Storia, teoria e scienza

Le rivoluzioni vietnamite. Dalla sconfitta francese alla cacciata degli USA da Saigon

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ho chi minh read vietnam declaration of independencedi Ruggero Giacomini*

La generazione degli anni ‘60

Faccio parte di quella generazione che ha cominciato la propria militanza politica negli anni Sessanta, dopo il sommovimento antifascista del luglio ’60 e quando faceva i primi passi il movimento studentesco. Sul piano internazionale c’era la disputa ideologica tra il Partito comunista cinese e quello sovietico, a cui seguì la rivoluzione culturale; e c’erano due esperienze rivoluzionarie che influivano particolarmente nel nostro immaginario: Cuba, che aveva respinto l’aggressione della Baia dei Porci, aveva intrapreso una sua via al socialismo e alimentava con Castro e con Guevara la fiamma dell’anticolonialismo e dell’antimperialismo in tutta l’America latina; e il Vietnam, che resisteva eroicamente all’aggressione dell’imperialismo americano, il più potente imperialismo di tutti i tempi e, allora come oggi, il principale nemico dei popoli. Le forze erano impari e sembrava davvero la lotta di Davide contro Golia.

Nel ’68 fu pubblicato da un piccolo editore romano, Tindalo, un volumetto molto interessante: il Diario dal carcere di Ho Chi Min. Conteneva le poesie tradotte da Joyce Lussu che il leader vietnamita aveva scritto in carcere tra il 1942 e il ’43, prigioniero di Chang Kai shek. Il libro conteneva inoltre le testimonianze di Giap, il leggendario vincitore di Dien Bien Phu; di Pham Van Dong, compagno di Ho Chi Min dalla fondazione del partito comunista vietnamita nel 1930 e capo allora del governo della RDV; e di Nguyen Luong Bang, che aveva curato le finanze del partito e della resistenza ed era stato anche responsabile della sicurezza personale di Ho Chi Min, per poi divenire il primo direttore della Banca di stato vietnamita [1].

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I diversi significati del termine populismo

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populismdi Prabhat Patnaik
peoplesdemocracy.in

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Spesso la stessa parola è usata da persone diverse con significati differenti e questo può essere fonte di grande confusione. La Banca Mondiale ha approfittato di questa opportunità, adottando espressioni che sono state utilizzate con un certo significato, soprattutto a sinistra, e piegandole in una direzione molto diversa in modo da creare una deliberata confusione e sfruttare il sentimento positivo che un termine nella sua accezione iniziale aveva risvegliato. "Aggiustamento strutturale" è un buon esempio di tale appropriazione da parte della Banca Mondiale. Nel suo uso iniziale suggeriva che la soluzione del mercato era inadeguata nei paesi del Terzo mondo e, con ciò, era necessario un "cambiamento strutturale" associato a cambiamenti nei rapporti di proprietà, come la riforma agraria. Ma la Banca Mondiale ha usato il termine "aggiustamento strutturale" per dire esattamente il contrario, e cioè per evitare eventuali modifiche nei rapporti di proprietà e introdurre ovunque il "libero mercato".

Il termine "società civile" usato da Hegel, e spesso citato da Marx, è un altro esempio evidente. "La società civile" nei suoi scritti era distinta dallo Stato e riferita all'insieme delle relazioni sociali (che secondo Marx sono determinate, in ultima analisi, dai rapporti di proprietà entro i quali è svolta la produzione). Ma oggi il termine è usato principalmente per fare riferimento a organizzazioni non governative, designate come "organizzazioni della società civile".

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Le quattro ideuzze della sinistra “globalista”

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di Carlo Formenti | da Contropiano.org

I teorici operaisti italiani di matrice "negriana", che trovano spazio sulle colonne del giornale "Il Manifesto", detestano la sinistra che scommette su quelle lotte popolari che mirano alla riconquista di spazi di autonomia e sovranità, praticando il "delinking". Ma così facendo diventano l'ala sinistra del globalismo capitalistico.

Correva l’anno 1981 quando il Manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva – cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo – che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…

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Si chiamava Stalingrado: La battaglia che ha sconfitto Hitler

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stalingrado 1943di Maria R. Calderoni
da rifondazione.it

Febbraio 1943. Ricordando Stalingrado. La Stalingrado che a un prezzo sovrumano ha sconfitto il nazismo. Febbraio 1943. Si riprendono in mano i libri e ancora una volta, settant’anni dopo, il cuore fa un balzo. Eppure sí, Stalingrado c’è stata, la Battaglia di Stalingrado c’è stata, l’inenarrabile è avvenuto.

Queste cifre danno il capogiro. Nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici perdono 478 mila soldati, i feriti sono 650 mila; e contando i morti dall’altra parte, tra tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi il “conto” è di oltre un milione di vittime.

Apocalisse now, cioè Stalingrado in era Seconda guerra mondiale. Iniziata nell’estate 1942 e finita il 2 febbraio 1943, quella  di Stalingrado è passata alla Storia come la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale. Sei mesi ininterrotti di furibondo ferro e fuoco, tutti combattuti dentro la citta, strada per strada, quartiere per quartiere, casa per cas; e tutti all’ultimo sangue, nel senso letterale del termine.

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“1917. L’anno della rivoluzione” di Angelo d’Orsi

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russian revdi Federico La Mattina per Marx21.it

Angelo d’Orsi, 1917. L’anno della rivoluzione, Laterza, Bari, 2016, pp. 268.

“ […] Pensare quanto hanno tribulato i miei genitori per allevarmi fino a vent’anni e qui con una indifferenza ti mandano al macello. […]”  (tratto dalla lettera di un italiano al fronte,  p. 153)

Angelo d’Orsi (professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, direttore delle riviste “Historia Magistra” e “Gramsciana”) ha recentemente pubblicato un volume sul 1917 in cui affronta cronologicamente, mese per mese – appoggiandosi su una ricca bibliografia – un anno tragico e complesso ma caratterizzato anche da grandi eventi destinati a stravolgere la storia del mondo. Il primo conflitto mondiale è ovviamente l’evento attorno al quale ruotano (o dal quale scaturiscono) gli eventi narrati nel libro. D’Orsi sottolinea opportunamente come “il conflitto tra le più potenti nazioni della scena europea del tempo” scoppi “per l’urto di interessi economici e di strategie geopolitiche, tra grandi potenze al tramonto e nuove potenze emergenti”, evidenziando anche la “sprovveduta incoscienza” dei leader internazionali (p. 4). Si è trattato di un “violento, drammatico ingresso nella modernità” in cui “moderno e antico si affiancano” con importanti innovazioni nel campo della tecnologia bellica: i governi hanno mandato letteralmente al macello i propri soldati, una vera e propria “fabbrica di follia” (pp. 6-7).

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La Rivoluzione di Febbraio del 1917

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1917 folladi Domingo Abrantes | da avante.pt

Traduzione di Marx21.it

In occasione del centenario della rivoluzione democratica borghese in Russia, del Febbraio 1917, occorre ricordare questo straordinario evento che, nel suo sviluppo, è inseparabile dalla Rivoluzione Socialista d'Ottobre, il più grande evento di tutto il XX secolo e i cui cento anni si celebrano pure quest'anno.

L'importanza della Rivoluzione di Febbraio risalta per il fatto di essere stata la prima rivoluzione popolare vittoriosa e anche per fatto di avere messo fine a più di 300 anni di regno della dinastia dei  Romanov, la monarchia più reazionaria e sanguinaria, di essersi trasformata in un evento di importanza internazionale e per il fatto che il proletariato russo e il Partito Bolscevico abbiano creato le condizioni per porsi all'avanguardia del processo rivoluzionario mondiale. Va rilevato anche come molte di tali esperienze si siano trasformate in patrimonio comune, acquisendo valore universale. Durante gli avvenimenti memorabili del 1917, nell'attività del Partito Bolscevico e del proletariato russo si sono manifestati processi che in qualche modo si sono ripetuti e non mancheranno di ripetersi in futuro in altri paesi.

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Il socialismo tradito: le cause della caduta dell’URSS*

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da lottobre.wordpress.com

Riceviamo da "Ottobre" e volentieri pubblichiamo

Il dibattito sulle cause della caduta dell’URSS è ampio e variegato. La corretta comprensione di un evento di tale portata aiuta senz’altro lo sviluppo del movimento operaio odierno, lasciato orfano da un riferimento ideale e materiale così importante quale fu il primo Stato operaio della storia.

Lasciando da parte il liquidazionismo di chi vede nell’URSS “l’impero del male” e “un regime totalitario” (parole senza senso, riflesso della criminalizzazione borghese dell’esperienza sovietica, che gran parte della sinistra riformista e radicale propaga a piene mani), e le analisi senza costrutto degli economisti borghesi che si limitano a ripetere la tautologia del “comunismo crollato perché l’economia comunista non può funzionare” (spacciando così i loro pregiudizi di classe per scienza) – è opportuno avanzare critiche precise sugli eventi che hanno contribuito a sconvolgere il mondo.

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“La schiavitù del capitale” di Luciano Canfora

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schiavitudi Federico La Mattina per Marx21.it

Luciano Canfora, filologo classico, professore emerito dell’Università di Bari, autore di moltissimi saggi storici – molti dei quali abbracciano anche la contemporaneità – ha scritto un pamphlet di poco più di cento pagine dal titolo “La schiavitù del capitale” (il Mulino, 2017). Canfora ci propone una riflessione di ampio respiro sul “movimento permanente della storia”. Chi sfrutta ha temporaneamente vinto la partita contro chi è sfruttato ed è necessario trovare le forme adatte per capovolgere la temporanea “sentenza della storia”,  “nella convinzione, condivisa da ogni essere pensante, che nella storia non esistono sentenze definitive” (p. 9). E’ evidente la critica a qualsiasi teleologia, sia essa di matrice rivoluzionaria o reazionaria. Il brusco risveglio che ha seguito il crollo dell’esperimento socialista alla fine del secolo scorso ha visto, secondo Canfora, il trionfo del modello capitalistico “in tutte le sue proteiformi manifestazioni” sulla gran parte del pianeta. Gli sfruttati si trovano divisi di fronte ad un “capitale internazionalista” che ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile, non solo nei mondi dipendenti ma anche all’interno delle aree più avanzate.

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Per una rinascita del materialismo storico negli studi di filosofia, storia e scienze umane

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marx figuredi Stefano G. Azzarà

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, Questioni e metodo del materialismo storico, a cura di S.G. Azzarà, pp. 5-10 (licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0)

Da diversi decenni, gli studi di orientamento storico-materialistico in ambito filosofico – ma considerazioni non molto diverse potrebbero essere fatte per l'ambito storico e più in generale per le scienze umane nel loro complesso – versano nelle università italiane in una situazione di grave difficoltà.

Non ricostruisco qui nei dettagli il rilevante significato culturale che per una lunga stagione questa corrente ha avuto nel nostro paese. La linea di pensiero che da Labriola conduce a Gramsci e al gramscismo ha ripensato dalle fondamenta le categorie del marxismo, riconducendole al loro rapporto genetico con la dialettica hegeliana e dunque sia con l'esperienza della filosofia classica tedesca in senso stretto, sia con tutto il dibattito politico-culturale che dalla Rivoluzione francese ha attraversato il XIX secolo.

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Germania 1919: la Rivoluzione dimenticata*

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da lottobre.wordpress.com

Il 15 gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, dirigenti comunisti rivoluzionari tedeschi, furono assassinati a Berlino dalle milizie Freikorps, le bande armate al servizio degli industriali e dalla polizia, in una caserma di periferia. Giustiziati barbaramente senza processo.

Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht erano all’epoca membri del Partito socialdemocratico tedesco, ma il loro marxismo era da tempo in contrasto con quello professato dalla direzione del Partito. Essi avevano creato una corrente più conseguente – oggi diremmo marxista-leninista – chiamata Lega di Spartaco, che vedeva nela Germania devastata dalla guerra e dalla crisi economica un terreno fertile per la Rivoluzione.

Il loro assassinio fu il frutto di molteplici fattori. Tutto iniziò nell’ottobre 1918, quando le masse lavoratrici tedesche si sollevarono: la Rivoluzione, sull’esempio dell’Ottobre russo, sembrava possibile. E in una certa misura si realizzò. I consigli operai presero il potere a partire da novembre 1918 in diverse città dell’impero, l’insurrezione si generalizzò. Delegati di diversi partiti e movimenti di sinistra entrarono nei consigli; gli stessi dirigenti socialdemocratici – non certo entusiasti rispetto agli eventi rivoluziari, ma opportunisticamente obbligati a seguire le masse in rivolta, che costituivano il loro bacino elettorale – furono votati dagli operai, insieme alle forze radicali, anarchiche e comuniste, nei nuovi organi di autogoverno rivoluzionario, alla stregua dei Soviet russi.

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