Il Movimento 5 Stelle e la riduzione del numero dei parlamentari

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parlamento sessionePubblichiamo come contributo alla discussione

di Vincenzo De Robertis*

Il Movimento 5 stelle sta sbandierando come una grande conquista la proposta di legge costituzionale che prevede la riduzione di un terzo del numero dei Parlamentari, al Senato ed alla Camera, per ottenere così un risparmio annuo di 500 milioni di euro!

Ponendo la questione in termini economici, il partito fondato da Grillo ne svilisce i termini, nascondendo le reali conseguenze del provvedimento.


Infatti, la questione del numero dei Parlamentari attiene a temi costituzionali ben più rilevanti.

Per un verso, attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all’aula per l’approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell’attività legislativa, sia per l’abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell’urgenza non c’è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l’uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.

Per altro verso, la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell’elettorato ed in particolare delle forze politiche di minoranza, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell’elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di questo fenomeno antidemocratico.

Per quanto, poi, attiene al risparmio economico, un risultato ben più consistente si sarebbe ottenuto riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, le cui retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l’apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager). Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che ancora si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all’età prevista, perché titolare delle stesse, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un’unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati.

La riduzione del numero dei Parlamentari è quindi un grosso inganno per i cittadini, che vengono imboniti con la favoletta del risparmio, mentre viene tolta loro un’altra fetta di democrazia.

Una democrazia che la nostra Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, che ha nel Parlamento l’espressione più alta della sovranità popolare e che presuppone quei “corpi intermedi” (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l’elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli, delle lobbie e/o alla criminalità organizzata.

Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all’elettorato “la rosa dei papabili”, con l’obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all’elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza fra il diritto dell’apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell’elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali. E diventa sicuramente vincente il primo, se un’altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.

Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all’apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!

Una riflessione a parte meriterebbe, in questo contesto, anche il processo di formazione del consenso, che si è modificato con la scomparsa dei partiti di massa e che vede esaltato il ruolo dei media, il cui controllo è parte determinante dello scontro politico. In quest’ottica il controllo dei social network sta assumendo un’importanza sempre più determinante e sotto molti aspetti grottesca. Lo dimostra l’importanza che viene attribuita per la formazione dell’opinione pubblica alle fake news presenti nei social, come se non vi fossero fake a go-go sulla stampa quotidiana e sulla tv (una per tutte le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein).

Il M5S, con la sua proposta di riduzione di un terzo dei Parlamentari, che in prima lettura ha già avuto il consenso dei due rami del Parlamento, rischia di imprimere una svolta tragica alle vicende istituzionali della nostra Repubblica che si è trovata a confrontarsi non più tardi di tre anni fa con una campagna referendaria su di una riforma, quella di Renzi, che in altro modo stravolgeva l’assetto costituzionale.

Se mettiamo insieme questa proposta sulla riduzione dei Parlamentari con quella sull’autonomia regionale differenziata, tanto cara a Salvini ed inserita nel “contratto” di Governo, se vi aggiungiamo quella sul Presidenzialismo, oggi messa in stand by, ma pronta ad essere ripresa, magari come contro-bilanciamento all’autonomia regionale differenziata, come propone la Meloni, allora il quadro è più che preoccupante.

E questa preoccupazione, non pensando ai grandi temi istituzionali e guardando terra-terra al proprio interesse “ di bottega”, dovrebbe averla anche il M5S, che a fronte di una riduzione del numero dei Parlamentari ed in presenza di una legge elettorale che in nome della governabilità assegna un terzo dei parlamentari con seggi in collegi uninominali, potrebbe vedersi soffiare il ruolo di “ago della bilancia”, se perdesse una parte di consensi conseguiti a marzo del 2018.

Sarebbe l’espressione di un’idiozia politica al massimo livello, maggiore di quella manifestata dalle formazioni di quella sinistra minore che, quando furono introdotte le soglie di sbarramento, le accettò senza battere ciglio, sicura che barattando i principi avrebbe guadagnato in consensi a discapito di quelli, pure di sinistra, che sarebbero stati costretti ad unirsi.

Oggi quella sinistra rischia di sparire del tutto dalle assemblee elettive.

*Comitato per l’unità della Repubblica, Bari