Il conflitto nel Nagorno Karabakh

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Nagorno Karabakh Map2di Marco Pondrelli

Le cause del conflitto

Lo scoppio delle ostilità fra Armenia e Azerbaigian in Nagorno Karabakh il 27 settembre è solo l'ultimo capitolo di uno scontro più che trentennale. La tensioni erano già presenti all'interno dell'Unione Sovietica e scoppiarono, trasformandosi in guerra, all'indomani dell'indipendenza dei due paesi.


Il nuovo capitolo è stato aperto dall'attacco azero (giustificato a causa di una fantomatica aggressività armena). L'Azerbaigian continua a reclamare questa regione come parte del proprio territorio nazionale nonostante sia, non solo occupato militarmente dall'Armenia, abitato in prevalenza da armeni.

La prima motivazione della guerra risponde ad esigenza di politica interna azera, essa consente al Presidente Ilham Aliyev di compattare il proprio paese dietro la sua figura, che è debole e non certo paragonabile a quella del padre. L'obiettivo è rafforzare il suo ruolo ed indebolire le voci che si oppongono al suo governo attraverso uno scontro internazionale.

Analizzando con attenzione il contesto geopolitico regionale e mondiale si possono ricavare ulteriori spiegazioni sulle cause di questo ennesimo conflitto. Il Caucaso è una regione di passaggio fra Oriente ed Occidente, luogo di transito e di estrazione di risorse naturali. Questa piccola porzione di terra è divisa fra una parte interna alla Federazione Russa ed una esterna che veda la presenza di tre stati indipendenti (Armenia, Azerbaigian e Georgia). È una regione che ospita molti popoli, molte etnie e molte lingue, laddove, come scrisse Aleksandr Puškin, 'gli uomini fanno nidi sulle montagne'. Il Caucaso è strategico, non ultimo per il passaggio della nuova via della seta, e dentro al Caucaso il Nagorno Karabakh è altrettanto importante, questo spiega meglio delle tensioni, le guerre e i conflitti che ruotano attorno a questi pochi chilometri quadrati.

Queste considerazioni hanno portato a presentare ed a leggere questa guerra come una guerra per procura: una proxy war. Da una parte ci sarebbe la Russia che sostiene l'Armenia e dall'altra la Turchia fedele alleata dell'Azerbaigian. È indubitabile che entrambi i paesi abbiamo un ruolo in questo scontro ma la situazione è più complicata di quella che potrebbe apparire ad un primo e superficiale sguardo. Proverò ad analizzare nello specifico il ruolo di questi due paesi.

La Federazione Russa. La Russia ha avuto ed ha un rapporto molto stretto con l'Armenia con cui commercia, a cui vende armi e sul cui territorio si trova anche una sua base militare. Nonostante questo storico legame il Primo Ministro Nikol Pashinyan è stato eletto sull'onda di una rivoluzione colorata filo europea e filo atlantica. Un riposizionamento geostrategico di Erevan non è però oggi all'ordine del giorno essendo il ruolo del vicino russo troppo forte per permettere il riproporsi di una soluzione 'georgiana'. Nonostante l'Armenia non possa diventare un bastione atlantico Mosca non è in ogni caso disponibile a schierarsi in questo conflitto.

La Federazione Russa non è fermata solo dalla mancanza di fiducia verso l'Armenia ma anche dal rapporto positivo che trattiene con Baku. I rapporti fra i due paesi si sono cementati grazie all'attenta politica del primo Presidente azero Heydar Aliyev (padre dell'attuale Presidente), il quale pur legando il proprio paese all'Occidente non ha mai chiuso i rapporti con Mosca ma anzi ha coinvolto la Lukoil nel business del gas (la Lukoil guadagna il 10% degli utili realizzati con lo sfruttamento degli idrocarburi sul Caspio). Questa attenta politica (rafforzare i legami con l'Occidente senza rompere con la Russia) ha portato l'Azerbaigian ha diventare un paese ricco, divenendo fornitore di energia naturale che arriva anche in Italia.

Il rapporto con la Russia è rafforzato anche dalla consapevolezza che l'Azerbaigian possa avere un ruolo positivo nel bloccare l'afflusso di terroristi nel Dagestan[1], bloccando la conseguente destabilizzazione del Caucaso russo.

La Turchia. La posizione turca è maggiormente assertiva. Erdoğan non solo ha mostrato il suo sostegno incondizionato a Baku ma ha spinto per la soluzione militare (probabilmente ne è il vero artefice). Fonti armene[2] e russe[3]accusano la Turchia di avere una presenza militare in Azerbaigian. In luglio ed agosto circa 600 militari turchi erano presenti nel paese per un'esercitazione, questo avrebbe permesso ad Ankara di pianificare e partecipare alla guerra.

Il sostegno a Baku da parte di Erdoğan è frutto di considerazioni geopolitiche legate all'importanza del Nagorno Karabakh ed anche alla battaglia che il Presidente turco sta combattendo per l'egemonia nel campo sunnita.

A queste considerazioni si somma l'atavico astio verso il popolo armeno. Nonostante, rispetto al genocidio armeno, Erdoğan si sia spinto dove nessun governante turco era mai arrivato, avendo espresso 'le sue condoglianze per il massacro compiuto dall'impero ottomano'[4], il rancore, o forse l'odio, fra i due popoli rimane.

Se il colpo di mano militare fosse riuscito la Turchia avrebbe rafforzato il suo ruolo di potenza regionale, rafforzandosi come hub energetico.

Guerra e pace

L'andamento bellico però non è stato quello previsto, sebbene l'Armenia abbia circa 1/3 della popolazione azera e non abbia le risorse economiche di Baku la sua resistenza è stata, al momento, vittoriosa. Questo ha indebolito la posizione turca. Erdoğan è un uomo politico spregiudicato, in grado di cambiare, solo per fare un esempio, più volte posizione rispetto al conflitto siriano. Questa sua spregiudicatezza lo ha portato ad assecondare una politica aggressiva che ha aperto molti (forse troppi) fronti. La Turchia, paese che vale la pena di ricordare fa parte della NATO, ha un ruolo in Libia avendo dato sostegno militare a al-Sarrāj (alleato anche dell'Italia), ruolo che è stato determinate nel rispondere all'offensiva del generale Haftar. Inoltre Ankara è impegnata in un confronto con Grecia e Francia nel mediterraneo, in una continua escalation di dichiarazioni e di sfoggio muscolare. A chiudere il quadro c'è la presenza in Siria in chiave anti-curda. Il fronte caucasico è solo l'ultimo di questa lunga serie alla quale va aggiunto quello che rischia di essere lo scontro più pericoloso di tutti: quello interno.

Il Covid ha colpito duramente anche la Turchia, la crescita economica 'cinese' è solo un ricordo e quando a fine anno scadrà il blocco dei licenziamenti le tensioni sociali potrebbero crescere, se questo dovesse essere lo scenario sarà difficile rispondere solo proiettando il paese nello scontro internazionale pensando di rafforzare così la propria immagine ed il proprio prestigio. In questo contesto mantenere aperti i canali con la Russia evitando di tornare allo scontro di pochi anni fa è vitale, così come lo sarà il rapporto con la Cina.

La stessa Russia non sembra intenzionata a tagliare i ponti con Ankara, che non è un alleato di Mosca (rimanendo un paese della NATO) ma un interlocutore con cui condividere e discutere i principali dossier regionali. La Russia in Siria ha dimostrato grandi capacità diplomatiche (oltre che grande preparazione militare) difendendo Assad ma allo stesso tempo rassicurando la Turchia, spaventata dai curdi, e Israele, preoccupato della presenza iraniana e di Hezbollah. Questo ruolo che Putin ha costruito fa di Mosca il punto d'equilibrio, fedele con gli alleati (a partire dall'Iran) ma in grado di tenere aperti i canali diplomatici con tutti per evitare pericolose escalation.

Questo lavoro ha permesso alla Russia di aprire un tavolo negoziale per fermare la guerra in Nagorno Karabakh, l'invito di Lavrov ai due ministri degli esteri, l'azero Jeihun Bayramov e l'armeno Zohrab Mnatsakanian ha portato ad una prima tregua. Come ha notato Gianandrea Gaiani 'sul piano politico-strategico è Vladimir Putin a uscirne vincente a spese di Recep Tayyp Erdogan. Mosca si conferma nuovamente arbitro indiscusso delle crisi alle porte di casa, dove da tempo in molti cercano di ridurne l’influenza sulle repubbliche ex sovietiche ai suoi confini, dall’Ucraina alla Georgia, dal Caucaso agli “stan” dell’Asia Centrale[5]'.

L'obiettivo del duo Putin-Lavrov era di non schierare il proprio paese con una delle due parti, tanto meno impegnarsi direttamente nel conflitto (sarebbe stato difficile convincere i russi a morire per Erevan). Mosca ha riaffermato la sua centralità nel Caucaso mettendo sulla bilancia il proprio prestigio per stabilizzare l'area.

In questo momento non è possibile affermare se la tregua reggerà o meno ma al momento la Russia e riuscita non solo a riaffermare il proprio ruolo ma anche a coinvolgere il gruppo di Minsk di cui la Turchia non fa parte, indebolendo così il ruolo di Ankara. A breve si potrà valutare la tenuta della tregua. In ogni caso anche se la tregua dovesse reggere difficilmente a breve si potrà arrivare ad una soluzione definitiva per il Nagorno Karabakh, difficile trovare una quadra fra interessi e pulsioni così distanti fra loro.  L'unica strada che potrebbe portare ad un compromesso che metta fine a questa lunga vicenda passa dalla volontà di Putin di mettere sul piatto della bilancia tutto il peso ed il prestigio della Russia.

La Russia nel mirino?

Ad oggi la Russia è l'unica vincitrice di questa guerra. Per Mosca però i segnali preoccupanti si accumulano e da agosto continuano ad accumularsi. Prima c'è stato l'attacco alla Bielorussia con il tentativo (ancora aperto) di rivoluzione colorata, poi il 'tentato avvelenamento' di Naval'nyj subito divenuto il principale oppositore di Putin, a cui sono seguite le solite sanzioni europee. Uno scenario denso di incognite e potenzialmente pericoloso è quello moldavo, qui molti segnali indicano la possibilità di un'ennesima rivoluzione colorata. A tutto questo si aggiunge la situazione ucraina che ben lungi dall'essere pacificata potrebbe vedere una nuova escalation militare.

Come si può notare ai confini della Russia la guerra nel Nagorno Karabakh non è l'unico fuoco acceso.

Siamo alla vigilia delle elezioni statunitensi. Biden ha fatto sapere che se sulla questione cinese manterrà la linea impostata da Trump, in Europa invece le cose potrebbero cambiare e mentre per l'attuale Presidente il vecchio continente non è il fronte principale dello scontro mondiale per il candidato democratico potrebbe tornare ad esserlo. L'ex vicepresidente ha chiarito la sua posizione dichiarando di considerare la Russia il pericolo principale è la Cina il maggior concorrente[6].

Rigenerare l'asse con l'Europa e rafforzare la NATO avrebbero come conseguenza la riapertura di un nuovo fronte con Mosca (anche se in realtà lo scontro non si è mai chiuso), Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Nagorno Karabakh potrebbero essere il terreno di scontro. A quel punto la fragile tregua siglata potrebbe rimanere solo un ricordo.

Note:

1. Bordoni, Marco; Il grande gioco sul piccolo Karabakh, https://letteradamosca.eu/2020/10/02/il-grande-gioco-sul-piccolo-karabakh/?fbclid=IwAR0jofgUXXyXd4BVtKaMxlVUM9rYHvIp1zseBFAvu6tW_s3jXDVCcz890NY

2. Nagorno Karabakh: gli armeni rivelano dettagli sull’impiego degli F-16 turchihttps://www.analisidifesa.it/2020/10/nagorno-karabakh-gli-armeni-rivelano-dettagli-sullimpiego-degli-f-16-turchi/

3. Da Mosca nuovi dettagli sull’impegno militare turco nel conflitto azero-armeno, https://www.analisidifesa.it/2020/10/da-mosca-i-dettagli-sullimpegno-militare-turco-nel-conflitto-azero-armeno/

4. De Napoli, Ilaria; Orgoglio e pregiudizio. L'Armenia al centro, in Cellamare Daniele, op. cit., pag. 143

5. Gaiani, Gianandrea; Tregua in Nagorno-Karabakh: Putin mette fuori gioco Erdogan, https://www.analisidifesa.it/2020/10/tregua-in-nagorno-karabakh-putin-mette-fuori-gioco-erdogan/

6. Байден считает Россию главной угрозой для США,https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/9813881