Srebrenica 9-11 luglio 1995, la tragedia delle vittime e l’ipocrisia pianificata dell’Occidente.

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Srebrenica massacre memorial gravestones 2009 1Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Maria Morigi

“Ci fu un attimo di silenzio e si sentirono solo le cicale. Poi dalla gola di Drago uscì un lungo grido isterico: ‘Ma come cazzo fa un cristiano a proteggere gli infedeli?’. L’uomo in mimetica si mise a battere il calcio del mitra sul terreno. Fermo sull’uscio, Gojko guardava muto, con le mutande abbassate. Dentro, qualcuno piangeva, probabilmente donne. Quando partì la raffica e il vecchio si accasciò di traverso sulla stuoia con la scritta Dobrodošli, ‘benvenuti’, l’espressione di disarmato stupore gli si era già fissata, definitivamente, sulla bocca e sugli occhi… Drago e il vecchio Gojko divennero per me l’immagine stessa del dualismo chiave di quella guerra: la spavalda astuzia del male e l’inerme cecità del bene. Da allora, tutto ciò che avevo visto in Bosnia si illuminò di significato nuovo e semplice”. (Maschere per un massacro di Paolo Rumiz).


Questa è la tragica, diretta testimonianza di chi ha potuto vedere, almeno in parte, ma è anche stato costretto a prendere per buono quello che hanno voluto fargli vedere e credere. Di fronte al male, una cecità parziale sembra cogliere le persone, che solo tempo dopo, forse, se oneste, mettono a fuoco di essere state strumentalizzate.

A Srebrenica 8000 musulmani vennero liquidati nel giro di pochi giorni dalle truppe serbe del generale Ratko Mladic, sotto gli occhi di un battaglione olandese delle Nazioni Unite. Fu il maggior eccidio di massa che ha avuto luogo sul suolo d’Europa a partire dal 1945. Fino a pochi giorni prima i comandanti Nato festeggiavano con gli assassini (ci sono le foto di brindisi e bevute di birra) e gli olandesi si divertivano con le ragazze del paese.

I fatti di Srebrenica sono assurti, nel corso degli anni, a una sorta di catarsi collettiva (serbi esclusi) per tutti i popoli balcanici che hanno così giustificato moralmente ogni sorta di nefandezza commessa, anche contro gli stessi serbi. L’eccidio di Srebrenica, spesso accostato all’olocausto, è servito in quel momento alla propaganda delle potenze occidentali e degli Stati Uniti per costruire una anticipazione emotiva all’aggressione che di lì a poco avrebbero sferrato contro Belgrado.

Così per non accontentarci delle testimonianze dal vivo, delle inchieste e dei tribunali, leggiamo di Ivana Kerečki “Il dossier nascosto del ‘genocidio’ di Srebrenica (ed. La Città del Sole) in cui viene indagato il quadro completo dell’evento e delle sue motivazioni e viene smontata la tesi della pulizia etnica programmata e pianificata dai serbi.

Nella prima parte il dossier analizza l’operato del Srebrenica Research Group, gruppo indipendente anglosassone tra cui l’alto responsabile delle Nazioni Unite Philip Corwin, che si trovava in Bosnia-Erzegovina all’epoca dei fatti. Corwin ripercorre l’operato delle Nazioni Unite in Bosnia Erzegovina sottolineando il sistematico boicottaggio che veniva messo in atto dalle autorità della NATO nei confronti dell’ONU. Egli evidenzia come il fantastico numero di ottomila uccisi a Srebrenica fosse scaturito da un accordo politico tra il governo di Sarajevo e le potenze occidentali per poter mettere in atto ritorsioni contro la Serbia e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska). Ciò che accadde nella cittadina bosniaca, secondo l’ analisi di Corwin, fu solo il culmine di una serie di operazioni aggressive che si protraevano ormai da tre anni; vengono anche analizzate le incongruenze per cui la città, dichiarata “zona di sicurezza” disarmata, era costantemente utilizzata dalle forze dell’esercito musulmano bosniaco e dalle bande armate di Naser Orić come retrovia per attacchi contro le forze armate serbo-bosniache: da qui la necessità di un rapido intervento militare da parte serba, unica “soluzione sensata” (così chiamata da parte del personale ONU russo). La rapida vittoria militare si risolse in una sconfitta politica, ma l’occidente aveva finalmente un casus belli.

Un’altra parte del dossier è curato dal giornalista Edward Hermanche che parla delle politiche mistificatorie che hanno seguito i fatti di Srebrenica, trasmesse da un giornalismo ‘addomesticato’ e finanziato ‘discretamente’ dal finanziere Soros. Herman ci dice che l’inverosimile dato degli 8000 morti scaturì da un rapporto della Croce Rossa secondo cui i serbo-bosniaci avevano fatto 3000 prigionieri e 5000 persone risultavano irreperibili; ma fu taciuto che diverse migliaia di persone avevano trovato rifugio nella Bosnia centrale e nella stessa Serbia: la Croce Rossa infatti sostenne che non poteva depennare dalla lista dei 5000 scomparsi i nomi delle persone ritrovate vive, perché “non ne avevano ricevuto i nomi”. Herman evidenzia infine il sistematico ricorso, da parte della propaganda antiserba, alle collaudate tecniche di infarcire i resoconti con ogni sorta di particolare macabro e raccapricciante.

Conclude il capitolo Michael Mandel che si occupa, nel dossier, della questione giuridica per cui l’operato dei serbi in Bosnia non può in alcun caso qualificarsi nei termini di “genocidio” e rileva, con amara ironia, che quando lo stesso tribunale dell’Aia ha dovuto recedere da tale accusa per carenza di prove ha poi fatto valere in sede processuale l’eresia giuridica secondo cui i serbi non avrebbero commesso determinati crimini solo per paura di essere scoperti

La seconda parte dell’opera è dedicata alle testimonianze dirette degli avvenimenti, tra cui quella del generale canadese Lewis Mac Kenzie, primo comandante delle forze ONU a Sarajevo. Questi, racconta che le richieste di incremento di truppe presentate dagli alti ufficiali ONU per la protezione di Srebrenica e delle altre enclaves furono costantemente disattese col preciso intento di assecondare i bosniaci e delle bande di Orić che prevedevano la presa della città da parte serba, al fine di scatenare la rappresaglia. L’alto funzionario ONU Carlos Martins Branco, aggiunge al dossier i particolari relativi al ritiro e alla mancata difesa di Srebenica da parte delle truppe regolari e irregolari di Sarajevo. Infine un’ intervista al Dr. Milan Bulajić, spiega come le autorità bosniache abbiano omesso lo svolgimento di un censimento obbligatorio della popolazione sia nel 1996 che nel 2001 al solo fine di occultare il numero reale di persone decedute a Srebrenica.

L’ultima sezione del Dossier nascosto del “genocidio” di Srebrenica, è dedicata ad una video cassetta opportunamente ‘rinvenuta’ in occasione del decimo anniversario dei fatti di Srebrenica. Il film ha avuto una diffusione globale come prova incontrovertibile del massacro di ottomila persone inermi perpetrato dai serbi nella cittadina bosniaca. Autrice è Nataša Kandić, avvocatessa serba dirigente di una delle ONG etero dirette e prezzolate che hanno operato e ancora operano in Serbia per piegare il Paese alla sudditanza atlantica in nome dei “diritti umani”. Il video mostra l’esecuzione di 6 prigionieri non identificati da parte di altrettanto non identificabili paramilitari serbi (“Scorpioni”). Ma i conti non tornano, né per l’identificazione di vittime e carnefici, né per il luogo, né per numerosi altri dettagli che non sto qui ad elencare.

Però è stata presentata così la prova del massacro, all’indignazione e alle lacrime del mondo .

“La NATO doveva ormai servire da arma di stabilizzazione della democrazia nel mondo. In altre parole, serviva a promuovere l’economia globale e dare al mondo la libertà di bere Coca-Cola. Quattro delle sei repubbliche costitutive della ex Jugoslavia hanno accettato questa transizione immediata verso la democrazia. La Serbia l’ha rifiutata e ha pagato il prezzo di questo rifiuto. Effettivamente, tutti nella ex Jugoslavia ne hanno pagato il prezzo, e Srebrenica ha fatto parte di questo prezzo” Philip Corwin