Storia, teoria e scienza

Ricordo di Antonio Gramsci

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gramsci ales proc relief mapdi Palmiro Togliatti

“Tutto ciò che il popolo italiano ha creato di grande, di geniale nel corso della sua storia, è stato creato in una lotta dolorosa contro gli oppressori. Gli uomini più grandi che sono usciti dal seno del popolo italiano, sono stati perseguitati dalle classi dirigenti del nostro paese. Perseguitato, costretto a vita esule e grama fu Dante, creatore della lingua italiana. Arso su una pubblica piazza Giordano Bruno, il primo pensatore italiano dei tempi moderni. Gettato a marcire in un carcere orrendo Tommaso Campanella, sognatore di un mondo fondato sull’ordine e sulla giustizia. Sottoposto alle torture Galileo Galilei creatore della scienza moderna sperimentale. Esule e trattato dai poliziotti della monarchia come un delinquente comune Giuseppe Mazzini, il primo assertore e combattente convinto dell’unità nazionale del nostro paese. Inviso, circondato di sospetti, calunniato, Giuseppe Garibaldi, l’eroe popolare del Risorgimento. Tutta la storia del nostro popolo è la storia di una ribellione contro la tirannide esteriore e domestica di una lotta continua contro l’oscurantismo e l’ipocrisia, contro lo sfruttamento spietato e l’oppressione crudele delle masse lavoratrici da parte delle classi possidenti.

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Perché e come Gramsci fu assassinato dal fascismo

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gramsci mortodi Ruggero Giacomini per Marx21.it

Ottant'anni dalla morte

Antonio Gramsci morì  il 27 aprile 1937, dopo essere stato per oltre dieci anni prigioniero del fascismo, sottoposto a torture psicologiche e fisiche e a sofferenze inenarrabili, in mezzo alle quali tuttavia non aveva mai cessato di resistere e di lottare per la libertà e il socialismo. Aveva 46 anni.

Il fascismo lo aveva privato della libertà allorché nel novembre 1926, con la complicità del re Savoia, aveva abolito le garanzie dello Statuto sbarazzandosi del Parlamento rappresentativo. Aveva poi cercato sistematicamente, con pressioni e ricatti, false informazioni e provocazioni incessanti, di indurlo a capitolare, a chiedere la grazia, a rompere con le sue idealità e il suo partito. Non ci era riuscito. Della morte diede burocraticamente la notizia due giorni dopo un breve dispaccio dell’agenzia governativa Stefani: “E’ morto nella clinica privata Quisisana di Roma dove era ricoverato da molto tempo, l’ex deputato comunista Gramsci”. La stessa nota fu trasmessa dalla radio.

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I compiti del commissario politico*

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milano partigiani sfilatadi Pietro Secchia

I comunisti e l'insurrezione (1943-1945), Edizioni di cultura sociale, Roma, 1954, pp. 255-263

Parlare agli operai, ai contadini, ai soldati non è sempre cosa facile. Ed è particolarmente difficile quando si ha a che fare con operai, con soldati, con contadini giovani di anni e di esperienza.

Non è dato a tutti i compagni saper parlare ai più umili, ai meno preparati politicamente, a coloro che solo oggi aprono gli occhi alla vita, trascinati dalla lotta, dalla guerra contro l'invasore tedesco ed i traditori fascisti.

Eppure è necessario saper parlare alla massa degli operai, dei soldati, dei contadini partigiani, è necessario far loro comprendere lo scopo, l'importanza dell'eroica lotta che essi, mossi da sani istinti, stanno conducendo; è necessario far loro comprendere gli obiettivi di questa lotta, il significato e la giustezza della guerra di liberazione nazionale, il significato e la giustezza della politica del nostro partito, che è alla testa di questa guerra per la libertà e l'indipendenza del popolo italiano.

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L’indipendenza nazionale, unica via d’uscita possibile

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AlgeriaFlagPicture3di Frantz Fanon

Giornale El Moudjahid (Il Partigiano), organo ufficiale del FLN, n°10, settembre 1957

Ringraziamo Mohamed Walid Grine per la segnalazione e la traduzione di questo scritto di Frantz Fanon

Il termine di indipendenza da solo è sufficiente per aizzare contro di noi l’unanimità dei Francesi. Se ha il dono di far arrabbiare gravemente gli imperialisti accaniti, non manca anche di suscitare la furia degli uomini di sinistra le cui reazioni scioviniste sono diventate incontrollabili. L’opinione francese non ci perdona di rivendicare con tanta convinzione la sovranità piena ed intera del nostro paese. Ci accusa di infantilismo e ci rimprovera di avere questa passione idolatra che ci renderebbe schiavi di una parola.

Confrontata con una spinta nazionalista, questa stessa opinione non esita a mettere in questione l’idea di indipendenza nazionale in generale. Il concetto sarebbe antiquato e non corrisponderebbe più alle esigenze della nostra epoca in cui prevalgono i grandi blocchi politici, a scapito delle piccole potenze. Non coglie l’opportunità dell’indipendenza, che non sarebbe più una promozione, ma una regressione per l’Algeria situata alle porte dell’Europa e avendo tutto da beneficiare restando nelle mani della Francia.

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Appello del Comitato Centrale della Guardia Nazionale agli elettori di Parigi (25 Marzo 1871)

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appello comune parigiAppello del Comitato Centrale della Guardia Nazionale agli elettori di Parigi (25 Marzo 1871)

Traduzione di Marx21.it

Proprio in questi giorni ricorre l'anniversario della Comune di Parigi (18 Marzo 1871 – 28 Maggio 1871). Una breve esperienza storica che rappresenta forse il primo esempio di governo dei lavoratori. Di essa Marx scrisse:

“Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione; quando per la prima volta semplici operai osarono infrangere il privilegio governativo dei “loro superiori naturali”, e, in mezzo a difficoltà senza esempio, compirono l’opera loro con modestia, con coscienza e con efficacia – e la compirono per salari il più alto dei quali era appena il quinto di ciò che, secondo un’alta autorità scientifica, è il minimo richiesto per il segretario di un consiglio scolastico in una metropoli – il vecchio mondo si contorse in convulsioni di rabbia alla vista della Bandiera Rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, sventolante sull’Hotel de Ville.” (K.Marx, La Guerra Civile in Francia, 1871)

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Le rivoluzioni vietnamite. Dalla sconfitta francese alla cacciata degli USA da Saigon

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ho chi minh read vietnam declaration of independencedi Ruggero Giacomini*

La generazione degli anni ‘60

Faccio parte di quella generazione che ha cominciato la propria militanza politica negli anni Sessanta, dopo il sommovimento antifascista del luglio ’60 e quando faceva i primi passi il movimento studentesco. Sul piano internazionale c’era la disputa ideologica tra il Partito comunista cinese e quello sovietico, a cui seguì la rivoluzione culturale; e c’erano due esperienze rivoluzionarie che influivano particolarmente nel nostro immaginario: Cuba, che aveva respinto l’aggressione della Baia dei Porci, aveva intrapreso una sua via al socialismo e alimentava con Castro e con Guevara la fiamma dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo in tutta l’America latina; e il Vietnam, che resisteva eroicamente all’aggressione dell’imperialismo americano, il più potente imperialismo di tutti i tempi e, allora come oggi, il principale nemico dei popoli. Le forze erano impari e sembrava davvero la lotta di Davide contro Golia.

Nel ’68 fu pubblicato da un piccolo editore romano, Tindalo, un volumetto molto interessante: il Diario dal carcere di Ho Chi Min. Conteneva le poesie tradotte da Joyce Lussu che il leader vietnamita aveva scritto in carcere tra il 1942 e il ’43, prigioniero di Chang Kai shek. Il libro conteneva inoltre le testimonianze di Giap, il leggendario vincitore di Dien Bien Phu; di Pham Van Dong, compagno di Ho Chi Min dalla fondazione del partito comunista vietnamita nel 1930 e capo allora del governo della RDV; e di Nguyen Luong Bang, che aveva curato le finanze del partito e della resistenza ed era stato anche responsabile della sicurezza personale di Ho Chi Min, per poi divenire il primo direttore della Banca di stato vietnamita [1].

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