Brancaccio: “Non è un reddito di cittadinanza”

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Corriere della Sera – Mezzogiorno Economia, 28 gennaio 2019

Intervista di Emanuele Imperiali

Quello appena varato non è un vero e proprio reddito di cittadinanza e non ci si può attendere molto da esso in termini di sviluppo. E’ questo il parere di Emiliano Brancaccio, docente di Politica economica presso l’Università del Sannio, autore di un libro di prossima uscita per il Saggiatore, dal titolo “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’Economia tra scienza, ideologia e politica”.


Professore, cosa non la convince di questa formulazione del Reddito di Cittadinanza?

Innanzitutto il nome. Potrà piacerci o meno ma nelle sue varie accezioni, sia liberali che radicali, il reddito di cittadinanza è sempre stato inteso come un’erogazione incondizionata, finalizzata a garantire a tutti un livello base di risorse e sganciata dal problema del ricollocamento al lavoro. La legge che è stata approvata istituisce un dispositivo diverso: qualcosa di simile a un sussidio di disoccupazione sottoposto alle restrizioni tipiche dei regimi di workfare, che si spera poi di trasformare in un ennesimo incentivo a favore delle imprese che assumeranno.

I Centri per l’Impiego meridionali saranno in grado di trovare tre offerte di lavoro per i richiedenti?

Questo è uno dei punti più deboli del provvedimento. Si fa un gran parlare della messa in efficienza dei centri per l’impiego, ma questi centri hanno un ruolo limitato: servono solo a fare incrociare disoccupati e posti di lavoro vacanti. Il problema è che i posti di lavoro sono del tutto insufficienti: appena il dieci percento del totale dei disoccupati, e lo scarto è destinato ad aumentare nei prossimi mesi, al Sud come al Nord.

La si può definire, come dice il Governo, una misura per lo sviluppo del Sud?

Non è affatto una misura destinata solo al Sud. Le prime stime indicano che circa la metà del reddito andrà al Centro-Nord, una quota che potrebbe aumentare in caso di ulteriori recessioni. Non vedo nemmeno come si possa creare sviluppo. In ultima istanza il provvedimento si presenta come un altro sussidio alle imprese che assumono: l’esperienza anche recente ci dice che in questo modo si creano posti di lavoro fragilissimi, che di solito svaniscono appena l’incentivo finisce. Per uno sviluppo robusto occorrono strumenti più complessi: a partire da un piano mirato di rilancio degli investimenti pubblici, che nell’ultimo ventennio sono crollati del trenta percento.

Però il governo afferma che il reddito di cittadinanza stimolerà i consumi interni e la crescita.

Una cosa è vera: i beneficiari tenderanno a spendere interamente il reddito, il che può determinare effetti moltiplicativi elevati. Ma non possiamo dimenticare che il provvedimento si inscrive in una manovra che dal punto di vista del saldo totale è rientrata nei ranghi imposti da Bruxelles. Siamo sempre in un quadro di austerity, del tutto inadeguato ai nuovi venti di recessione.