“Né piddini, né leghisti” Comunicato sul governo bianco-giallo

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salvinirenzidimaioPubblichiamo come contributo alla discussione

Nuova Direzione, lunedì 9 settembre 2019

1) E’ dunque nato il governo “Bianco-giallo”, un governo trasformista. Ciò è stato possibile in quanto le forze che hanno dato vita all’esperimento del governo variamente antiausterità e euroscettico “gialloverde” non sono state in grado di reggere l’attacco massiccio, ossessivo, concentrico (dall’esterno e dall’interno), delle forze liberal-liberiste, globalizzatrici, ed unioniste. M5S e Lega, invece di unificare l’alleanza resa possibile dal voto del 4 marzo, ovvero il blocco sociale variegato che li aveva votati, hanno avviato un conflitto permanente interno. Salvini in particolare ha operato come se il governo dovesse avere breve durata e bisognasse capitalizzare in termini elettorali in tempi brevi.

Quello del 4 marzo, invece, era un blocco sociale potenziale (formato da PMI del nord, mezzogiorno, periferie, precariato, lavoratori comunque insoddisfatti) che avrebbe potuto riequilibrare lo storico predominio delle borghesie alleate del Nord e del centro-sud e quindi il bipolarismo senza rappresentanza popolare italiano.

Nel fallimento hanno influito soprattutto le contraddizioni della Lega, che ha venduto all’elettorato un progetto nazionale ed euroscettico, anche se il suo nocciolo duro dei Giorgetti, Zaia, Fontana continua a puntare alla disgregazione dell’Italia, temendo conseguenze sull’interconnessione industriale e la stabilità finanziaria di un’eventuale Italexit. Dal loro punto di vista, egoistico e miope, la presenza del centro-sud è un peso, invece che un fattore di forza geopolitico decisivo. In ogni caso, al netto delle boutade euroscettiche, la proposta leghista rimane liberista (vedi flat tax e infrastrutture) e non è dunque affatto incompatibile con l’UE, come vuol far credere.

Al contempo il linguaggio di Salvini, sempre sopra le righe e con ammiccamenti xenofobi e talvolta razzisti, tendente ad accreditare un altro uomo solo e forte al comando, ha finito per spaventare e coalizzare progressivamente gli oppositori ben più che le sue scarse opere.

Contemporaneamente sono venuti rapidamente al pettine i nodi del M5S. Nodi che non stanno tanto nell’impreparazione (per avere esperienza ci deve essere sempre una prima volta), ma in una cultura politica eclettica, pressapochista, volta più a collezionare proteste di origine diversa e spesso contraddittorie, che a cambiare strutturalmente il paese. Non si può, infatti essere, un giorno liberisti ed un giorno statalisti, un giorno euroscettici ed un giorno europeisti, un giorno incontrare i gilè gialli l’altro votare per la von der Leyen. Hanno balbettato sul tema della sicurezza e dei migranti, senza riuscire a definire una linea diversa e finendo per aderire ad una che non condividevano e non hanno compreso la portata cruciale dell’autonomia differenziata e dei suoi potenziali danni, con il titolo V.

Per il M5S ha pesato anche la particolare struttura interna centrata com‘è su capi carismatici, sul ruolo politico di un’azienda privata di comunicazione e su decisioni ‘dirette’ spesso prese a posteriori.

In conseguenza, pur avendo fatto timidamente anche cose buone, sono rimasti alla superficie, alle kermesse massmediatiche, inclinando da ultimo ad una sorta di trasformismo in chiave postmoderna. Ciò ha consentito alla Lega di surclassarli.

Il problema sta nella mancanza di un vero e adeguato progetto di cambiamento del paese e della sua collocazione internazionale. Mancando di un progetto di cambiamento vero tutto diventa intercambiabile: alleanze e nemici, contenuti e obiettivi. Eppure il M5S, nell’ultimo decennio è stato il primo tentativo di successo per uscire dalla mortifera tenaglia fra la cosiddetta sinistra ed il centro destra, e aveva messo alla sbarra le élite che hanno portato e portano il paese al declino ed alla frammentazione sociale, territoriale ed istituzionale.

2) Nei varchi aperti dalle contraddizioni e dal conflitto fra Di Maio e Salvini si sono alla fine inseriti i cavalli di Troia dei poteri forti interni ed internazionali, ben rappresentati da Tria, Moavero e dalla regia dell’ineffabile Mattarella, cui da ultimo anche Conte si è allineato. Ciò, insieme al, peraltro previsto, mancato sfondamento dei partiti euroscettici alle ultime elezioni europee, ha consentito il ribaltone rispetto all’orientamento dato dal risultato elettorale del 4 marzo. Segno particolare della debolezza della coalizione è stata la netta divergenza di schieramento internazionale e, da entrambi i lati, il pressappochismo dell’azione diplomatica.

Salvini ha probabilmente creduto di avere dalla sua parte Trump, fidandosi di un declinante Bannon, e di usare Washington per avere spazi di libertà da Bruxelles, ma il sostegno atteso è sempre stato ambiguo, declinante e comunque largamente insufficiente.

Di Maio (pur mantenendo il M5S evidenti e stretti rapporti con gli Usa) ha favorito un’apertura alla Cina giusta in sé, ma troppo larga per non suscitare dure reazioni. Entrambi, chi giocando al “piccolo stratega” (la Lega, con la falsa dichiarazione di voto per la von der Leyen), chi per scelta opportunista (il M5S in parte per la necessità di cambiare cavallo, in vista delle prevedibili rotture leghiste) hanno contribuito all’elezione della candidata “di sistema” ed alla relativa stabilizzazione dell’Ue.

3) Per le forze che hanno a cuore la sovranità democratica e costituzionale, socialiste, è necessario fare un bilancio critico e oggettivo di questa esperienza. Il bilancio del governo gialloverde ci parla dei problemi e delle contraddizioni da risolvere. Solo così ci si può attrezzare per cominciare ad essere presenti ed attivi nella prossima fase politica e sociale, contrastare questo governo, impedire alla Lega di essere l’unica opposizione. Lo spazio non mancherà.

4) Il programma, come sempre, è in gran parte fumo negli occhi. È un libro dei sogni come il contratto gialloverde. E, a poco, vale chiedersi quanto l’Unione compenserà il governo del cambiamento, ciò che infatti non sembra cambiare è l’impostazione politica neoliberale. Si pensa ancora di intervenire nella crisi in termini di defiscalizzazioni e detrazioni. Gli investimenti sono, come da tradizione piddina, nelle infrastrutture (rimpiangeremo Toninelli!?). Anche la proposta condivisibile del reddito minimo, in assenza di aumenti consistenti dei salari fermi da oltre 20 anni, e di interventi strutturali, rischia di trasformarsi in reddito massimo: tutti working poor. E queste politiche saranno ancor meno efficaci man mano che si approfondirà la crisi a livello internazionale.

Un secondo terreno problematico sarà il cambio di passo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. Su questo terreno Salvini andrà a nozze. E c’è il tema dell’autonomia differenziata. Se per un verso lo stop alle proposte leghiste sono positive, per l’altro si ripropongono, pari pari, tutte le litanie che da 20 anni ci vengono propinate sul regionalismo, quando, al contrario bisognerebbe mettere mano radicalmente ad una nuova idea di Stato, ricentralizzando ciò che serve e passando alle Province (da ricostruire) ed ai comuni le risorse necessarie per alzare la qualità dei servizi, tremendamente impoveriti dai governi di centrosinistra e centrodestra. Del modello di Stato dovrebbe far parte anche l’assetto istituzionale, Camera e Senato compresi. Questione fondamentale che non può certo essere approcciata con il taglio lineare dei parlamentari, come per una qualsiasi spending review.

La lista della spesa, con ben ventinove azioni, contiene anche altro, molte cose che, prese da sole, sono buone e giuste, ma che sono rese impossibili dall’incompatibilità con altre. La verità è sempre nascosta sotto meri desideri senza peso, si propongono enormi espansioni di spesa ma anche il pieno rispetto dei vincoli europei, si vogliono aiutare i lavoratori deboli, ma rispettando la concorrenza che li schiaccia, si propone di rimuovere tutte le forme di diseguaglianza, come si voleva porre fine alla povertà, ma solo individualmente, tutelare l’interesse nazionale ed essere contemporaneamente per il multilateralismo e l’atlantismo, aumentare la spesa ma anche la spending review, fare una banca per il sud ma anche per il nord, avere l’autonomia differenziata ma anche la coesione nazionale, avere l’economia delle ‘start-up’ ma anche la ‘web-tax’, aumentare l’export ma anche il sostegno ai salari dei lavoratori. Un libro di favole per bambini sarebbe più credibile, o almeno coerente.

5) Detto del programma va sottolineato che il governo M5S-PD nasce oggettivamente per non andare alle elezioni e far vincere Salvini. Come ai tempi di Berlusconi, queste alleanze finiscono per scavarsi la fossa. Questo governo, infatti, lascerà ampi spazi sul terreno sociale come sul terreno dell’europeismo. I terreni prediletti da Salvini.

Al contempo, tuttavia, i ministeri economici centrali sono quasi tutti piddini. In particolare, risalta la figura di Gualtieri all’economia, cui si aggiunge Gentiloni a Bruxelles. Altro capolavoro di Conte e un autogol del M5S alla Koulibaly.

6) Per non morire né piddini né leghisti è necessario lavorare alla costruzione di un terzo polo alternativo al Pd ed alla Lega. Un vero polo del cambiamento. Un polo che avremmo potuto costruire in dialettica con il M5S se non avesse compiuto la scellerata scelta di questi giorni. Un polo che si ponga l’obiettivo di unificare un blocco sociale del cambiamento fondato soprattutto sulla classe numerosissima che oggi non ha una vera e propria rappresentanza, e cioè sui lavoratori. E poi su tutti i cittadini che si ribellano allo stato di cose presente: al declino culturale, civile, sociale, economico, ambientale e democratico. L’Italia non è grande paese sul piano territoriale e demografico, ma lo è sul piano culturale, sociale e, nonostante tutto, anche economico. La sua collocazione nel Mediterraneo è tale da consentirgli di essere ponte fra interessi e culture diverse: fra est e ovest, fra sud e nord. Ma per essere ponte bisogna reggersi sui propri pilastri: la sovranità costituzionale, l'interesse nazionale e popolare, una struttura economica resa efficiente da un forte e rinnovato intervento pubblico.

Di questa discussione e lavoro Nuova Direzione si farà promotrice interloquendo con chi per il cambiamento ha o aveva optato per i 5S, a chi si è astenuto, a chi è sinceramente in cerca di nuove soluzioni e nuove direzioni senza settarismi e dogmatismi.