Pivot to Asia/China: Qualcosa non funziona?

Pivot to Asia/China: Qualcosa non funziona?

di Diego Angelo Bertozzi

Qualcosa sembra scricchiolare nella complessa impalcatura del “Pivot to Asia” statunitense, tanto nella “gamba” economica che in quella militare e della sicurezza. Certo, le difficoltà che si stanno rivelando in questi giorni possono essere collegate anche all'ormai prossimo ..

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Repressione contro la sinistra in Corea del Sud. Destituiti i parlamentari

Repressione contro la sinistra in Corea del Sud. Destituiti i parlamentari

da Sinistra.ch

La Repubblica di Corea – meglio nota come Corea del Sud – è da mezzo secolo sotto l’occupazione militare da parte degli Stati Uniti e viene comunemente definita una “democrazia” ...

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Psyop: operazione Siria

Psyop: operazione Siria

di Manlio Dinucci

Dopo che per cinque anni si è cercato di demolire lo Stato siriano, ora che l’operazione militare sta fallendo si lancia quella psicologica per far apparire come aggressori il governo e tutti quei siriani che resistono all’aggressione

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La pace di Cartagena con le Farc

La pace di Cartagena con le Farc

di Geraldina Colotti

Firmato ieri lo storico accordo che mette la parola fine a 52 anni di conflitto armato. Nella città caraibica 2.500 invitati, tra delegazioni Onu, ministri di 40 paesi, ex guerriglieri e vittime della violenza, per la celebrazione del patto tra…

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Associazione Politico-Culturale Marx XXI

Gli Stati Uniti, Fetullah Gulen e le sue ramificazioni in America Latina

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gulen americalatinada lantidiplomatico.it

Il movimento del religioso Gulen, che la Turchia indica come artefice del colpo di stato fallito, conta su diverse ramificazioni in America Latina. Alcuni esperti segnalano che la CIA utilizza per i propri scopi la capacità di mobilitazione dei seguaci di Hizmet

Le ramificazioni della potente organizzazione guidata da Fetullah Gulen, il religioso turco assurto agli onori delle cronache dopo il colpo di stato fallito in Turchia che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha accusato esserne l’organizzatore, affondano fino in America Latina come rivela Ernesto J. Navarro in un articolo per l’emittente russa RT. 

Il miliardario Gulen, un islamista ‘moderato’ al pari di Erdogan, è il leader indiscusso dell’Alleanza per i Valori Condivisi e dell’organizzazione Hizmet (servizio), che viene paragonata all’Opus Dei e fu fondata con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1980 per arginare e combattere l’influenza della sinistra turca. Hizmet controlla oltre un migliaio di scuole e università in 180 paesi, tra cui Stati Uniti e America Latina. 

Inoltre possiede la proprietà di banche, centri sanitari, aziende costruttrici e mezzi di comunicazione. Secondo quanto informa Global Research: «Da molto tempo Gulen gioca un ruolo centrale nella politica estera statunitense, mirando a trasformare tutti i paesi vicini di Cina e Russia in loro nemici, in modo da isolare e indebolire le due potenze che possono minacciare l’egemonia mondiale della superpotenza statunitense». 

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Una stagnazione costruita

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auto abbandonatadi Anonimo Keynesiano per Marx21.it

Dal 2013 un antico spettro è tornato a percorrere le stanze del Fondo Monetario Internazionale e delle principali istituzioni economiche occidentali: quello della stagnazione secolare. Il concetto, battezzato dall’economista keynesiano Alvin Hansen nel 1939, si riferisce alla possibilità che un rallentamento nella crescita della popolazione e/o nel progresso tecnologico e nella scoperta di nuovi territori fertili ed abitabili possa determinare una tendenza dell’economia alla stagnazione nel lungo periodo.

L’idea che vari fattori di carattere strutturale, al di là della crisi finanziaria scaturita nel 2007-2008, siano all’origine della bassa crescita della produttività registrata negli USA e nell’Eurozona, così come della scarsa crescita del PIL soprattutto in quest’ultima area, è stata recuperata proprio nel 2013 dall’economista Larry Summers, già Segretario al Tesoro degli Stati Uniti per l'ultimo anno e mezzo della presidenza Clinton. Nelle varie occasioni in cui Summers ha trattato il tema della stagnazione secolare, è interessante notare come un esponente di spicco di quel pensiero mainstream che ha contribuito a demonizzare la politica fiscale come possibile strumento di abbattimento della disoccupazione e lotta alle disuguaglianze veda ora in essa l’unica via d’uscita dal tunnel.

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Pechino contro le ingerenze USA nel Mar Cinese Meridionale

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portaerei mareda “Avante!”, Settimanale del Partito Comunista Portoghese

Traduzione di Marx21.it

La tensione nel Mar Cinese Meridionale ha dominato il dibattito della 49° riunione ministeriale dell’ASEAN, svoltasi questa settimana a Vientiane. Pechino avverte gli Stati Uniti che l’Asia Orientale ha bisogno di collaborazione, e non di ingerenze.

Il ministro cinese degli Affari Esteri, Wang Yi, ha fatto appello alla promozione di relazioni tra la Cina e l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), attraverso l’ampliamento della fiducia reciproca e l’approfondimento della cooperazione e il mantenimento della stabilità regionale. Le dichiarazioni sono state rilasciate domenica 24 luglio, all’inizio della riunione ministeriale dell’organizzazione, a Vientiane, capitale del Laos, paese che ha assunto quest’anno la presidenza dell’associazione.

All’ASEAN aderiscono 10 stati (Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Myanmar, Cambogia, Laos e Vietnam), e ai suoi lavori partecipano anche rappresentanti di altri paesi, come la Cina, il Giappone e gli Stati Uniti.

Il 12 luglio, la Corte Permanente di Arbitrato, con sede a L’Aia, ha deciso a favore delle Filippine sul reclamo presentato unilateralmente da questo paese contro i diritti storici cinesi sul Mar Meridionale Cinese. Pechino ha respinto energicamente il verdetto, che considera “nullo e privo di validità” e che “non accetta e non riconosce”, e ha insistito perché le parti coinvolte risolvano le loro divergenze “pacificamente, attraverso dei negoziati”, senza l’interferenza di terzi.

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Il moto ondoso dei mercati

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borse personedi Demostenes Floros | da abo.net

Brexit, cronaca internazionale e l’avanzata della domanda di greggio hanno generato nuove oscillazioni nelle quotazioni del petrolio che subisce anche le ultime decisioni delle istituzioni monetarie internazionali

A giugno i prezzi del petrolio sono stati caratterizzati da una forte volatilità. In particolare, il Brent Crude North Sea ha aperto a 49,68 dollari al barile e ha chiuso a 49,71 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 48,87 dollari al barile e ha chiuso a 48,36 dollari al barile. Nell’ultima parte del mese e ad inizio luglio il barile viene scambiato, in media, a 45-46 dollari al barile a causa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e per altri eventi internazionali che hanno destato nei mercati la preoccupazione che tale situazione possa influire negativamente sulla già fragile economia globale e quindi rallentare la domanda mondiale di petrolio. 

Nonostante il fallimento del vertice Opec del 2 giugno a Vienna, in cui gli Stati membri non sono riusciti a trovare un accordo né sul congelamento della produzione né sul ritorno a un tetto di produzione, entrambe le qualità hanno raggiunto il loro picco mensile l’8 giugno, stabilendo i rispettivi record da ottobre 2015 di 52,72 dollari al barile e da luglio 2015 di 52,08 dollari al barile. Probabilmente questa tendenza al rialzo registrata a inizio giugno è dovuta alla dichiarazione rilasciata da Janet Yellen, governatore della Federal Reserve statunitense, la quale "intende innalzare i tassi di interesse solo gradualmente, trattenendosi dallo specificare qualsiasi lasso di tempo, prendendo le distanze dalla sua posizione del 27 maggio scorso nella quale annunciava tale misura nei mesi a venire". 

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Migranti e keynesismo militare

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industria bellicadi Guglielmo Carchedi | da sinistrainrete.info

Pubblichiamo come contributo alla discussione

I. Nella discussione attuale sugli immigrati si fa una distinzione tra migranti economici e rifugiati politici. Solo i rifugiati politici dovrebbero essere accolti per ragioni umanitarie. I migranti economici dovrebbero essere messi in prigione (come proposto dal partito razzista olandese) o accolti a fucilate (come proposto dal partito razzista tedesco). La distinzione tra rifugiati politici ed economici è falsa, ipocrita e cinica. Se le guerre creano povertà, i rifugiati politici sono anche migranti economici. E se i migranti economici scappano dalla disoccupazione e dalla povertà creata dalle guerre, i migranti economici sono anche rifugiati politici. Tutti devono essere accolti per ragioni umanitarie.

Gli xenofobi e razzisti nostrani se ne fregano delle ragioni umanitarie. Per loro i migranti economici dovrebbero essere respinti perché essi ruberebbero il lavoro agli Italiani. Falso. L'Italia è un paese a forte decrescita. La presenza degli immigrati è tale che se improvvisamente domani partissero, il paese andrebbe a rotoli. Senza gli immigrati, interi settori fallirebbero e molti italiani perderebbero il loro lavoro.

Ma, proseguono i beceri difensori del patrio suolo, se non ci fossero stati gli immigrati, quei lavori sarebbero andati ai lavoratori Italiani. Questo è il tipico esempio in cui si dà la colpa alla vittima. La questione è: chi ruba il lavoro agli Italiani? Non certo gli immigrati. Sono certi imprenditori che, approfittandosi della debolezza contrattuale degli immigrati, possono assumerli illegalmente o comunque a salari inferiori a quelli che dovrebbero pagare ai lavoratori Italiani. 

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La NATO è la maggiore minaccia per l’Europa

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nato riunione 500pxdi António Abreu | da resistencia.cc

Traduzione di Marx21.it

Con le sue ultime decisioni, la NATO pone sull’orlo del conflitto nucleare una serie di paesi dell’est europeo con circa un centinaio di milioni di abitanti. La guida della NATO, gli Stati Uniti, è lontana dal luogo del conflitto, ancora una volta nella storia, e mostra disprezzo per la vita di tante persone innocenti!

Al vertice dell’8 e 9 luglio a Varsavia, e con le più grandi esercitazioni militari mai realizzate in Europa, che erano cominciate giorni prima, diverse sono state le decisioni gravi, come riferito da molti commentatori come Eric Draitser*.

Particolarmente grave è l’espansione della presenza militare della NATO, con basi permanenti e sistemi di scudo anti-missile lungo le frontiere della Russia, particolarmente in Polonia e nei paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania. Sulla base di una presunta minaccia russa che si sarebbe manifestata quando questo paese ha accettato l’integrazione nel territorio della Federazione Russa della Crimea, decisa a stragrande maggioranza dalla sua popolazione in un referendum, o quando la Russia ha appoggiato le popolazioni russe del Donbass, aggredite, come in Crimea, dalle orde fasciste che gli USA avevano scatenato a sostegno del golpe in Ucraina.

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In Brasile l’Assemblea Mondiale della Pace (17/19 novembre 2016)

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cartaz assembleia cmp brasilda cebrapaz.org.br

Traduzione di Marx21.it

São Luís (Stato di Maranhao) sarà la capitale della lotta per la pace in novembre. Il Consiglio Mondiale della Pace (CMP) svolgerà per la prima volta in Brasile la sua Assemblea e ha scelto il Maranhao, che ha immediatamente offerto la propria ospitalità, come punto di incontro dei movimenti impegnati nella lotta contro la guerra e l’oppressione.

Il Consiglio Mondiale della Pace invita tutte le forze democratiche, che si impegnano per un mondo più giusto, di amicizia e cooperazione tra i popoli, i lavoratori, la gioventù, le donne, i neri, gli indigeni e tutti i movimenti sociali impegnati nella costruzione di nuove relazioni, libere dalla dominazione e dallo sfruttamento, ad appoggiare e a partecipare all’Assemblea Mondiale della Pace, dal 17 al 19 novembre, e alla Conferenza Mondiale della Pace, il 20 novembre, a São Luís.

Sarà un momento di unità antimperialista, in cui denunceremo i rischi imposti all’umanità da un progetto egemonico che si fonda su relazioni di potere ed oppressione, minacce, guerra e sulla militarizzazione del pianeta a detrimento delle aspirazioni dei popoli a diritti, dignità, giustizia e pace.

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Il diritto ad intervenire

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surendra wardi Vijay Prashad (marxista indiano e professore al Trinity College di Londra) | da www.thehindu.com

Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it

L'intervento umanitario è stato usato spesso come pretesto per i cambiamenti di regime. Una breve storia della lotta della comunità globale per accordarsi sul terreno delle regole.

Seduti nel loro palazzo presidenziale nel 1991, il Presidente iracheno Saddam Hussein e il suo Ministro della Cultura Hamad Hammadi scrissero una lettera a Mikhail Gorbaciov, Presidente dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Hussein e Hammadi speravano che l'URSS li avrebbe aiutati a salvare l'Iraq dallo sbarramento occidentale. Hammadi, che comprendeva il cambiamento negli affari internazionali, disse ad Hussein che la guerra aveva lo scopo “non solo di distruggere l'Iraq, ma quello di eliminare il ruolo dell'Unione Sovietica così che gli Stati Uniti potessero controllare il destino dell'umanità”. Infatti, dopo la Guerra del Golfo del 1991, l'Urss è crollata e gli Usa sono emersi come l'unica superpotenza. L'età del unipolarismo americano era sorta.

Un giubilante Presidente americano George H. W. Bush inaugurò un “Nuovo Ordine Mondiale”, cioè “un mondo dove la supremazia del diritto (rule of law) soppianti la legge della giungla (rule of jungle)”. Sono gli Stati Uniti, avvertì, che vivono secondo “lo stato di diritto”, mentre sono i nemici degli Stati Uniti - “gli attuali e i potenziali despoti in giro per il mondo” - che vivono secondo la “legge della giungla”. In questo nuovo mondo, “non c'è alternativa alla guida american” disse Bush, quindi “di fronte alla tirannia, non lasciamo che nessuno dubiti della credibilità e dell'affidabilità americane”. I nemici degli Stati Uniti – tiranni e despoti – avrebbero affrontato la dominazione completa dei militari americani. Il predecessore di Bush, Ronald Reagan, aveva già voluto perseguire “spostati, schizzati e squallidi criminali” che si opponevano alle politiche americane, ma era stato trattenuto dall'Unione Sovietica e dalle lotte di liberazione popolari in Africa e in America Latina. Il collasso dell'Urss e l'indebolimento del Terzo Mondo hanno fornito agli Usa un'opportunità tremenda.

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Italia, la crisi in arrivo

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italia donna bandieradi Jacques Sapir | da sinistrainrete.info

La situazione delle banche italiane è ormai critica. La pratica della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate. Essa mette in discussone direttamente le regole della Unione bancaria, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza il cattivo funzionamento, in via di peggioramento, dell’ Eurozona.

La quota dei prestiti denominati «non performing» nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto quasi il 18%, secondo uno studio FMI [1]. A parte il caso della Grecia, dove il tasso arriva oltre il 34%, questo è il tasso più alto dell’Eurozona. Il Portogallo segue peraltro questa tendenza, ma a un livello ben inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è « solo » del 12%. In sintesi, si stima il volume totale a 360-400 miliardi di Euro, dei quali dai 70 ai 100 da coprire, o da parte dello Stato o da altri meccanismi.

Va notato qui che il movimento della quota di « cattivi debiti » può essere correlato a molte cause diverse. In Irlanda e in Spagna, è stata una speculazione immobiliare a causare il movimento. Niente del genere nel caso dell’Italia, cosa che rende la progressione dei debiti negativi ben più inquietante. Questi ultimi vengono da prestiti che sono stati concessi dalle banche regionali italiane alle piccole e medie imprese della penisola. In realtà, è il ristagno economico degli ultimi anni la causa di questa crisi bancaria che avviene oggi in Italia.

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L’accerchiamento olimpico della Russia

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bandeiras russia olimpicada “Abril” | Traduzione di Marx21.it

Ciò che in causa con il tentativo di bandire tutti gli atleti russi dai Giochi di Rio non è la lotta al doping che, va detto, non è un’esclusiva della Russia.

Il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) ha confermato la decisione dell’Associazione Internazionale della Federazione di Atletica (IAAF, la sigla in inglese) di proibire alle squadre della Russia, per quanto riguarda l’atletica, di partecipare a qualsiasi competizione, compresi i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. La notizia è stata accolta con entusiasmo sull’altro lato dell’Atlantico, con il The New York Times che prevede “che altre organizzazioni sportive puniranno le squadre russe”.

In causa sono le accuse al governo russo di avere patrocinato l’uso del doping alle Olimpiadi Invernali di Soci (Russia), nel 2014. Alla decisione della IAAF ha fatto seguito la recente presentazione di un rapporto del giurista canadese Robert McLaren che conferma le accuse.

Due settimane prima dell’avvio dei Giochi di Rio, un gruppo di responsabili delle agenzie nazionali anti-doping hanno inviato una lettera al presidente del Comitato Olimpico Internazionale per chiedere la sospensione del Comitato Olimpico della Russia e degli atleti russi dalle prossime Olimpiadi. Ma la lettera promossa da Travis Tygert, il responsabile per la lotta al doping negli USA, afferma anche: gli atleti russi che si sottopongano a test da parte di entità indipendenti potranno partecipare, ma non con la bandiera russa. L’obiettivo non è prendere di mira gli atleti che non rispettano le regole anti-doping, ma piuttosto tutti gli atleti russi e la Federazione Russa nel suo complesso.

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Terrorismo e disintegrazione mediorientale

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iraqiran mappadi Federico La Mattina
da imesipalermo.blogspot.it

Il Medio Oriente continua ad infiammarsi: procede la lotta su più fronti contro l’IS ma siamo ancora lontani dalla fine del conflitto. Iraq e Siria sono frammentati e la più grande sfida del futuro sarà la pacificazione etnico-religiosa della regione. In difficoltà in casa, l’IS fa sentire i propri colpi di coda altrove: dal mondo islamico all’Occidente, che si tratti di “lupi solitari” convertiti all’estremismo o di cellule jihadiste (spesso cresciute e pasciute nelle metropoli occidentali). Molti in Occidente cadono nella paura dello “scontro di civiltà” e in Italia tornano di moda gli scritti di Oriana Fallaci. 

Parlare di uno “scontro di civiltà” è però sbagliato nonché funzionale alla propaganda jihadista: più se ne parla più lo si fomenta di fatto. Lo storico Franco Cardini ci ricorda che l’Islam non conosce autorità di tipo ecclesiale abilitate a parlare a nome di tutte le comunità islamiche, che sono di fatto autocefale[i] ed è bene tenere presente che la maggior parte delle vittime del terrorismo islamico sono esse stesse musulmane. Massimo Campanini, storico del mondo islamico, fa notare come la lotta interna “civile” scatenata dalle organizzazioni estremiste e terroriste sia essenzialmente anti-slamica, proprio perché scatena una “fitna” intesa come guerra civile tra islamici[ii]. Inoltre – come ho avuto modo di argomentare altrove[iii] –  nel subbuglio mediorientale le questioni geopolitiche e geoenergetiche prevalgono sul pur influente discorso settario. La partita iraniano-saudita è essenzialmente geopolitica e spiegazioni di tipo esclusivamente “culturale” non riescono a mettere in luce le complesse dinamiche regionali e il gioco di alleanze che ne consegue. 

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La Costituzione di Maria Elena Etruria

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di Pino Cabras e Ugo Dighero

La Costituzione ancora vigente ha un testo bellissimo e chiaro perché i costituenti si impegnarono tanto a renderlo tale. Il presidente dell’Assemblea costituente Terracini stabilì una pausa dei lavori prima della votazione finale della Costituzione, per concedere al grande latinista Concetto Marchesi (anche lui deputato della Costituente) ben due settimane di tempo per una revisione globale, così da curare la pulizia linguistica e la coerenza sintattica e stilistica del testo della Costituzione della Repubblica italiana.

Ora ascoltate invece dalla voce dell’attore Ugo Dighero tutto l’obbrobrio del nuovo testo, il suo contorto e truffaldino incasinamento, la sua pochezza non soltanto stilistica ma giuridica, i rimandi complicatissimi già in sé rivelatori di una paralisi del pensiero, scritti come quei codicilli con cui la Banca Etruria di papà Boschi fregava i risparmiatori.

Il Referendum invece è chiaro. NO è la risposta giusta.

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La Turchia alle soglie dell’Europa

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european union and turkey 8712836155854cxb 768x512di Spartaco Puttini | da fondazionefeltrinelli.it

Per quanto oggi possa sembrare paradossale c’è stato un momento in cui l’ascesa al governo del partito islamista Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan era apparso a molti, dentro e fuori la Turchia, come un’occasione di democratizzazione della società e della politica turche. Il fondatore della Turchia moderna, Kemal, aveva impostato un processo di modernizzazione e occidentalizzazione dall’alto dai tratti fortemente autoritari ed aveva lasciato a guardia di questo processo l’esercito, in qualità di garante della costituzione e della laicità dello Stato. Un esercito che da allora ha sempre avuto un costume fortemente interventista. Non bisogna dimenticare che l’ultimo golpe riuscito risale al 1997, quando venne rovesciato il governo islamista di Erbakan, padrino politico dell’attuale presidente turco.

Ci sono state due fasi nella politica di Erdogan: la prima caratterizzata dall’apertura e da una politica estera improntata alla massima “zero problemi con i vicini”. La seconda caratterizzata dalla repressione delle manifestazioni di Gezi Park, la convergenza con gli apparati dello Stato in funzione anti-curda e l’inversione polare della politica estera che ha incrinato i rapporti tra la Turchia e tutti i suoi principali vicini fino al punto di trasformare la penisola anatolica nel retrovia strategico dei gruppi jihadisti che operano in Siria. Una politica che ha portato Ankara a un passo dalla guerra con Siria, Iran e Russia. Una politica che ha sottoposto a tensione la relazione con gli Stati Uniti e con gli alleati europei. Ma l’appoggio agli elementi islamisti radicali e jihadisti ha anche avuto un forte impatto sulla politica interna provocando una radicalizzazione in alcuni settori della società turca e tensioni che nel corso dell’anno appena trascorso hanno proiettato le ombre di una strategia stragista tramite una serie di attentati che hanno scosso il paese.

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Partito Comunista, Turchia: "Non c'è alternativa che nel potere popolare"

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pc turchia bandiereda kp.org.tr | Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Il Partito Comunista invita il nostro popolo ad organizzarsi nelle file del Partito contro i nemici del popolo e dell'umanità. La liberazione è nelle nostre mani.

Non abbiamo tutti i dettagli di quanto accaduto durante il tentativo di colpo di stato che ha avuto luogo in Turchia nelle ore a cavallo tra il 15 e il 16 luglio.

Tuttavia, sappiamo molto bene che i piani sostenuti dalle forze straniere, non traendo potere dalla classe operaia, non possono sconfiggere l'oscurantismo dell'AKP né risolvere i problemi della Turchia.

Gli eventi odierni richiamano alla nostra mente, per l'ennesima volta, la realtà: o il popolo turco si organizza e si sbarazza dell'AKP o l'AKP intensificherà le politiche reazionarie, aumenterà la repressione e continueranno i massacri, il saccheggio e i furti.

L'unico potere che può rovesciare l'AKP è il potere del popolo, non c'è alternativa ad esso.

L'AKP è responsabile di tutto ciò che ha avuto luogo ieri sera. Tutti i fattori che hanno portato alla situazione e alle condizioni attuali sono il prodotto del regime dell'AKP e dei capi nazionali ed esteri che supportano l'AKP.

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Michel Collon: “il Medio Oriente è l’oggetto di una guerra di ricolonizzazione”

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Michel Collon 600da www.sinistra.ch

Proponiamo di seguito l’intervista integrale al giornalista d’investigazione belga Michel Collon apparsa sull’edizione di maggio 2016 del quadrimestrale d’approfondimento marxista #politicanuova, a cura di Aris Della Fontana e Raffaele Morgantini.

Quali sono le principali caratteristiche dei rapporti tra Occidente (Usa ed Europa) e Medio Oriente a partire dai momenti conclusivi del Novecento? Quale funzione svolge il Medio Oriente all’interno delle strategie geo-politiche e geo-economiche occidentali?

Il Medio Oriente, inteso in senso ampio, quindi comprendente anche il Maghreb, la penisola arabica, il Corno d’Africa e paesi asiatici quali l’Afghanistan e il Pakistan – di fatto quel “Grande Medio Oriente” concepito dall’amministrazione statunitense -, è l’oggetto di una guerra di ricolonizzazione, innescata nel 1991 con la prima guerra del Golfo. A quel tempo Saddam Hussein cadde in una trappola: gli si fece credere che gli Stati Uniti non si sarebbero mossi laddove egli avesse tentato di recuperare il Kuwait, sottratto all’Iraq dal colonialismo britannico; ma George Bush senior, invece, intervenne. Lo scopo degli Stati Uniti era quello di distruggere l’Iraq assieme a Saddam Hussein perché quest’ultimo aveva commesso l’imperdonabile errore di sollecitare gli arabi e più in generale il Medio Oriente alla ricerca dell’indipendenza rispetto agli Stati Uniti, alla resistenza rispetto ad Israele e all’utilizzo del petrolio al fine di ingenerare uno sviluppo autonomo che mettesse fine alla colonizzazione economica della regione. 

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C’è una Corte per giudicare i criminali internazionali che preparano la guerra?

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nato varsavia meetingdi Giulietto Chiesa

da Sputnik News

Mentre un decisivo membro della NATO, la Turchia di Erdogan, in cui sono depositate una sessantina di armi nucleari, è in piena convulsione dopo un colpo di stato fallito, converrà rileggere con attenzione il comunicato finale del vertice della Nato di Varsavia del 9 luglio scorso.

Si tratta, a ben vedere di una dichiarazione di guerra. Dichiarazione preventiva, sotto forma di un impegno collettivo ad aggredire la Russia in un tempo indefinito, ma prossimo. "A meno che"….. la Russia non accetti di "cambiare corso".

Il testo, al paragrafo 15, dice esattamente così: "Siamo dispiaciuti che, nonostante i ripetuti appelli degli Alleati e della comunità internazionale, a partire dal 2014, affinchè la Russia cambiasse corso, non esistano attualmente le condizioni per una relazione. Il carattere dei rapporti dell'Alleanza con la Russia e le possibilità di una cooperazione saranno dipendenti da un chiaro, costruttivo cambiamento delle azioni della Russia, che dimostrino l'accettazione delle leggi internazionali e dei suoi obblighi e responsabilità internazionali. Fino a quel momento noi non potremo ritornare al <business as usual>".

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Riflessioni sulla crisi turca

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turchia erdogan manifestantedi Maurizio Musolino*
da facebook.com

A distanza di qualche giorno dal tentato colpo di stato in Turchia si può iniziare a fare qualche considerazione su quanto accaduto nella notte fra venerdì e sabato scorso. Innanzitutto occorre sgombrare il campo da un possibile errore al quale qualcuno può aver ceduto nelle ore in cui il golpe sembrava avere successo: in campo non c’è mai stata una ipotesi democratica contro un tiranno sanguinario come è Erdogan. Non serve quindi comportarsi come tifosi, occorre al contrario essere disposti a cogliere le complessità e le contraddizioni che la Turchia da sempre ci offre. Per questo motivo è utile prima di azzardare interpretazioni e commenti, provare a fare una rapida carrellata di fatti il più oggettivamente possibile.

La Nato e la Turchia

Con oltre mezzo milione di militari l'esercito turco è il secondo per numero tra i Paesi Nato, dopo quello Usa. Un esercito reputato tra i più addestrati al mondo, anche se decisamente ridimensionato dal fronte islamista negli ultimi 20 anni. Le Forze armate turche contano 402.000 uomini nelle Forze terrestri, oltre ai 48.600 uomini della Marina, e 60.100 dell’aeronautica. Queste cifre, fornite dal rapporto 2016 dell'Istituto londinese IISS, non comprendono i 102.200 membri delle forze paramilitari che compongono la Guardia Militare (dati 2015), i più fedeli all'attuale governo. Inoltre, l'esercito della Turchia dispone di 378.700 riservisti nei tre corpi di armata.

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Smuraglia: "Non scoraggiamoci, prepariamo la più grande campagna referendaria che sia mai stata realizzata"

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referendum costituzionale33726da www.anpi.it

Si è concluso il deposito delle firme in Cassazione. I nostri Comitati non hanno raggiunto il numero sufficiente, pur avendo compiuto uno sforzo notevole, contro tutto e tutti. Non ci scoraggiamo, siamo orgogliosi e riconoscenti del lavoro che molti e molte hanno compiuto e ci prepariamo, come ho già accennato altre volte, alla più grande campagna referendaria “dal basso” che sia stata realizzata. Dico dal basso, perché non potendo contare sui grandi organi di comunicazione e di “informazione” (!) dobbiamo usare l'antico sistema del “porta a porta”, del colloquio diretto con cittadine e cittadini; e lo faremo con coscienza, impegno e serietà. I sostenitori del SI hanno depositato le firme sostenendo di avere superato il livello previsto dalla legge. I controlli della Corte di Cassazione sono previsti proprio per verificare la regolarità delle firme ed accade spesso che molte risultino inammissibili. Staremo a vedere. In ogni caso, non cambierà nulla, perché ciò che conta sarà la campagna che andremo a fare nei prossimi mesi (non abbia paura il lettore, parlo di settembre e ottobre, non di agosto). In ogni caso, un'altra stranezza è questa incertezza sulla data del referendum. È evidente che si stanno facendo calcoli di pura convenienza; e già questo non è bello, perché la scadenza vera dovrebbe essere quella della data che consenta la maggior partecipazione.

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La Nato e il «golpe» turco

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turkey coup 0715 exlarge 169di Manlio Dinucci
il manifesto, 19 luglio 2016

Erdogan in fuga che vola sull’Europa alla ricerca di un governo che gli conceda l’asilo politico, i golpisti ormai al potere perché occupano la televisione e i ponti sul Bosforo, Washington e le capitali europee, perfino la Nato, colte di sorpresa dal golpe: queste le prime «notizie» dalla Turchia. Una più falsa dell’altra. Emerge anzitutto il fatto che, pur nella sua tragicità (centinaia di morti e migliaia di arresti), quella in Turchia si presenta come la messinscena di un colpo di stato. I golpisti non cercano di catturare Erdogan, ufficialmente in vacanza sul Mar Egeo, ma gli lasciano tutto il tempo per spostarsi. Occupano simbolicamente la televisione di stato, ma non oscurano le emittenti private filogovernative e Internet, permettendo a Erdogan di usarle per il suo «appello al popolo». Bombardano simbolicamente il parlamento di Ankara, quando è vuoto. Occupano i ponti sul Bosforo non in piena notte, ma in modo plateale la sera quando la città è affollata, mettendosi così in trappola. Non occupano invece le principali arterie, lasciando campo libero alle forze governative. L’azione, pur destinata al fallimento, ha richiesto la preparazione e mobilitazione di migliaia di uomini, mezzi corazzati e aerei.

Impossibile che la Nato fosse all’oscuro di ciò che si stava preparando. In Turchia c’è una rete di importanti basi Nato sotto comando Usa, ciascuna dotata di un proprio apparato di intelligence. Nella gigantesca base di Incirlik, da cui opera l’aviazione statunitense e alleata, sono depositate almeno 50 bombe nucleari Usa B-61, destinate ad essere sostituite dalle nuove B61-12.

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Basta con la sottomissione all’Unione Europea e all’euro!

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pcp assemblea bandiere 112di Jerónimo de Sousa, Segretario generale del Partito Comunista Portoghese | da Avante.pt

Traduzione di Marx21.it

“Basta con la sottomissione all’Unione Europea e all’Euro” è la parola d’ordine della campagna lanciata dal Partito Comunista Portoghese e dell’importante comizio del suo Segretario generale, svoltosi a Queluz, il 5 luglio 2016. Di seguito, proponiamo i passaggi centrali della sintesi dell’intervento di Jerónimo de Sousa pubblicata in “Avante!”, settimanale dei comunisti portoghesi.

(…) “Mai come oggi si impone di dare forza e concretizzare questa parola d’ordine”, ha esordito Jerónimo de Sousa, rilevando che “è da molto tempo che il Paese si trova a un bivio che esige di scegliere tra continuare il doloroso e accidentato cammino che ci ha portato all’impoverimento e alla persistente crisi che la politica nazionale di sottomissione all’UE e all’euro impone, o avviare un nuova percorso con un’altra politica, patriottica e di sinistra, capace di promuovere lo sviluppo del Paese e affermare il diritto del nostro popolo a decidere del suo futuro”.

Un percorso di vera e propria rottura con la politica fino ad ora seguita dai governi PSD, CDS e PS e dall’Unione Europea, progettata per servire i grandi monopoli e i grandi interessi nazionali e stranieri e non i popoli”, ha proseguito il Segretario generale del Partito, su cui “non esiste manovra propagandistica che possa eludere i risultati disastrosi del processo di integrazione capitalista dell’UE nella vita dei popoli e per paesi come il Portogallo”.

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