Lucio Magri e la storia del Pci

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di Alexander Höbel, Coordinatore del Comitato Scientifico dell'Associazione Marx XXI

 

lucio-magri-w350Lucio Magri ci ha lasciato. La sua scomparsa, anche per il modo in cui è avvenuta, ha suscitato una forte ondata di commozione non solo tra i comunisti “eterodossi” tra i quali si annoverava, ma in larga parte del popolo comunista e di sinistra. Il suo percorso come esponente di punta del gruppo del Manifesto è noto, e altri lo stanno tratteggiando in questi giorni. Vorrei quindi in questa nota portare solo un piccolo contributo relativo ad alcuni momenti della sua militanza nel Pci e al suo lavoro di riflessione sul Pci. Personalmente ricordo Magri in un momento in cui quella esperienza si era già chiusa, e si era invece agli inizi del percorso di ricostruzione di una forza comunista in Italia. Lo ricordo quindi come dirigente politico in un bell’intervento che tenne a Napoli, nei primi anni ’90, nel corso di una manifestazione in difesa della Costituzione alla quale intervenne anche Vera Lombardi ed ebbi anch’io l’onore di prendere la parola come giovane militante. In quella occasione Magri si soffermò sui paradossi di una società che moltiplica la produzione di beni di consumo sempre meno necessari (“metteremo un televisore in ogni stanza?”, si chiedeva) a danno di “consumi collettivi” e servizi sociali, dalla sanità ai trasporti, fino al riassetto di un territorio devastato come quello del nostro paese. La sua opzione in favore di una società in cui prevalessero il valore d’uso delle cose, l’utilità sociale dei beni, anziché il loro valore di scambio, la produzione e il consumo fine a se stessi, veniva dunque confermata con forza, e in termini che legavano la prospettiva comunista alla battaglia politica quotidiana.

 

La riflessione sul modello di sviluppo capitalistico, peraltro, è una delle costanti della sua elaborazione, a partire almeno dal celebre convegno sulle Tendenze del capitalismo italiano, organizzato dal Partito comunista e dall’Istituto Gramsci nel 1962, e dalla sua collaborazione al Cespe, il Centro studi politica economica del Pci (sotto la direzione di un personaggio così diverso come Giorgio Amendola, col quale però ebbe sempre un rapporto di reciproca stima, nonostante le serie divergenze di analisi). Di quel capitalismo, che Magri definiva “maturo” già nel 1965, egli evidenziava la dinamicità, la capacità di sviluppo, accanto alle nuove contraddizioni che apriva, dallo sfruttamento più intenso e diffuso all’alienazione crescente, dal progressivo svuotamento della democrazia alle potenzialità di “integrazione” che gli stessi meccanismi redistributivi ponevano in essere.


Alcuni anni dopo, in sede di riflessione storiografica, scriverà che la sinistra del Pci aveva capito che si stava costruendo un “blocco politico e sociale destinato a durare”, ma sbagliò nel ritenere “già compiuto un processo di modernizzazione invece ancora in corso e contraddittorio, sopravvaluta[ndo] la capacità egemonica del riformismo”, che invece le grandi lotte degli anni successivi avrebbero con forza messo in discussione.


Tuttavia, non convinto della linea emersa all’XI Congresso e posto in una sorta di “quarantena” politica, nel 1967 Magri decise di interrompere il suo lavoro al Cespe e in una lettera ad Amendola spiegò i motivi del suo essersi “tirato in disparte”. Riteneva inutili – scrisse – le “scaramucce di resistenza che paralizzano [...] una politica più che imporne un’altra”; questo però non significava lasciare “la lotta politica”, ma proseguirla “su di un terreno più disinteressato, in cui mi sia possibile esprimere ciò che penso senza confondermi in uno squalificante ‘calderone estremistico’”.


Nel 1968, dopo la sconfitta elettorale delle sinistre in Francia, che determinò il riflusso di quel grande movimento di massa che egli era andato a vedere di persona, mise in luce “il pericolo che una spinta radicalizzata a sinistra giunga ad uno scontro priva di piattaforme, di alleanze, di organizzazioni [...] e dunque sia costretta a rifluire”, e per evitare questa deriva esortava a rifarsi a Gramsci e alla sua elaborazione sulla “rivoluzione in Occidente”, che “impostava su basi enormemente più ricche” della politique politicienne “un discorso di unità politica e sociale”, il tema dell’“aggregazione di un più vasto arco di forze”.


Nelle sue Considerazioni sui fatti di maggio, ribadiva la sua opzione per una strategia “che considera le lotte di riforma come il modo concreto per far maturare [...] una inevitabile crisi rivoluzionaria, e per raccogliere un blocco di forze antagonistiche al sistema che [...] conquistano la macchina statale e la spezzano”, ma enfatizzando il “doppio potere” in nuce dei nuovi “istituti politici unitari” di fabbrica e vedendo gli studenti stessi come “un nuovo gruppo sociale rivoluzionario”, finiva per proporre “una nuova concezione del partito” come “punto di sintesi” “al servizio [...] del movimento”; una concezione, dunque, che lo distanziava non solo dall’impostazione di Togliatti ma anche da quella di Lenin. Di lì a poco inizierà l’esperienza del Manifesto, di cui sarà tra i principali protagonisti.

 

Da Gramsci parte anche il suo Sarto di Ulm (2009), con il quale Magri ha dato al dibattito sulla storia del Pci e del comunismo novecentesco quello che mi pare uno dei contributi più riusciti. Nel suo libro, infatti, è attento a non cadere nelle trappole della memorialistica o della ricostruzione tutta “in soggettiva”. L’approccio è quasi didascalico, nel senso che la ricostruzione non salta i passaggi più rilevanti dandoli “per scontati”, ma li tratteggia sia pure rapidamente, cosicché il volume risulta comprensibile anche per il lettore che si sia accostato da poco a vicende così complesse.


Magri colloca la storia del Pci nel quadro della storia del comunismo, ma al tempo stesso ne sottolinea l’originalità, che egli riconduce al “genoma Gramsci”. Su questo probabilmente calca troppo la mano, mettendo un po’ da parte quel nesso Lenin-Gramsci tante volte richiamato da Togliatti, che è poi l’interfaccia teorica del nesso Ottobre 1917-Livorno 1921. Nel 1944, con la svolta di Salerno, si ha per Magri un nuovo “atto fondativo” del partito, ed egli mette in luce il capolavoro di Togliatti e dell’intero gruppo dirigente del “partito nuovo” nella creazione di un “partito di classe” e di massa che era al tempo stesso “una vera comunità”; un luogo in cui i lavoratori compivano i primi passi di un processo di “apprendimento” inteso sia nei termini di vera e propria alfabetizzazione politico-culturale, sia in termini storici, di quel lento e progressivo farsi, da classe dominata, classe dirigente.


Il libro scorre affrontando tutti i punti nodali di quella storia, dall’inizio della guerra fredda, che costringe il Pci a un significativo adeguamento di linea, ai fatti del 1956, cui Togliatti risponde col “piccolo capolavoro” dell’intervista a “Nuovi Argomenti”, con l’idea del policentrismo, e poi con una posizione sui “fatti d’Ungheria” che Magri in sostanza riconosce corretta.


Degli anni ’60 si è accennato. Ma vale la pena sottolineare che Magri, prendendo le distanze da una storiografia e da una pubblicistica oggi ampiamente egemoni, parlando del citato convegno sulle Tendenze del capitalismo italiano, precisa: “Non è vero [...] che Giorgio Amendola [...] vi abbia riproposto la tradizionale visione di un capitalismo ‘straccione’ [...] Anzi, al centro del convegno [...] era finalmente la constatazione che l’Italia aveva compiuto un salto di qualità permanente da paese agrario-industriale a paese industrializzato”. Detto da chi al convegno ebbe comunque una posizione critica, si tratta di un’affermazione importante.


La stessa vicenda della sinistra ingraiana, pure esplicitamente rivendicata, viene comunque riletta con uno spirito critico. Magri attribuisce alla sinistra l’aver colto meglio, alla metà degli anni ’60, le potenzialità di movimento che si aprivano e la necessità di adeguarvi la macchina-partito e la stessa sua linea, puntando sul modello di sviluppo, ossia su una proposta generale alternativa alla modernizzazione capitalistica. La parziale sconfitta di questa ipotesi contribuì per lui a quella difficoltà di rapporto del Partito coi movimenti del 1968-69, ai quali pure – precisava – “non è vero che il Pci sia stato estraneo”, in particolare nella loro componente operaia.


Si giunge così agli anni ’70, al Pci di Berlinguer e al compromesso storico. Magri rileva che per realizzare quella politica occorrevano una sinistra più unita e “una rottura della Dc”. Ma a cogliere nel segno sono soprattutto le critiche alla solidarietà nazionale, ossia all’inizio di attuazione pratica di quel progetto, dopo le elezioni del 1976: il non aver valorizzato la domanda di cambiamento di quel voto appare un limite serio; l’aver sostenuto – con le sinistre al 48% – un monocolore dc retto da Andreotti, una sorta di paradosso; l’aver affidato le sorti di quell’esperimento alla “diplomazia” degli incontri di vertice anziché a un abile dosaggio di azione politica e spinta di massa, un altro limite grave. Certo, la minaccia Usa e la strategia della tensione pesavano, e l’ascesa di Craxi alla guida del Psi, con la sua forte spinta anticomunista, contribuì a rendere le cose più difficili, mentre la crisi economica e il crescere della violenza politica si facevano sentire duramente. A quel primo passo altri seguirono, in un processo di avvicinamento del Pci al governo che rimase incompiuto ma intanto produsse un certo logoramento del suo legame sociale.


Nei capitoli finali del libro, Magri sottolinea che mentre questi processi andavano avanti, la ristrutturazione capitalistica cambiava radicalmente lo scenario, avviando la stagione del neoliberismo e ponendo in crisi quel compromesso keynesiano che aveva retto sino ad allora, e al tempo stesso facendo avanzare la mondializzazione e finanziarizzazione dell’economia: tutti processi che toglievano il terreno sotto i piedi alle forze progressiste, che solo con un’azione coordinata a livello internazionale consapevole del nuovo quadro avrebbero potuto costruire una risposta; e tuttavia “la sinistra europea mancava di idee, di forze e di volontà per proporre un’alternativa”.


Come si vede, i problemi squadernati alla fine del libro sono in parte quelli che ancora ci troviamo davanti. Rispetto a chi, testardamente, ha deciso di proseguire sulla strada della ricostruzione di una forza comunista nel nostro paese, e a chi – come noi di Marx XXI – ambisce a contribuire a questo processo sul terreno analitico e della battaglia delle idee, la valutazione politica fatta da Magri negli ultimi anni è stata diversa. E tuttavia il suo patrimonio di analisi resta un elemento importante con cui confrontarsi, uno stimolo all’approfondimento e alla discussione che non mancherà di continuare ad operare.