salari di 2 mila euro. E – ricorda l’Istat – pessime sono anche le previsioni per il 2012, l’anno della recessione: l’inflazione continuerà a salire e i salari ad indietreggiare. La prima manovra Monti – afferma l’Istat – sommata alle due manovre precedenti di Tremonti, infiammeranno i prezzi, con rincari pesanti ( e insopportabili dalle attuale retribuzioni) della benzina, dell’IVA, dell’ICI, del bollo, delle addizionali regionali Irpef, delle tariffe pubbliche, dei generi alimentari, che cresceranno in media, nel 2012, del 2%, come cresceranno del 4,4% gli energetici, del 3% i servizi, del 2,2% le tariffe, dell’1,6% gli affitti. Mentre i record degli aumenti spettano già al gasolio per il riscaldamento ( 21,1% ); della benzina ( 16,6%) e dei biglietti ferroviari ( 7,5% ).

 

Nei giorni successivi al Natale appaiono sulla stampa nazionali i primi resoconti dei consumi degli italiani. Tra il 27 ed il 28 dicembre sono pubblicati i dati forniti dal Codacons : gli italiani hanno speso 400 milioni di euro in meno, rispetto al 2010, per le feste natalizie, una riduzione secca del 18%. Dal 2000, afferma il Codacons, non andava così male. La Confcommercio fornisce ulteriori e significativi dati, indicando nella grande distribuzione ( iper e supermercati) i segmenti più in difficoltà,con una contrazione delle vendite che giunge al 4%. A picco un segmento tipico del consumo italiano e della produzione italiana: abbigliamento e calzature ( -18%); turismo – 8%; mobili, arredamento ed elettrodomestici -24%; giocattoli -3%; profumeria e cura della persona -7%. E mentre assistiamo a questo crollo, Monti parla del rilancio dell’economia e del mercato interno, che con i salari e le pensioni compressi a livello del 2001 sarebbe un miracolo simile alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.

 

Mercoledì 28 dicembre esce la notizia relativa alla “grande fuga dei capitali all’estero” : tra ottobre e novembre, durante le ultime settimane del governo Berlusconi, con lo spread al massimo ed il Paese vicino alla bancarotta, l’esportazione illegale di valuta all’estero ha toccato il suo picco, crescendo del 50% rispetto solo ai mesi di luglio e agosto 2011. Nell’intero anno la fuga di capitali è arrivata agli 11 miliardi di euro. Ma si tratta solo delle fughe accertate. Ben altra, fa intendere la stessa Guardia di Finanza, deve essere stato l’ammontare della fuga. Nonostante ciò, nonostante sia chiaro che il grande capitale, che la grande borghesia italiana trova ogni mezzo per non pagare in nessun modo la crisi, la patrimoniale non è entrata nelle manovre economiche del governo Monti, ed anzi sembra uscire definitivamente persino dall’agenda politica del PD.

 

Giovedì 29 dicembre appare la notizia relativa all’asta dei Bot; è una notizia positiva: si collocano nove miliardi di buoni a sei mesi e crollano i tassi. Ciò nonostante, nella stessa giornata, a sera, giunge la notizia che lo spread, il divario coi Bund tedeschi, risale a 510 punti. E il “mistero” dell’economia, il fatto tangibile dell’inutilità dei sacrifici popolari e di qualche vendita in più dei Bot per abbassare lo spread, si perpetua, rafforzando sempre più il sospetto che la speculazione abbia motivazioni “altre” e sede altrove.

 

Il 30 dicembre viene divulgata dai media una seconda parte della “radiografia sociale” Istat, secondo la quale una famiglia italiana su quattro è a rischio di povertà; un italiano singolo su quattro corre tale rischio e il pericolo aumenta di molto per i giovani tra i 18 e i 24 anni. Per l’intera popolazione italiana il pericolo povertà è per il 18,2% , ben più che in Francia e in Germania. Quasi il 7% delle persone, in Italia, si trova in condizione di “grave deprivazione materiale”; il 10,2% vive in famiglie caratterizzate da una bassa intensità di lavoro; vastissima è l’area sociale di persone caratterizzate dalla “deprivazione materiale”, che è data da diversi fattori, tra i quali : arretrati nel pagamento delle bollette, affitto, prestiti; non potersi permettere automobile, telefono o vacanze per almeno una settimana l’anno. Il 16% delle famiglie arriva con molta difficoltà alla fine del mese; il 9% circa non riesce a pagare le bollette; l’11,2% l’affitto o la rata del mutuo; l’11,5 % non riesce a riscaldare sufficientemente la casa. Il 50% delle famiglie ha percepito un reddito netto non superiore ai 24.544 euro l’anno. Reddito medio annuo che nel Mezzogiorno scende a 20.600.


Ma è nel campo della redistribuzione della ricchezza che risiede la più cruda verità sociale: il 10% delle famiglie detiene il 47% dei patrimoni totali, mentre, per quanto riguarda il reddito, il 20% dei più ricchi si spartisce il 37,2% dei redditi netti, mentre - sul versante opposto – al 20% più povero spetta solo l’8,2% del reddito. Non c’è bisogno di commenti e non c’è bisogno di dire ciò che un governo dovrebbe fare se davvero avesse l’intenzione di redistribuire la ricchezza e riavviare la macchina dell’economia. Non c’è bisogno di dire che se l’unico strumento per il riavvio è identificato nella cancellazione dell’articolo 18 ci troviamo chiaramente di fronte ad un governo di classe, quella dei padroni.

 

Lo stesso 30 dicembre appare la notizia del licenziamento collettivo di 240 operaie della Omsa di Faenza. Un licenziamento brutale, che viola ogni accordo con le organizzazioni sindacali e con le maestranze; una misura feroce che straccia improvvisamente ogni progetto di riconversione della Omsa e che punta dritto, sotto la guida duramente antioperaia del “ patron” della Golden Lady, Nerino Grassi, a imponenti e definitivi processi di delocalizzazione. Allo stato delle cose, di fronte al silenzio del ministro Passera.

 

Negli stessi giorni di fine dicembre prende ancor più corpo il pericolo di un attacco militare degli Usa, della NATO e dell’Ue contro l’Iran e contro la Siria. E specularmente a tale, immane pericolo, sembra crescere la cieca osservanza ai piani bellici imperialisti da parte del Ministero della Difesa del governo Monti.

 

In questo quadro generale manca il rilevamento del quadro politico. Il PDL di Berlusconi, nonostante una crisi interna non facilmente risolvibile, sente odore di riscossa. Lo stesso legame con la Lega di Bossi non è usurato quanto si dica e il pericolo di un nuovo, vincente, asse di destra è verosimile. E tutto ciò ci fa capire perché nel PDL riemergano le tentazioni di elezioni anticipate. Il PD è in netta crisi: la sua ala destra sembra per ora vincente; l’obiettivo della patrimoniale è stato abbandonato; la difesa dell’articolo 18, nonostante l’asse positivo Fassina- Damiano-Bersani , non sarà facile. Il rischio è che il vantaggio elettorale registrato nella fase calante del berlusconismo si vada celermente consumando e che ciò lasci spazio non solo ad una possibile ripresa del PDL, ma al consolidarsi di un polo liberista, e “presentabile”, capeggiato da Monti o da Passera, col sostegno della borghesia italiana, del Vaticano, della Ue, della BCE, degli Usa e della NATO. A sinistra, la situazione non è affatto semplice, né positiva. Di Pietro ha assunto una posizione critica e chiede elezioni anticipate. Ma SEL, col suo leader Vendola, sembra intorpidita e certo non svolge il compito di denuncia ed opposizione che le politiche economiche di Monti, le politiche di riarmo e i pericoli di guerra richiederebbero. La stessa CGIL, che pur esprime una giusta linea critica rispetto al governo, non decide di entrare in campo in modo più risoluto, contribuendo così a costituire uno scarto profondo tra l’attacco di classe portato avanti dal governo Monti e la risposta sociale complessiva.
In tale contesto il compito dei comunisti, della Federazione della Sinistra, si fa tanto più complicato quanto necessario ed ineludibile. Non vi sono alternative: le forze che si possono mettere in campo vanno messe tutte attivamente in campo. E’ nostro compito precipuo lavorare all’unità delle forze dell’intera sinistra – sul piano nazionale e sui territori - sollecitandole ad un lavoro d’opposizione, ad un lavoro di ricostruzione - attraverso l’iniziativa, la lotta, la diplomazia - di un arco politico e sociale formato da un centro sinistra avanzato e da un polo di sinistra e comunista. E nell’iniziativa sociale, nel conflitto, nelle piazze, occorre popolarizzare, divulgare a livello di massa, un progetto di manovra economica alternativa ( purtroppo ancora assente) che, a partire dall’assunzione del debito pubblico come questione nazionale, punti a far pagare tale debito a chi non ha mai pagato e pagare invece può.
Per la sinistra, per i comunisti, è un tempo difficile. Ma è il loro tempo. Ed è anche il tempo, in questo fine anno, degli auguri a chi davvero li merita e ne ha bisogno: alle famiglie italiane in difficoltà, ai giovani dal futuro incerto, ai lavoratori, alle lavoratrici. Auguri soprattutto a voi, con l’auspicio che sia la vostra lotta a cambiare in meglio la vita di tutti noi.