Salvare la sinistra? O riaprire un nuovo Fronte Popolare? Il confronto tra i comunisti francesi

Salvare la sinistra? O riaprire un nuovo Fronte Popolare? Il confronto tra i comunisti francesi

L'articolo è apparso nel sito di “Faire vivre e renforcer le PCF”, come contributo alla discussione in corso tra i comunisti francesi

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Perché gli esperti occidentali desiderano il fallimento della Cina

Perché gli esperti occidentali desiderano il fallimento della Cina

di Jeremy Garlick

di Jeremy Garlick* | globalresearch.ca

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“Ucraina: le maschere della rivoluzione”

“Ucraina: le maschere della rivoluzione”

di Paul Moreira

Tradotto in italiano da Fort Rus, “Ucraina: le maschere della rivoluzione” è il primo documentario di una televisione occidentale mainstream che affronta gli eventi del golpe ucraino con spirito di verità giornalistica.

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Grecia: preparazione di uno sciopero generale di 2 giorni

Grecia: preparazione di uno sciopero generale di 2 giorni

da pamehellas.gr

Manifestazione nazionale ad Atene, sabato 13 Febbraio 2016

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Associazione Politico-Culturale Marx XXI

Sergio Romano: «Putin ha ragione, la Nato non ha più senso»

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nato bandiera soldatida www.linkiesta.it

intervista di Francesco Cancellato
a Sergio Romano

Proponiamo l'intervista a Sergio Romano come utile e stimolante contributo alla discussione sul ruolo della NATO, precisando che le opinioni espresse negli articoli pubblicati in Marx21.it non riflettono necessariamente sempre quelle della sua redazione.


L’ex ambasciatore, oggi editorialista: «L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo, ma non accadrà»

Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».

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Tutto merito (o colpa?) del Jobs Act

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jobsact renzi defaultdi Giorgio Langella

In questi ultimi giorni si sono lette sui giornali le dichiarazioni di Renzi e soci del governo che evidenziano i dati provvisori forniti dall’ISTAT sull’occupazione in Italia. “L’Italia riparte” affermano, i dati confermano inequivocabilmente la ripresa dell’occupazione. A novembre il tasso di disoccupazione cala all’11,3% (-0,2 rispetto a quello di ottobre), ci sono circa 48 mila disoccupati in meno e circa 36 mila occupati in più. Questi i dati positivi grazie ai quali Renzi può cinguettare entusiasta “la disoccupazione continua a scendere, oggi 11,3%, è dimostrazione che #jobsact funziona. L’Italia che riparte, riparte dal lavoro #lavoltabuona”.

E, così, si sentono in grado di dare i numeri. Letteralmente, perché tacciono altre informazioni che si possono ottenere confrontando le tabelle ISTAT al di là della facile propaganda. Perché è solo propaganda attribuire al “jobs act” la crescita occupazionale di novembre. In novembre, ci spiegano, sono stimati 40 mila dipendenti permanenti in più rispetto a ottobre (dati destagionalizzati). Peccato che le stime dei dati da quando è entrato in vigore il decreto che prevede il lavoro stabile a tutele crescenti (inizio marzo 2015) mostrano come non ci sia stato un aumento apprezzabile del lavoro permanente.

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Un milione di comunisti riuniti a Calcutta, in India. Alcune riflessioni

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india kolkata comunistidi Vijay Prashad*

Articolo apparso su Counterpunch e ripreso da Solidarité internationale Pcf

Traduzione dal francese di Lorenzo Battisti (Dip. Esteri PCdI) per Marx21.it

Il titolo originale dell'articolo è “Le Brigate Rosse: riunione e riflessione dei comunisti indiani”. Qui Brigate rosse fa riferimento al luogo dove si è svolta la manifestazione di massa del Partito Comunista Indiano a Calcutta, chiamato “terreno di parata delle brigate” con riferimento alle marce militari che sono qui organizzate.

Circa un milione di comunisti e di simpatizzanti si sono riuniti al centro di Calcutta per una manifestazione di massa il 27 dicembre 2015. La manifestazione si è svolta in un luogo (un grande spazio verde al centro di Calcutta) a volte chiamato Maidan o “terreno delle brigate”, terreno di marcia. Delle bandiere rosse sono state sventolate da un angolo all'altro del Maidan. Due eventi distinti, ma collegati, hanno reso necessaria questa dimostrazione di forza. Il primo per importanza: le elezione all'Assemblea del Bengala Occidentale avranno luogo nel 2016. Il secondo è la riunione del Plenum organizzativo del Partito Comunista dell'India (Marxista), il primo incontro di questo tipo da 37 anni. Il Plenum durerà 4 giorni. Questo non solo preparerà il Pci-m alle sfide elettorali a breve termine, ma anche rifletterà sulle questioni politiche più di lungo termine. Il Pci-m è il più importante partito di sinistra in India. Lavora a stretto contatto con altri partiti di sinistra in alleanze elettorali e politiche.

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Fra sciiti e sunniti guerra di "interessi". Poco religiosi

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abdulazizdi Maurizio Musolino | da www.adista.it

Suonano i tamburi di guerra, protagonisti due Stati, riferimento dei principali filoni religiosi dell’Islam: Iran e Arabia Saudita. Si grida alla guerra di religione (l’Europa ne sa qualcosa), questa volta tutta in chiave musulmana, ma dietro ai contrasti teologici si nasconde ben altro, ovvero interessi economici, mire regionali e infine strategie geopolitiche che trovano in altri soggetti i veri burattinai.

Pensare quindi che ci troviamo di fronte ad una contesa teologica, che trae origine dall’eredità politica e religiosa del Profeta, è fuorviante. Lo scontro che oppone Riad a Teheran non ci parla delle ragioni di ‘Ali (che ha originato gli sciiti) o di Abu Bakr (sunniti), bensì di milioni di persone in carne e ossa, della loro quotidianità e degli interessi e strumentalizzazioni che si muovono alle loro spalle.

C’è però un elemento che trae origine dalla storia delle due correnti islamiche e che ancora oggi ha la sua influenza. I sunniti, da sempre maggioranza nel mondo islamico, hanno nel corso dei secoli represso i loro “fratelli sciiti”, costringendoli a vivere in condizioni miserrime ai margini delle capitali arabe. Una frattura religiosa e sociale che non si è mai colmata. Per queste masse la rivoluzione iraniana di Khomeyni alla fine degli anni Settanta ha rappresentato una speranza di riscatto, la possibilità di ricontrattare il proprio status sociale. Emblematica in questo senso è la storia del Libano. 

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Partito di ritorno?

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di Luca Cangemi, coordinamento nazionale Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista

Intervento alla sessione su crisi della politica e forma partito del seminario " Verso la Costituente Comunista" tenuto a Firenze dall'Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista il 12 dicembre.

L’atteggiamento “sospettoso”, proposto per questa discussione da Iacopo Borsi, è del tutto giustificato perché quello di cui discutiamo,la forma partito, è un terreno disseminato negli ultimi decenni di trappole ideologiche, sin dal linguaggio usato.

La stessa espressione forma partito è largamente segnata dal tono ideologico dell’avversario. Siamo quindi di fronte a un tema di straordinaria difficoltà, difficoltà frutto di una sconfitta. Come sempre, in questi casi, la scelta del punto di partenza del ragionamento è particolarmente delicata. E’ necessario trovare un punto di applicazione che permetta di provare a ricostruire un ragionamento generale.

Quello che vi propongo in questo tentativo è il nesso Stato-Partito.

E quando dico Stato (e intendo lo stato nell’esperienza del Novecento, in particolare della seconda metà del Novecento in Occidente) mi riferisco a qualcosa che molto si avvicina a quello che Gramsci chiama Stato integrale. La somma, quindi, il conglomerato di apparati dello stato e organizzazioni della società civile – cioè organizzazioni, nel linguaggio gramsciano, innanzitutto dell’economia – che formano un insieme in cui le due parti – ciò che è Stato e ciò che è società civile - sono di difficile distinzione, per il grado profondo d’integrazione.

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Tecnologia Usa nella bomba nord-coreana

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Nuclear Blastdi Manlio Dinucci | da il manifesto

Dopo l’annuncio di Pyongyang di aver effettuato il test sotterraneo di una bomba nucleare all'idrogeno, il presidente Obama, pur mettendo in dubbio che si tratti veramente di una bomba all’idrogeno, chiede «una risposta internazionale forte e unitaria al comportamento incosciente della Corea del Nord». Dimentica però che sono stati proprio gli Usa a fornire alla Corea del Nord le più importanti tecnologie per la produzione di armi nucleari. Lo documentammo sul manifesto 13 anni fa (5 febbraio 2003).

La storia inizia quando – dopo essere stato segretario alla difesa nell’amministrazione Ford negli anni Settanta e, negli anni Ottanta, consigliere del presidente Reagan per i sistemi strategici nucleari – Donald Rumsfeld entra a far parte nel 1996 del consiglio di amministrazione della ABB (Asea Brown Boveri), gruppo leader nelle tecnologie per la produzione energetica. Rumsfeld esercita subito la sua influenza per far avere alla ABB l’autorizzazione di Washington a fornire tecnologie nucleari alla Corea del Nord, nonostante essa abbia già un programma nucleare militare. Neppure tre mesi dopo, il 16 maggio 1996, il Dipartimento statunitense dell’energia annuncia di aver «autorizzato la ABB Combustion Engineering Nuclear Systems, una consociata interamente controllata dalla ABB, a fornire una vasta gamma di tecnologie, attrezzature e servizi per la progettazione, costruzione, gestione operativa e mantenimento di due reattori nella Corea del Nord».

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Occupazione e dignità

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renzi lavoro tvdi Giorgio Raccichini, PCd’I Federazione di Fermo | pdcifermano.wordpress.com

La diminuzione del tasso di disoccupazione in Italia, in un contesto che rimane comunque altamente difficile soprattutto per i giovani e per il Meridione, ha provocato le reazioni euforiche dei sostenitori del Jobs Act, a partire dai soliti cinguettii renziani.

Saremmo in presenza della dimostrazione che la riforma conservatrice del lavoro funziona. Mi chiedo: perché non avrebbe dovuto? Il Jobs Act si regge su un do ut des fin troppo chiaro tra il Governo renziano da una parte e Confindustria e mondo dell’impresa in genere dall’altro.

Ci scordiamo forse del prezzo che è stato pagato dai lavoratori, ormai ridotti alla stregua di veri e propri questuanti del lavoro? I datori di lavoro hanno incassato non solo contributi di natura fiscale, ma anche e soprattutto l’eliminazione di alcuni diritti fondamentali, tra i quali il sacrosanto principio della reintegrazione del lavoratore nel suo posto di lavoro in seguito ad un licenziamento illegittimo. Questo diritto, già fortemente manomesso dal Governo Monti, è alla base dei rapporti di forza contrattuali, i quali vedranno il lavoratore in una posizione sempre più subalterna: insomma, un operaio e un impiegato del settore privato ci penseranno due volte prima di protestare per motivi riguardanti il salario, la sicurezza e altre questioni lavorative. Occupazione e dignità lavorativa sembrano ormai essere termini inversamente proporzionali nell’Italia della Seconda Repubblica.

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Siria: la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU

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Syrian national flagdi Pedro Guerreiro* | da “Avante!”, settimanale del Partito Comunista Portoghese

Traduzione di Marx21.it

“L'imperialismo non desisterà facilmente dal cercare di concretizzare il suo tentativo di distruggere la Repubblica Araba Siriana e la sua collocazione pan-araba e antimperialista. Come prima spetta alle forze patriottiche e progressiste della Siria, spetta al suo popolo difendere il proprio Stato indipendente e sovrano – con l'appoggio di altri Stati e la solidarietà delle forze di pace e antimperialiste del mondo”.

La risoluzione 2254, sulla situazione in Siria, adottata all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 18 dicembre, con le sue contraddizioni e ambiguità e pur rappresentando un autentico esercizio di ipocrisia e cinismo da parte di quelli che – come gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito – da cinque anni si sono lanciati alla distruzione della Repubblica Araba Siriana, riflette comunque la recente evoluzione della situazione in quel paese, risultante fondamentalmente dalla determinata e ostinata resistenza della Siria e del suo popolo alla brutale aggressione esterna e dall'importante appoggio che questa lotta ha ricevuto.

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Crisi siriana, la via di Pechino

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china syria jenk 79 20502 t598di Diego Angelo Bertozzi | da cinaforum.net

Un “mediatore costruttivo”: così il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese (PCC), ha descritto il 28 dicembre il ruolo (crescente in questi ultimi giorni, se si pensa all’arrivo il 23 dicembre scorso proprio nella capitale cinese del vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri siriano Walid al-Moallem) svolto da Pechino nel tentativo di trovare una soluzione politica alla crisi siriana, sull’onda delle importanti evoluzioni seguite sul terreno all’intervento diretto della Russia.

Un editoriale di poche righe, ma che contiene importanti affermazioni: su tutte, quella dell’attribuzione del ruolo di “grande potenza” alla Cina, cui segue il riconoscimento di altrettanto grandi “responsabilità”.

C’è poi un sostanziale allineamento politico alla posizione russa – il cui intervento “ha consolidato il potere di Assad” – in merito proprio alla posizione del leader siriano: la richiesta di sue dimissione come pre-requisito per l’avvio del negoziato equivale ad un “ostacolo alla lotta contro il terrorismo”. Un allineamento su un punto specifico che non è in contraddizione con la critica manifestata in precedenza sul ricorso all’intervento armato da parte di Washington (e alleati) e Mosca in Siria giudicato retaggio di una mentalità da guerra fredda e suscettibile di alimentare una sanguinosa guerra di procura.

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Ucraina: Heil mein Nato!

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azov ucraina sfilatadi Manlio Dinucci | da il manifesto

La roadmap per la cooperazione tecnico-militare Nato-Ucraina, firmata in dicembre, integra ormai a tutti gli effetti le forze armate e l’industria bellica di Kiev in quelle dell’Alleanza a guida Usa. Manca solo l’entrata formale dell’Ucraina nella Nato.

Il presidente Poroshenko ha annunciato a tal fine un «referendum» in data da definire, preannunciando una netta vittoria dei «sì» in base a un «sondaggio» già effettuato. Da parte sua la Nato garantisce che l’Ucraina, «uno dei partner più solidi dell’Alleanza», è «fermamente impegnata a realizzare la democrazia e la legalità».

I fatti parlano chiaro. L’Ucraina di Poroshenko – l’oligarca arricchitosi col saccheggio delle proprietà statali, del quale il premier Renzi loda la «saggia leadership» – ha decretato per legge in dicembre la messa al bando del Partito comunista d’Ucraina, accusato di «incitamento all’odio etnico e violazione dei diritti umani e delle libertà». Vengono proibiti per legge gli stessi simboli comunisti: cantare l’Internazionale comporta una pena di 5-10 anni di reclusione.

È l’atto finale di una campagna persecutoria analoga a quelle che segnarono l’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Sedi di partito distrutte, dirigenti linciati, giornalisti seviziati e assassinati, attivisti bruciati vivi nella Camera del Lavoro di Odessa, inermi civili massacrati a Mariupol, bombardati col fosforo bianco a Slaviansk, Lugansk, Donetsk.

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A 25 anni da "Desert storm", tempesta nel deserto in Iraq, 16 gennaio 2016

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Operation Desert Storm 22Riceviamo dal Comitato Contro la Guerra - Milano 

Il 23 Ottobre 2015 presso la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, nella sala Di Vittorio, proponemmo alla città il punto di vista del Comitato contro la Guerra - Milano e del Comitato Nazionale No Guerra No NATO invitammo Manlio Dinucci, Marinella Correggia ed Ugo Giannangeli.

Il nostro amico Manlio ci illustrò il percorso fatto dalla NATO, dal crollo del muro di Berlino, a partire dalla guerra all'Iraq, fino ai nostri giorni...

I video dell'iniziativa sono disponibili per la visione sul nostro blog.

Il Comitato contro la Guerra - Milano sarà in piazza il 16 gennaio, sulla scorta di ciò che ha fatto a partire dall'estate del 2012, quando si è costituito. Da allora si è potuto vedere come si sia sviluppata una spinta espansionistica, della NATO e dei suoi amici, che si dispiega dalla Siria fino al Donbass. 

In Ucraina abbiamo assistito al comizio del Senatore USA John Mc Cain in piazza Maidan per sostenere la cosiddetta "rivoluzione" che ha portato, tra gli altri, anche i filonazisti al governo del paese. Da pochi giorni il Partito Comunista Ucraino che nell'ultima consultazione in cui ha potuto liberamente presentarsi contava più del 13% degli elettori, è stato messo fuorilegge e i suoi dirigenti e militanti sono perseguitati, incarcerati e uccisi.

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Come e perchè il Comitato NO GUERRA NO NATO partecipa alla manifestazione del 16 gennaio

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Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO

Varie forze anti-guerra manifesteranno il 16 gennaio. Noi riteniamo alcune posizioni come inadeguate, altre altamente equivoche. La guerra non è mai astratta, senza genitori. Molte guerre vengono dimenticate: Jugoslavia, Afghanistan, Ucraina, le aggressioni israeliane al Libano, a Gaza. Addirittura non è menzionata la Siria. La non violenza assurta a imperativo categorico non può essere proposta a chi, come il popolo di Siria, si difende dall’aggressione esterna. 

Noi parteciperemo alla manifestazione con spirito unitario, sostenendo la necessità di una più vasta interpretazione della crisi mondiale in corso e mettendo al centro l’uscita dalla Nato. 

Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.

Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo. 

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Il Donbass nel 2015, dopo gli accordi di Minsk

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donbass soldatoda svpressa.ru

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Continua la nostra rassegna di opinioni espresse da specialisti e politici russi di diverso orientamento, sulle più rilevanti questioni di politica internazionale che vedono coinvolta la Federazione Russa.

In “Svobodnaya Pressa” (SP), due autorevoli esperti e un parlamentare della Repubblica Popolare di Donetsk si confrontano sulle vicende del Donbass - peraltro con valutazioni non sempre coincidenti - traendo un bilancio su quanto è avvenuto nel corso del 2015, in particolare dopo gli accordi di Minsk.

“Svobodnaya Pressa”: Praticamente tutto il 2015 è trascorso per il Donbass sotto il segno degli accordi di Minsk. In realtà il “processo per il regolamento” si è trasformato per le repubbliche in una situazione di “né pace né guerra”. E' vero che il numero degli attacchi contro gli insediamenti civili da parte delle forze di sicurezza ucraine è diminuito. Ma comunque continuano. Mentre non ci sono dati precisi sulle vittime civili nel 2015. Tuttavia è chiaro che stiamo parlando, come minimo, di una dozzina di persone. Si convenga allora che è difficile definirla una situazione di pace. Allo stesso tempo, procede il blocco economico delle repubbliche non riconosciute da parte di Kiev. Tra l'altro, in violazione degli stessi accordi di Minsk. Il 25 dicembre al checkpoint a Elenovka, a un'azione di protesta contro il sabotaggio da parte delle autorità di Kiev delle decisioni di Minsk-2 hanno partecipato circa 700 residenti della Repubblica Popolare di Donetsk.

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Humans live here – Qui vivono persone

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Pandora tv presenta il documentario “Humans live here”, film realizzato da due giovani registi russi e presentato al Festival di Cannes 2015. Un racconto in presa di diretta dal Donbass, sulla quotidianità di una guerra che, nell’indifferenza dell’Occidente, ha colpito soprattutto la popolazione e i civili.

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Il regno saudita vuole incendiare il mondo

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bush riaddi Pino Cabras 
da megachip.globalist.it

L'esecuzione dello sceicco sciita: Riad vuole alimentare un conflitto totale in seno al mondo islamico per impedire una pacificazione che dovesse nascere dalla sconfitta militare

La decisione saudita di giustiziare barbaramente una personalità venerata dal mondo sciita, come lo sceicco Al-Nimr, è un atto cinico che vuole bruciarsi tutti i ponti alle spalle, una disperata intenzione di alimentare un conflitto totale in seno al mondo islamico per impedire ogni barlume di pacificazione che dovesse nascere dalla sconfitta militare dell'ISIS e degli altri jihadisti (sponsorizzati dai piranhas delle petromonarchie e dal sultano hitleriano di Ankara con la complicità dell'Occidente).

Non è dunque una faccenda interna all'orrendo regno oscurantista dei Sauditi, bensì un innesco bellico studiato per alimentare caos e guerra su scala internazionale, dentro uno scacchiere sconfinato.

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L'analisi e le iniziative del Consiglio Mondiale della Pace (CMP)

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cebrapaz logoIl documento del Comitato Esecutivo del CMP
da cebrapaz.org.br | Traduzione di Marx21.it

Il sito del Comitato Brasiliano di Solidarietà con i Popoli e di Lotta per la Pace (Cebrapaz), ha pubblicato il dettagliato documento stilato dal Comitato Esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (CMP) nel corso della sua ultima riunione.

Il Comitato Esecutivo (CE) del Consiglio Mondiale della Pace (CMP) si è riunito nella provincia cubana di Guantanamo, il 20 e 21 novembre 2015. La riunione è stata organizzata dal Movimento Cubano per la Pace e la Sovranità dei Popoli (MOVPAZ).

Al CE è seguito il IV Seminario Internazionale per la Pace e l'Eliminazione delle Basi Militari Straniere nel Mondo, organizzato congiuntamente da CMP, MOVPAZ e dall'Istituto Cubano di Amicizia tra i Popoli (ICAP), tra il 23 e il 25 novembre, in conclusione del quale è stata diffusa una dichiarazione finale.

La riunione del Comitato Esecutivo del CMP ha passato in rassegna la situazione mondiale e le minacce alla pace e alla stabilità, le crescenti aggressioni e guerre imperialiste in varie parti del mondo, ed anche la risposta dei popoli e movimenti per la pace, e ha manifestato la sua profonda preoccupazione per i crescenti pericoli di un conflitto catastrofico di grandi proporzioni. D'altro lato, è stato anche messo in rilievo che l'opinione pubblica e i movimenti popolari contro aggressioni e guerre imperialiste e per la pace e la stabilità si stanno mobilitando in varie parti del mondo.

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Tensioni e scontri – Conseguenza delle strategie occidentali

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ZivadinJovanovicIntervento di Zivadin Jovanović* alla conferenza internazionale “Yalta, Potsdam, Helsinki, Beograd: alla ricerca di un ordine mondiale sicuro", Belgrado, 24, 25 Novembre 2015

da www.civg.it

Settant’anni dopo la conferenza degli alleati a Yalta e Potsdam e quarant’anni dopo l’approvazione della Carta di Helsinki i rapporti internazionali sono entrati in un periodo di profondi cambiamenti. È finito il periodo dei rapporti bipolari e unipolari a livello mondiale. Non è più possibile tornare ai vecchi concetti. L’ordine mondiale sta diventando multipolare.

Il processo di multipolarità non si svolge facilmente ma non si può fermare. Sono particolarmente preoccupanti le aspirazioni di mantenere ad ogni costo, inclusa la forza militare, il dominio e il privilegio, sancire il diritto all’eccezionalità, interventi globali ed espansione militare verso l’est. La politica della forza con la quale l’occidente, con a capo gli USA, tende a mantenere i privilegi ed a controllare le ricchezze del pianeta, ha causato instabilità, conflitti e la distruzione di molti paesi e società. I centri di potenza occidentali che sono portatori di tale politica totalitaria sono responsabili per l’instabilità e le tensioni drammatiche nei rapporti a livello globale che possono portare conseguenze catastrofiche per l’umanità.

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Quel giorno che l’Occidente preferisce dimenticare

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hitler mussolinidi Michael Jabara Carley | da voltairenet.org

La NATO riscrive la storia: la Seconda guerra mondiale non sarebbe stata un conflitto interno al capitalismo, ma la lotta vittoriosa della democrazia contro il nazismo. Di conseguenza, il ruolo dell’Unione Sovietica nel conflitto non sarebbe stato di primaria importanza. Al contrario, l’URSS avrebbe stretto con il Male assoluto la più solida delle alleanze. Ma questa propaganda non regge alla prova dei fatti.

Avrete sentito parlare spesso del Patto di non aggressione tedesco-sovietico firmato il 23 agosto 1939. Quel giorno Adolf Hitler e Joseph Stalin, «uniti come due piselli in un baccello» – come ce li descrivono i media ufficiali occidentali – si sono “spartiti” l’Europa dell’Est, dal Mar Baltico al Mar Nero, spalancando la porta alla Seconda guerra mondiale. In questo modo sarebbe stato piantato un coltello nella schiena di Francia e Inghilterra, sedicenti democrazie ma in realtà i due più potenti imperi coloniali mondiali.

Per rendervi ancora più difficile dimenticare questa data, casomai la propaganda dei media non bastasse, il 23 agosto è stato dichiarato “Giornata europea per la commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”, più comunemente chiamata “Giornata europea della memoria”. Nel 2008 il Parlamento europeo ebbe l’idea geniale di «commemorare, con dignità e imparzialità, le vittime di tuti i regimi totalitari e autoritari». E così, dal 2009, ogni anno si celebra questa Giornata. 

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Alcuni insegnamenti dalle elezioni in Venezuela

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venezuela rtx1wqu6di Atilio Boron* | da www.alainet.org

Traduzione di Marx21.it

La trappola

“Fino a che punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela?”

Le elezioni parlamentari in Venezuela forniscono vari insegnamenti che credo necessario sottolineare. In primo luogo che, contrariamente a tutte le predizioni degli sfacciati della destra, la consultazione si è svolta, come tutte quelle che l'hanno preceduta, in un modo impeccabile.

Non ci sono state denunce di alcun tipo, salvo le insolenze di tre ex presidenti latinoamericani, che alle quattro del pomeriggio (due ore prima della conclusione dell'atto elettorale) già avevano annunciato il vincitore della contesa. Al di fuori di questo episodio, la “dittatura chavista” ha ancora dimostrato la trasparenza e l'onestà di una consultazione elettorale che si vorrebbe avere in  molti altri paesi dentro e fuori l'America Latina, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il riconoscimento fatto dal presidente Maduro, ancora prima che fossero resi noti i risultati ufficiali, contrasta con il comportamento dell'opposizione, che in passato si affrettò a disconoscere il verdetto delle urne. Lo stesso occorre dire di Washington, che ancora oggi non riconosce la vittoria di Maduro nelle presidenziali del 2013. Gli uni sono democratici veri, gli altri grandi simulatori.

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