Alla “memoria” di Paolo Rossi, tra filosofia e storia

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di Marco Sgattoni, ricercatore dell'Università di Urbino

 

paolorossi-w300“Quando tu sarai nel dolce mondo / priegoti che alla mente altrui mi rechi”. Mentre scrive queste parole (così care a Paolo Rossi), Dante ascolta l’umano desio di ciascuno e l’insuperabile paura di essere dimenticati. Ma ricordare lo studioso nato a Urbino nel 1923, e scomparso a Firenze il 14 gennaio all’età di ottantanove anni, è prima di tutto un doveroso tributo al merito. Al di là dell’enfasi e della commozione del momento, gli omaggi che sono stati scritti all’indomani della sua scomparsa sui maggiori quotidiani nazionali e internazionali restituiscono il ritratto indelebile di un maestro, membro eminente della comunità scientifica europea. 

 

Cercando di ripercorrere la sconfinata produzione di un così celebre e celebrato autore, è proprio il tema della memoria (uno dei suoi maggiori oggetti d’indagine) a permettere un accesso privilegiato alle riflessioni che Rossi ha condotto gettando ponti tra ambiti di ricerca non sempre affini, spesso considerati inconciliabili. Una categoria, quella di memoria, che funge da chiave per interpretare una fase cruciale della storia delle idee, a cavallo tra Cinquecento e Seicento, tra l’autunno del Rinascimento e la primavera della Modernità.


Con il suo Clavis universalis (1960), Rossi dirotta l’attenzione sulle dimenticate arti della memoria e sulla loro profonda incidenza nella costruzione del pensiero culturale europeo, “in un’età che amava incorporare le idee in forme sensibili, che si dilettava a trasferire sul piano delle discussioni intellettuali la Febbre e la Fortuna, che vedeva nei geroglifici il mezzo usato per rendere indecifrabile al volgo la verità, che amava gli ‘alfabeti’ e le iconologie, che concepiva verità e realtà come qualcosa che si va progressivamente rivelando attraverso segni, ‘favole’, immagini”. Proprio riflettendo sull’importanza dei segni, delle imprese e delle allegorie, tornano alla mente i testi ficiniani sui “simboli e le figurazioni poetiche che nascondono divini misteri”, e gli scritti di Landino, Valla, Pico, Poliziano et alii, in cui è presente un gusto spiccato per le allegorie e le “forme simboliche”: proprio perché costruttrici di immagini, si rende evidente la risonanza destinale delle arti della memoria nella cultura rinascimentale.


Tra gli altri, anche Bacone conosce direttamente i testi cinquecenteschi sull’ars memorativa: nel Novum Organum, e non solo, si dimostra un cultore della dottrina dei luoghi, delle immagini e degli emblemi, della fissazione ordinata dei concetti tramite il ricorso al carattere visivo e alla forza emotiva. Come sottolinea Rossi, questi studi conoscono la loro massima fortuna nel XVI e XVII secolo, poi nel Settecento entrano in un cono d’ombra lungo due secoli, e bisognerà attendere Augustus de Morgan e George Boole perché finalmente tornino in auge. Dopo Leibniz e anche per opera di Leibniz scompariva un intero mondo, l’avvento del nuovo empirismo trascinò lo stesso filosofo di Lipsia entro la categoria degli esponenti fuori moda dei sistemi a priori. Ma anche quando nella storia della cultura tardo-rinascimentale verrà abbandonata l’idea di una collocazione delle immagini nei luoghi, resterà ben salda l’idea che i simboli e altri strumenti possano aiutare la memoria, e divenire preziosi mezzi in funzione del ricordo e della comunicazione.


Prima del suo prezioso Clavis universalis, Rossi aveva già acquisito una notorietà internazionale dedicando una monografia al filosofo che più ha amato e approfondito: Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza (1957). Il profilo civile dell’autore della New Atlantis è noto: già nei suoi primi scritti, deprecava la triste sorte inflitta alla cristianità – divisa da fratricide guerre di religione –, criticava la corruzione diffusa nelle corti, e le sue prime posizioni preannunciavano quelle della sua maturità. Ma soprattutto il Bacone di Rossi riteneva necessario che il sapere dei tecnici venisse inserito nel campo della scienza e della filosofia, a esso precluso da autoritarie pretese di una tradizione secolare indebitamente prolungata oltre il proprio tempo. Voleva tenacemente si compisse operare una svolta radicale nell’orientamento e nell’organizzazione: il sapere dominante discendeva dalla classicità greca, dalla tradizione patristica o ermetica, dando luogo a inganni e pretese di forze occulte, tra magia e alchimia; il nuovo sapere, invece, doveva ispirarsi alle scoperte che avevano dato un volto nuovo alla sua epoca: dalla bussola alla stampa, dalla polvere da sparo alle navigazioni oceaniche. I fini che Bacone indica abbisognano d’istituzioni culturali rinnovate: le accademie, i collegi, le società scientifiche, i sovrani e gli stati devono porsi alla testa di un progresso votato al miglioramento delle condizioni dell’uomo. Le operazioni magiche appaiono miracolose perché le loro cause sono note all’operatore e ignote allo spettatore, questo il senso genuino del pensiero ermetico. Nella Parasceve ad historiam et experimentalem e in altri scritti di quegli anni, alcuni rimasti inediti, il motivo della riforma richiede con forza e costanza un intervento del potere politico che l’assecondi e la promuova.


Particolarmente suggestiva l’interpretazione che Bacone diede del mito di Prometeo, rispetto alla tradizione sono presenti preziosi elementi di novità, ed è merito di Rossi aver fatto emergere il significato da attribuire a questi elementi in vista di una valutazione generale della filosofia baconiana e del suo tempo. Nella cultura medievale Prometeo perde il suo carattere di ribelle creatore e viene interpretato come un simbolo dell’unica, divina potenza creatrice: Deus unicus qui universa condit, qui hominem de humo struxit, hic est verus Prometeus. In Tertulliano, in Lattanzio e in Fulgenzio questo motivo appare dominante e Prometeo incarna il travestimento pagano della potenza divina che dopo aver creato l’uomo soffia in lui la vita; ma in Servio e in Agostino, oltre che come simbolo della divinità, Prometeo continua a essere interpretato anche come il riformatore che ha inventato tutte le arti e gli strumenti del vivere civile. “Prometheus est philosophus” scriverà Pomponazzi nel De fato: nella coscienza del Rinascimento diviene il simbolo della capacità di creazione che, unico fra tutte le creature, l’uomo possiede. Gli uomini rudes et ignari... agrestes et belure furono così condotti dalla barbarie alla civiltà, e soprattutto è in Bovelles, come ha mostrato anche Ernest Cassirer, che il mito di Prometeo diviene espressione dell’individualismo rinascimentale. Tramonta l’uomo di natura (primus homo) e sorge l’uomo celeste (secundus homo), capace di trasformare una parte in un tutto, un cominciamento in una perfezione, un seme in un frutto. Il tema della dignità e della centralità dell’uomo presente nelle pagine di Pico, Manetti, Ficino, si riflette in modo perentorio nel Prometeo di Bovelles. E proprio nel capitolo di un’opera considerata dalla maggioranza degli interpreti solo un’esercitazione letteraria, Rossi rintraccia gli stessi motivi poi divenuti cardini delle successive opere di Bacone: già nella sua ricostruzione del mito di Prometeo compaiono gli accenni espliciti ai temi fondamentali che verranno svolti nel Novum Organum o nel De Augmentis. Riveste un certo interesse anche il significato attribuito alle celebrazioni del fuoco di Prometeo per mostrare in modo efficace la profonda differenza che separa il pensiero di Bacone da quello di Bovelles, e così la distanza tra il concetto moderno di scienza e la magia rinascimentale: la scienza non dovrebbe dipendere da una tremula e agitata torcia, i più veloci e gagliardi nella gara, sono forse i meno abili nel conservarla accesa. Non solo questa teorizzazione della necessità della ricerca collaborativa come essenziale alla scienza si muove su un piano molto diverso da quello tipico dei filosofi e degli scienziati del Rinascimento, ma la stessa esaltazione dell’uomo, comunque presente nel Prometeo baconiano, assume da questo punto di vista un ben diverso significato. Il potere dei mortali non è in alcun modo infinito, l’uomo è obsessus legibus naturae: nessuna forza può sciogliere o spezzare i nessi causali che regolano la realtà naturale. Il compito dell’uomo non consiste quindi nella celebrazione della sua infinita libertà o della sua sostanziale identità con l’universo, ma nel rendersi conto che il potenziamento delle sue limitate doti esige un adeguamento alla natura, una volontà di eseguirne i comandi e di prolungarne 1’opera.


Rossi registra uno strappo: la dimensione “segreta e iniziatica” del sapere rinascimentale cede il passo alla valenza “pubblica” del sapere scientifico moderno e all’eguaglianza delle intelligenze quali suoi tratti fondamentali. Proprio sulla scorta della nuova edizione del suo Bacone (1974), Rossi torna con maggior vigore sulla frattura che separa la Modernità dal Rinascimento, segnando un maturo distacco dai suoi maestri e da quelle tesi che, sulla scia di Delio Cantimori, insistevano sulla “continuità” delle idee fra Quattrocento e Settecento.


“Mi sono laureato a Firenze con Eugenio Garin”: questo era stato il suo biglietto da visita con cui venne accolto al Warburg Institute da Gertrud Bing, Otto Kurz, Ernst Gombrich, Arnaldo Momigliano, Frances Yates. E la stima e l’ammirazione per il suo maestro sono diventate per Rossi occasioni di formazione. In un recente articolo, proprio pensando a Garin scrive: “Sapeva perfettamente anche una cosa che tutti i piccoli maestri amano dimenticare. Che il sapere cresce perché ci sono maestri e soprattutto, perché ci sono scolari che si distaccano dai loro maestri. Sapeva che il rapporto tra maestri e scolari è, come quello fra padri e figli, un rapporto difficile. Sapeva che i maestri devono essere amati e rispettati, non ripetuti e che quelli che Galileo (facendo riferimento al loro maestro Aristotele) chiamava ‘i trombetti’ non hanno mai dato contributi alla crescita del sapere”.


Prima allievo (ha studiato ad Ancona, Bologna, Firenze, ed è stato assistente di Antonio Banfi a Milano), poi maestro, Rossi ha insegnato al liceo classico di Città di Castello (che lo fregiò della cittadinanza onoraria), poi nelle Università di Milano (1955-1961), Cagliari (1961-1962), Bologna e, dal 1966, si è definitivamente stabilito a Firenze, dove ha tenuto fino al 1999 la cattedra di Storia della filosofia, presso la Facoltà di Lettere, per poi divenirne professore emerito. È stato membro dell’Accademia Europea dal 1989, e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei dal 1992.


Dopo aver scritto opere divenute classici della storia delle idee (I filosofi e le macchine 1400-1700, 1962; I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, 1979), negli anni novanta Jacques Le Goff gli affida il compito di scrivere un libro intitolato La nascita della scienza moderna in Europa. Un’occasione per ripensare ai suoi studi e per compiere l’ennesimo atto di una sfida combattuta lungamente contro la tradizione idealistica gentiliana circa la preminenza degli studi umanistici sugli scientifici. Sulla filosofia e sulla scienza del Medioevo – oltre che sul processo di laicizzazione della cultura, sulle condanne teologiche di molte tesi filosofiche – si sono consumati fiumi d’inchiostro. Per troppo tempo è stata difesa la tesi di una linearità forte tra la scienza degli studiosi del Merton College di Oxford (come Bradwardine) e dei fisici parigini (come Nicola Oresme e Giovanni Buridano) e la scienza di Galilei, Cartesio, Newton; al di là delle interpretazioni di Pierre Duhem o di Marshall Clagett, Rossi propone ragioni opposte, che valgano a convalidare la tesi di una discontinuità forte tra la tradizione scientifica medievale e la scienza moderna e che consentano, di conseguenza, di considerare legittimo l’uso dell’espressione “rivoluzione scientifica”.


Con analisi sempre lucide, necessariamente alle volte anche impietose, Rossi ha espresso la sua ferma convinzione che la “storia” abbia molto a che fare con le “immagini della scienza”. Così il cosiddetto metodo scolastico (fondato sulla lectio, la quaestio, la disputatio) lascerà spazio alla nuova astronomia, alle osservazioni compiute con il cannocchiale e il microscopio, al principio di inerzia, agli esperimenti sul vuoto e la circolazione del sangue, alle grandi conquiste del calcolo. Accanto a questi argomenti, prende posto anche l’esposizione delle grandi idee e i grandi temi che furono centrali nel corso di quella rivoluzione: il rifiuto della concezione sacerdotale o ermetica del sapere, la nuova valutazione della tecnica, il carattere ipotetico o realistico della conoscenza del mondo, i tentativi d’impiegare – anche relativamente al mondo umano – i modelli della filosofia meccanica, la nuova immagine di Dio come ingegnere o orologiaio, l’introduzione della dimensione del tempo nella considerazione dei fatti naturali. Citando Westfall: l’alchimia “era l’ultimo fiore di una pianta morente e la matematica del Seicento il primo fiore di una robusta pianta perenne”.


Tornerà a più riprese su Giambattista Vico (Le sterminate antichità e nuovi saggi vichiani, 1999) e sul tema della memoria, in chiave filosofica e storica (Il passato, la memoria, l’oblio, 1991, Premio Viareggio); con energica risolutezza continuerà a puntellare le tesi alle quali ha dedicato la sua vita, confrontandosi costantemente con le derive “irrazionalistiche” contemporanee e difendendo l’eredità e le conquiste della “ragione” moderna. Rossi insiste che la scienza acquistò in quegli anni alcuni di quei fondamentali caratteri che ancora oggi conserva e che giustamente apparvero ai padri fondatori come qualcosa di nuovo nella storia del genere umano: un artefatto o un’impresa collettiva, capace di crescere su se medesima, volta a conoscere il mondo e intervenire sul mondo. Non un’impresa innocente, né mai si è ritenuta tale, a differenza di quanto è avvenuto per gli ideali politici, le arti, le religioni, le filosofie, ma che è diventata una potentissima forza unificatrice della storia del mondo. Anche negli ultimi anni, Rossi ha sempre analizzato e denunciato l’esistenza di diverse forme di “ostilità alla scienza”, ha scagliato dure invettive contro il “primitivismo” e l’“antiscienza”, contro coloro che propugnano un rifiuto del razionalismo e anelano a una sorta di ritorno a un mondo premoderno: “Coloro che si sono dedicati a studi umanistici pensano alla scienza come qualcosa di arido, la ritengono (in fondo al cuore) come scarsamente rilevante per la cultura e per la storia della cultura, hanno della scienza e della sua storia quella riduttiva immagine di comodo che tanti filosofi (anche illustri) del nostro secolo hanno contribuito a rafforzare e a propagandare, condividono quasi sempre senza saperlo i discorsi dei primi decenni del Novecento sulla bancarotta della scienza”.


Il processo di transitorietà della scienza, l’utilizzo del sapere precedente, comportano processi di selezione e di scarto. La scienza è l’unica fra le molte forme del sapere umano nella quale gli errori vengono (con notevole frequenza e senza spargimenti di sangue) individuati, corretti, utilizzati. è l’unica ad aver fatto proprio l’atteggiamento che Nicholas Rescher ha definito “il copernicanesimo cognitivo”, un approccio che consiste nell’affermare che la propria posizione nel tempo non è cognitivamente privilegiata e che il presente, qualunque presente, non ha alcun privilegio epistemico. Questa forma di “copernicanesimo” non è allo stesso modo presente in tutte le forme del sapere. Non tutte assumono la transitorietà come valore. Ci sono forme culturali che tendono a istituire collegamenti tra i mortali e le verità assolute e insuperabili. Scrivere per l’eternità è certo una metafora, ma è indubbio che la poesia non viene superata allo stesso modo in cui vengono superati i risultati ai quali giungono gli osservatori della natura: Omero e Dante e Shakespeare parlano ancora ai contemporanei.


Eppure la natura essenziale dell’impresa scientifica va forse ricondotta alla nozione, già presente in Bacone, della antiquatio theoriarum o della capacità di rendere ‘vecchie’, ‘obsolete’ o ‘superate’, le teorie cui, in un qualunque presente, si attribuiscono la qualifica di verità. Di qui si coglie il senso profondo di parole scelte per comporre il manifesto esistenziale di uno spirito nobile, uno storico delle idee (come amava definirsi), uno dei maggiori intellettuali del Novecento, Paolo Rossi: “Non importa ciò che è stato fatto, si tratta di vedere che cosa si può fare. La scienza vede ovunque un divenuto. Ogni lavoro scientifico vuol essere superato ed essere superati non è solo il nostro destino, è anche il nostro scopo”.