Intervista a Evo Morales, presidente della Bolivia

Intervista a Evo Morales, presidente della Bolivia

da jornada.unam.mx

Morales sostiene di non essere ancora pronto a lasciare la presidenza, benché rispetti la decisione del paese. Quanto alla vittoria di Trump, secondo lui è da attribuire alla rabbia contro la globalizzazione

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Il risultato delle elezioni presidenziali austriache

Il risultato delle elezioni presidenziali austriache

Dichiarazione di Elke Kahr, dirigente della Federazione della Stiria del Partito Comunista Austriaco (KPÖ)

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No alla «riforma» bellicista

No alla «riforma» bellicista

di Manlio Dinucci

La maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale No: quello alla «riforma»  bellicista che ha…

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L’ultimo saluto a Fidel Castro

L’ultimo saluto a Fidel Castro

da PandoraTV

La trasmissione integrale dei funerali di Fidel Castro che si sono svolti il 4 dicembre a Santiago de Cuba [RT en Español]

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Associazione Politico-Culturale Marx XXI

NEP di Lenin e "NEP" cinese*

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Factory cina*Intervento di Fosco Giannini, della segreteria nazionale del PCI e responsabile del dipartimento esteri, al Convegno  “La via cinese e il contesto internazionale”, svoltosi a Roma il 15 ottobre 2016 e organizzato dall’Associazione politico-culturale Marx XXI

Nell’affrontare “la questione cinese” e, in particolare, la relazione tra la NEP di Lenin e la “NEP” cinese ( tema che mi è stato chiesto di svolgere), credo sia utile affidarsi ad una disciplina teorica, la massima disciplina teorica, quella secondo la quale è dalla base materiale dello sviluppo delle forze produttive e dallo sviluppo sociale generale che trovano possibilità di sviluppo le stesse “idee”  e, più precisamente, le innovazioni – antidogmatiche, dunque, per la loro stessa natura di “forme” innovative  – sui terreni dell’economia, della politica, della teoria, del pensiero e della prassi della trasformazione sociale, della transizione al socialismo.

Ed è indubbio che il titanico sviluppo economico e sociale intrapreso e conquistato dalla Repubblica Popolare Cinese (il più grande della storia dell’umanità) e dal Partito Comunista Cinese, dalla fase delle “Quattro Modernizzazioni” del compagno Deng Xiaoping e dalla  via al “socialismo con caratteri cinesi”, si sia offerto quale immensa e solida base materiale per lo stesso sviluppo di un nuovo pensiero rivoluzionario generale, di un nuovo e denso pensiero per la trasformazione sociale e la transizione al socialismo.

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Atene in piazza contro la visita di Obama

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obama kinhtopoihsh 36.jpg 376170967Dichiarazione di Dimitris Koutsoumpas, Segretario generale del Partito Comunista di Grecia (KKE)

da solidnet.org

Traduzione di Marx21.it

Alla mobilitazione di Atene contro la visita di Obama in Grecia ha partecipato anche il Segretario generale del Partito Comunista di Grecia (KKE), Dimitris Koutsoumpas, che ha rilasciato questo commento ai rappresentanti dei mezzi di comunicazione:

“Abbiamo ricevuto in modo militante il presidente degli Stati Uniti, di uno stato imperialista che, tra l'altro, particolarmente negli ultimi anni in cui si è sviluppata la crisi economica del capitalismo, ha guidato i “corvi” del FMI che stanno succhiando il sangue del popolo greco, di una nazione che provoca colpi di Stato militari, interventi, guerre imperialiste dall'Ucraina fino al Mediterraneo Orientale, nel Medio Oriente, in Nord Africa, in Asia, in America Latina. Di uno stato che uccide i civili in questi paesi, provocando una grande ondata di flussi migratori, che causa sofferenza e sradica migliaia, milioni di persone dalle loro case, tormentandole, e sconvolgendo il popolo greco e le isole dell'Egeo.

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Intervento di Manlio Di Stefano (M5S) al Forum “La Via Cinese e il contesto internazionale”

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distefano m5sDa tre anni rappresento il M5S in giro per il mondo e mi rapporto costantemente con quelle realtà che hanno creato i cataclismi che stiamo vivendo: il caos che ha aperto innumerevoli fronti di instabilità, dall'Afghanistan, all'Iraq, dalla Libia alla Siria, dallo Yemen all'Ucraina. Quelle stesse persone si propongono come la soluzione.

La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato islamico (Isis), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele-Palestina. Chi ha creato tutte queste guerre si propone come la soluzione per la pace.

Nella prima legislatura della nostra breve storia, i deputati del Movimento Cinque Stelle (M5S) hanno gettato le basi per una politica estera che segue direttive e coordinate precise: la ricerca del multilateralismo, della cooperazione e del dialogo tra le popolazioni, il rispetto dell'autodeterminazione, della sovranità e della non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi. Si tratta di concetti oggi rivoluzionari, se applicheremo in modo ortodosso la Carta delle Nazioni Uniti e non daremo più spazio a chi ha gettato il mondo ad un passo dall'Apocalisse e ancora oggi ci dice che è la soluzione.

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Un mondo senza guerre

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marines caschi fucili scarponida sinistrainrete.info

Riceviamo da Davide Ragnolini e volentieri riprendiamo la sua recensione del libro di Domenico Losurdo

All’interno della vasta produzione bibliografica di Domenico Losurdo, Un mondo senza guerre costituisce probabilmente il lavoro più ‘internazionalistico’ nel percorso di ricerca del filosofo e storico del marxismo, stimolato dal presagio di “nuove tempeste belliche” (p. 17) all’orizzonte. Un’accresciuta percezione della pericolosità dell’arena internazionale, occasionata dall’odierno smottamento delle zolle geopolitiche mondiali, non inibisce ma invita anzi ad una nuova, documentata riflessione filosofica sui problemi della guerra e della pace.

Muovendo dalla convenzionale periodizzazione dell’età contemporanea, l’autore ne propone un ripensamento attraverso un percorso storico-filosofico di ricostruzione dei ‘diritti e rovesci’ del grande ideale della pace perpetua, e delle fasi che ne hanno scandito le sue formulazioni filosofiche e le sue disattese storiche. È proprio il bilancio storico di tale ideale a consentire al cultore più irenista una maggiore cautela nella valutazione della sua ‘storia degli effetti’: “la storia grande e terribile dell’età contemporanea è anche lo scontro tra diversi e contrapposti progetti e ideali di pace perpetua” (p. 16). 

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Il collasso dell'Unione Sovietica: una lezione per la leadership del PCC

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pcc congressodi Liu Xin e Leng Shumei
“Global Times”

Traduzione di Marco Pondrelli per Marx21.it

Secondo gli analisti, il Partito Comunista della Cina sta rafforzando la campagna anti-corruzione ed intensificando la disciplina di Partito come insegnamento da trarre dalla lezione impartita dal collasso della vecchia Unione Sovietica.

Alcuni leader cinesi hanno frequentemente fatto riferimento all'ex URSS ed invitato il PCC ad imparare dall'esperienza storica. Per esempio durante la seconda sessione plenaria della commissione centrale per la disciplina del Partito nel 2013, Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del PCC, ha detto che il calo della disciplina di partito aveva portato alla caduta nella vecchia URSS di un Partito Comunista di 20 milioni di iscritti. “Se i membri del Partito facessero o dicessero qualsiasi cosa volessero, il partito di trasformerebbe in una folla”, ha aggiunto Xi.

“Il PCC è risoluto nell'imparare dalla lezione del collasso sovietico e nel continuare con gli sforzi contro la corruzione specialmente dopo il 18° Congresso Nazionale del PCC tenutosi nel 2012. Lo scopo è rafforzare la disciplina di Partito”, ha detto al Global Times Su Wei professore alla Scuola di Partito di Chongqing.

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“Solo nel socialismo e nel comunismo possiamo trovare la nostra liberazione”

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cpim falcemartellodi Partito Comunista dell'India (Marxista)
da solidnet.org

Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it

Il contributo del Partito Comunista dell'India (Marxista) al 18° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai  

Cari compagni,

Ci congratuliamo a nome del Pc dell'India (Marxista) con il Pc del Vietnam per l'ottima organizzazione del 18° incontro dei Partiti Comunisti ed operai, che si è tenuto per la prima volta in un paese socialista. La vittoriosa lotta anticoloniale dei vietnamiti guidati dal compagno Ho Chi Minh e dal Pc del Vietnam è uno dei più importanti momenti dell'ultimo secolo. La lotta vietnamita ha ispirato milioni di persone che si sono unite alla lotta antimperialista e che si sono volti verso il comunismo. Ho Chi Minh scrisse nei primi anni '20: Solo nel socialismo e nel comunismo possiamo trovare la nostra liberazione.

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Brancaccio: “Il liberismo xenofobo di Trump non aiuterà i lavoratori americani”

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trump brancaccio 510da MicroMega

Pubblichiamo l'intervista di Giacomo Russo Spena a Emiliano Brancaccio come contributo alla discussione in corso sulle ragioni e le conseguenze del risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti

Per l’economista la sconfitta della Clinton segna la crisi di quel modello di consenso che metteva le macchine elettorali democratiche e socialiste al servizio degli interessi della grande finanza. Ma la Trumpnomics determinerà un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti più abbienti. E se Trump continuerà a pretendere dalla FED un rialzo dei tassi d’interesse, ci saranno pesanti ripercussioni per l’Eurozona e anche per la Russia dell’amico Putin.

Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l’economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha più volte definito “liberismo xenofobo”, e sulla quale da tempo lancia l’allarme. Con Brancaccio discutiamo dell’esito delle elezioni statunitensi, della carta Sanders che i democratici non hanno voluto giocare, delle ricette economiche di Trump e dei loro possibili effetti sui rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

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L’alternanza del Potere imperiale

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grunge american flag 1468253251X3pdi Manlio Dinucci
il manifesto, 15 novembre 2016

La sconfitta della Clinton è anzitutto la sconfitta di Obama che, sceso in campo a suo fianco, vede bocciata la propria presidenza. Conquistata, nella campagna elettorale del 2008, con la promessa che avrebbe sostenuto non solo Wall Street ma anche «Main Street», ossia il cittadino medio. Da allora la middle class ha visto peggiorare la propria condizione, il tasso di povertà è aumentato, mentre i ricchi sono divenuti sempre più ricchi. Ora, presentandosi come paladino della middle class, conquista la presidenza Donald Trump, l’outsider miliardario.

Che cosa cambia nella politica estera degli Stati uniti con il cambio di guardia alla Casa Bianca? Certamente non il fondamentale obiettivo strategico di rimanere la potenza globale dominante. Posizione che vacilla sempre più. Gli Usa stanno perdendo terreno sul piano economico e anche politico rispetto alla Cina, alla Russia e ad altri «paesi emergenti». Per questo gettano la spada sul piatto della bilancia. Da qui la serie di guerre in cui Hillary Clinton ha svolto un ruolo da protagonista.

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L'Occidente arretrato e l'Oriente avanzato

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china dragon 1795137bdi Emiliano Alessandroni

Intervento di Emiliano Alessandroni al Forum "La Via Cinese e il contesto internazionale", Roma, 15 ottobre 2016  

Nelle Lezioni sulla filosofia della storia Hegel ci insegna che «quando si parla di libertà, si deve sempre far caso se, in realtà, non si stia parlando d'interessi privati» [1]. Già a suo tempo, dunque, il filosofo tedesco ci metteva in guardia contro gli usi ideologici di determinati termini e vocaboli. 

Qualche decennio più tardi, in effetti, allorché si sviluppa il dibattito sulla schiavitù nel sud degli Stati Uniti, i proprietari di schiavi denunciavano quelle spinte che premevano verso la soppressione dell'istituto della schiavitù, come degli attacchi alla libertà, ovvero a quelli che definivano sacrosanti diritti di proprietà [2]. La libertà che si vedevano minacciata era la libertà di possedere schiavi e i diritti che rivendicavano erano essenzialmente il diritto di commerciare carne umana. Evidentemente i due termini, libertà e diritto, venivano impiegati in una accezione tutta ideologica, al fine di difendere interessi particolari.

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La Moldavia si riavvicinerà alla Russia, dopo il verdetto popolare nelle elezioni presidenziali?

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Igor Dodon Reutersdi Marx21.it

Il socialista Igor Dodon, con circa il 55 % dei suffragi, ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali nella Repubblica di Moldova, sconfiggendo la propria rivale, Maia Sandu.

La vittoria di Dodon apre la prospettiva di un'ampia revisione dell'attuale politica di allineamento filo-occidentale, attuata dalla coalizione di centro-destra –  in cui sono presenti anche settori disposti ad assecondare le mire annessioniste della Romania – che governa la piccola repubblica ex sovietica.

Infatti, mentre Maia Sandu (persona che viaggia con passaporto romeno), espressione di questo schieramento, non ha mai nascosto le sue propensioni “europeiste” e atlantiste, il vincitore di questa tornata presidenziale è fautore di una revisione dell'Accordo di Associazione che lega la Moldavia all'Unione Europea e si pronuncia per il ristabilimento di quell'alleanza strategica con la Federazione Russa che, in passato, aveva caratterizzato il mandato presidenziale del comunista Vladimir Voronin.

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La riflessione del leader comunista russo sul significato della vittoria di Donald Trump

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trump unnameddi Ghennady Zyuganov, presidente del Partito Comunista della Federazione Russa | da kprf.ru

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

L'analisi del leader della principale forza di opposizione della Federazione Russa in merito ai possibili sviluppi della situazione nel suo paese e nel mondo, dopo l'elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Nelle elezioni presidenziali USA dell'8 novembre 2016 la vittoria è stata di Donald Trump, candidato del Partito Repubblicano, che ha sopravanzato in modo significativo la rappresentante del Partito Democratico Hillary Clinton.

La vittoria di D. Trump conferma la crescente instabilità del capitalismo globale. La crisi dei mutui, che ha avuto inizio negli Stati Uniti nel 2007, ha portato a una pesante perturbazione nel sistema finanziario-economico globale, che ha colpito quasi 200 paesi in tutto il mondo. Alla ricerca di una  via di uscita Washington ha avviato una nuova serie di pericolose avventure politico-militari. Ciò ha portato al rovesciamento del governo legittimo della Libia e all'assassinio brutale di Muammar Gheddafi. In seguito ha intrapreso la selvaggia distruzione della un tempo pacifica e prospera Siria. Il culmine dei crimini dell'imperialismo americano è stato lo scatenamento della guerra civile in Ucraina, con gli USA schierati dalla parte delle forze nazi-banderiste.

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La riforma, la guerra e il "rischio Stranamore"

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il dottor stranamore 1di Franco Bianco

da "Patria Indipendente", Quindicinale dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

Il nuovo articolo 78 della Costituzione: «La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari». Sparito il Senato, decide la sola Camera eletta con la nuova legge elettorale che dà la maggioranza assoluta a una minoranza fedele al Presidente del Consiglio

Nella Costituzione vigente (quella approvata nel dicembre ’47 dall’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946) la guerra è regolata da due articoli: il primo, l’art. 78, recita «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari»; il secondo, l’art. 87 – che riguarda le attribuzioni del Presidente della Repubblica – recita al comma 9 che «[Il Presidente] dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere».

Nel progetto di revisione targato Renzi-Boschi i numeri degli articoli e dei commi restano immutati, salvo che all’espressione “le Camere” viene sostituita la sola “Camera dei deputati”. Leggiamo l’art. 78 nella sua interezza: «La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari».

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Per un'inchiesta sul nuovo mondo del lavoro

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industria lucchettodi Stefano Barbieri per Marx21.it

Alcuni giorni fa, a firma di Luca Piana, l’Espresso ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente : “Addio al Lavoro: l’industria non c’è più.”

Esso ha il pregio di analizzare seriamente e lucidamente lo stato drammatico di quel settore che, sino a qualche anno fa, consentì all’Italia di attestarsi al quarto posto come potenza industriale, precipitando poi, grazie alla mancanza di una politica seria da parte dei vari governi in tal senso (non esiste un piano industriale nel nostro Paese da più di venticinque anni) e alla pochezza del capitalismo nostrano, nelle condizioni attuali che sono pienamente riconducibili al titolo dell’articolo in questione.

Nel testo si parte da una prima analisi relativa al principale gruppo metalmeccanico italiano, la Fiat, la quale  “Un quarto di secolo fa dava lavoro in patria a 237 mila persone, su un totale di 303 mila nel mondo. Nel 2015 il numero complessivo è identico, sempre 303 mila, ma lo è soltanto grazie alle acquisizioni all’estero, a cominciare dall’americana Chrysler. Oggi le attività industriali della famiglia Agnelli, le auto, i camion, i trattori, raggruppate sotto la holding Exor, contano 100 mila addetti in Nord America, 53 mila in America Latina, 84 mila in Italia e il resto in giro per il mondo. In venticinque anni, dunque, in Italia solo la Fiat ha visto svanire oltre 152 mila posti di lavoro, aumentandoli invece enormemente all’estero”.

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Brasile: costruire un fronte ampio, democratico, progressista, popolare, patriottico

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manifestacoes domingo 17 contra golpedi José Reinaldo Carvalho*
da resistencia.cc

Traduzione di Marx21.it

Il colpo di Stato antidemocratico e antinazionale perpetrato dalla coalizione multipartitica di destra e centro-destra (PMDB, PSDB, DEM, PSD, PPS, PSD e altri partitini di centro), per creare un nuovo regime politico reazionario, imporre una dura sconfitta alle forze progressiste, implementare un'agenda di restrizioni ai diritti del popolo e intraprendere la strada della repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, apre una nuova fase di lotta politica nel paese.

Come ogni “nuovo” regime, si presenta pronto a regolare i conti con le forze che prima occupavano il centro della vita politica, e a perpetuare il potere. Da qui l'accanimento con cui sta preparando la riforma politica antidemocratica, in previsione delle elezioni del 2018, nel tentativo di invalidare la candidatura di Lula allo scopo di eliminarlo dalla competizione elettorale, e delle elezioni per la Camera e il Senato.

Questa offensiva politica conta, oltre che sui partiti golpisti, sulla partecipazione dei media, di settori dell'apparato giudiziario e della Procura.

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La lezione dell’elezione di Trump e l’incapacità di comprenderla della sinistra

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TRUMPMARCH5 original1di Simone Seu
da gramscicagliari.it

Riceviamo dall'Associazione Culturale Antonio Gramsci di Cagliari e volentieri pubblichiamo come contributo alla discussione sul risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti

La vittoria di Trump, come accadde per la Brexit all’indomani della vittoria del Leave, ha scatenato un putiferio di reazioni politiche irrazionali all’interno della sinistra italiana: da chi, sgomento, invoca scenari catastrofici, a chi vorrebbe abolire il suffragio universale, a chi sottolinea l’incapacità della Clinton di raccogliere il voto degli afroamericani. Seppur apparentemente diverse, tutte queste “riflessioni” sono accomunate da un fattore comune: la totale mancanza di un’analisi economico sociale o (meglio) di classe del fenomeno.

Le contraddizioni della politica, infatti, vengono lette come mera conseguenza della politica stessa: nel Regno Unito il leave avrebbe vinto a causa del poco impegno di Corbyn nel fare propaganda per il Remain; negli Usa Trump avrebbe vinto a causa della personalità impresentabile della Clinton. Questo metodo di ragionamento, lungi dal fornire risposte esaustive e razionali, è la conseguenza di una profonda subalternità culturale verso gli strumenti di analisi liberali da parte della sinistra occidentale.

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“NonUnaDiMeno” Tutte insieme contro la violenza maschile sulle donne

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roma 261116di Marica Guazzora per Marx21.it

"Se la mia vita non vale producete senza di me”

Il 26 novembre prossimo  le donne scenderanno in piazza a Roma  per presentare il "piano delle donne femministe contro la violenza di genere". La giornata del 27 novembre ospiterà invece tavoli tematici e workshop "per elaborare le proposte su temi che spaziano dal diritto alla salute, alla libertà di scelta, all'autodeterminazione in ambito sessuale e riproduttivo, al lavoro, al welfare, al femminismo migrante, al sessismo nei movimenti".

La manifestazione di Roma sarà il seguito di  un percorso contro la violenza iniziato già da mesi  e in continua evoluzione con iniziative e dibattiti. Significativa la data scelta perché il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne. Unica nota stonata, e non da oggi, è il non volere in corteo bandiere di partiti e di sindacati, una scelta che non capisco e non ho mai condiviso. Si tratta di una vecchia polemica irrisolta. 

Comunque è un evento straordinario e coinvolgente, nel quale è estremamente  importante esserci e al quale hanno aderito centinaia di associazioni femministe e femminili.  Ma non sarà esaustivo. Perché ci basta forse una mobilitazione seppur grande una volta o due  all’anno per sentirci come “rassicurate” che si sta facendo tutto il possibile? Oppure occorre indagare più a fondo l’animo maschile, iniziando dall’educazione e dalla cultura? Io credo che sfilare sia importantissimo, essere in tante di più, e noi ci saremo,  ma non basta. Non basta. I femminicidi non si fermano, la violenza contro le donne non si ferma mai. Bene hanno fatto quindi le donne ad organizzare anche la giornata del 27 per i tavoli tematici.  E la lotta continuerà.

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Elezioni Usa: alcuni (s)punti di interpretazione

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hillary trump posterdi Francesco Maringiò
da ilpartitocomunistaitaliano.it

Dopo una notte di testa a testa ed una campagna elettorale tra le più squalificanti della recente storia statunitense, Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Usa, con una netta maggioranza di grandi elettori che lo hanno scelto. Nei prossimi giorni sarà certo più facile analizzare i flussi elettorali per capire cosa si è mosso nelle viscere profonde della società statunitense al punto da eleggere un “outsider” ed un “impresentabile” come Presidente della nazione più potente del pianeta. Sin da ora, però, è utile fissare alcuni punti fermi.

1. Donald Trump non è un “outsider”, ma al pari di Hillary Clinton è l’espressione del sistema americano. Il suo essere “impresentabile” è solo il frutto del fatto che l’approfondimento della crisi strutturale del capitalismo ha tra le sue conseguenze anche l’intensificazione del carattere reazionario dei sistemi politici e di rappresentanza liberali, che oggi vivono una crisi peculiare nel rapporto con i cittadini, dopo anni di istituzionalizzazione del “pensiero unico” e di promozione del mito della “globalizzazione”. Per cui bisogna saper cogliere la contraddittorietà della fase: il voto dei cittadini segnala una rottura con il sistema consolidato nei decenni precedenti in tutto il mondo occidentale, ma la scelta fatta è (paradosso apparente) il trionfo della democrazia occidentale, capace di rinnovare se stessa oltre ogni immaginazione. Una lezione che le forze alternative dell’Europa dovrebbero assimilare per bene, se non vogliono lasciare che, come negli Usa, la protesta anti-establishment confluisca su un candidato dell’establishment.

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Donald Trump Presidente: ragionando sulla politica estera

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trump pugnoda imesi.org

Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Federico La Mattina alla discussione sulle prospettive che si aprono nella politica internazionale dopo l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

In pochi ci avrebbero scommesso ma alla fine è successo: il tycoon Donald Trump sarà il futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Proviamo ad analizzare i possibili scenari in politica estera: esercizio certamente non facile, considerati i vincoli e le imprevedibilità che riguardano le relazioni internazionali. Risulta fondamentale la prospettiva con cui si guarda all’elezione di Trump, certamente differente se si è messicani, cinesi o europei. L’Unione europea stessa è però tutto fuorché un monolite (geo)politico e le contraddizioni sul ruolo della Nato e sui rapporti euro-russi sono evidenti a tutti. La prospettiva neo-isolazionista di Trump potrebbe lasciare nuovi margini di autonomia ai paesi europei rispetto alle prospettive in caso di vittoria clintoniana ma bisogna vedere come si svilupperanno le contraddizioni intereuropee in tale senso. Non si può discutere di “Europa” senza affrontare i rapporti con la Russia dato che in assenza di evidenti frizioni geopolitiche (eccetto che per i paesi della “Nuova Nato” dell’Est) ci troviamo in collisione con Mosca. Secondo Germano Dottori la prospettiva realista di Trump non rappresenterebbe infatti alcun pericolo per l’Europa dato che “il cambio di paradigma avvenuto in questi anni verrebbe confermato e consolidato, tra l’altro restituendo agli europei ulteriori quote di autonomia effettiva”.

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Elezioni USA: intervista a Paul Craig Roberts

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a cura di Glauco Benigni per Pandora TV

Un contributo all'analisi del risultato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e alla discussione sulle prospettive che si aprono nello scenario internazionale

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I comunisti russi sull'elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti

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ivan melnikovDichiarazione di Ivan Melnikov, vicepresidente del Partito Comunista della Federazione Russa | da kprf.ru

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Il primo vice-speaker della Duma di Stato e primo vicepresidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR), Ivan Melnikov, commenta l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

“E' sorprendente che questo ostinato personaggio abbia sfondato tutte le barriere e abbia ottenuto la vittoria, nonostante i vantaggi di natura amministrativa e informativa della Clinton e delle élite  che l'hanno sostenuta”, ha dichiarato Ivan Melnikov ai giornalisti.

Certo “non è il caso di coltivare illusioni ed euforia: l'imperialismo statunitense e gli interessi predatori delle corporazioni multinazionali, naturalmente, sono sempre gli stessi”.

Ma allo stesso tempo, Melnikov ha osservato che in Trump “si avverte l'ambizione e la determinazione a correggere qualcosa, in particolare per quanto riguarda aspetti della politica estera degli Stati Uniti”.

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