Quando la Memoria si fa breve

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filo spinatoriceviamo e pubblichiamo

di Elia, Nipote di partigiano e deportato

da https://revolucionvoxpopuli.wordpress.com

Dagli ospedali chiusi nel weekend alle forze alleate che liberano Udine: cosa rischia la memoria nelle sue declinazioni

Non sono solito a mettere per iscritto pensieri di carattere personale; l’uso della prima persona mi ha sempre, erroneamente ed inconsciamente, portato a credere che tanto questa la si manifesti nello scrivere, quanto maggiore sia la propensione dell’autore a manifestare il proprio grado di personalissima autoreferenzialità. Ancor di più se la questione si deposita entro i confini del social network, per mio limite sempre visto con diffidenza, come fosse una forzosa violazione della propria sfera privata, seppur lecita e universalmente codificata.


Se in relazione all’uso dei mezzi di informazione dovrò col tempo colmare le mie visibili mancanze, vorrei comunque invitarvi alla lettura di queste prime righe, seppur sembrino una fin troppo articolata e fumosa introduzione, poiché non tarderò a chiarire la motivazione di tale pensiero, messaggio, scritto… Sinceramente, oltre ai facili formalismi, non riesco a definirlo se non identificandolo col contenuto, uno sfogo. Ed è proprio per tale caratteristica che uso una forma del tutto personale, per rispondere a ciò che, a mio malgrado, costituisce e dovrebbe costituire sia una catena offensiva di cui vittima è la storia sia un continuo sfregio di carattere squisitamente (e squallidamente) privato.

Siamo vicini alla ricorrenza del 27 gennaio, Giorno della Memoria: specificazione che sembra fuori luogo dato l’argomento di cui voglio trattare. In realtà questa diviene necessaria quando la memoria diviene il cardine del mio discorso, in particolare quest’oggi, quando sovente la storia viene assoggettata da chi malamente esercita il potere per rompere la coerenza di una narrazione e insediarvi all’interno un germe di rara arroganza.

Da nipote di internato politico a Mauthausen mi posso concedere il lusso di parlare quest’oggi non di un determinato tipo di memoria, quella del male sistematico e pianificato dell’impianto concentrazionario nazi-fascista, a cui prima comunque ho fatto riferimento, ma della memoria nella sua condizione formale, il quale vero antagonista di natura non è l’oblio o la negazione quanto, come scrissi un anno fa, il disinteresse generalizzato. Voglio parlare di memoria sia nella sua funzione storica sia nella sua funzione sociale: l’uomo si fa, non trascende dagli schemi del presente, benché meno dagli effetti del passato. Il disinteresse prima citato non può perciò riferirsi a qualcosa di esterno da noi, da cui possiamo comunque sospenderci, arrogarci il diritto di possedere un’identità nella più completa ininfluenza del reale, passato e presente che sia: il disinteresse verso la memoria in primis è disinteresse verso noi stessi, contro la nostra integrità nell’affermare il vero. Facili schiavi della propria inettitudine, istruiti a regola d’arte da qualcuno che vorrebbe apparire più furbo di noi, non è difficile trovarsi in situazioni dove la stessa esperienza personale si genuflette di fronte ad un potere – soprattutto informativo – capace di anteporre alla realtà il suo generale pervertimento con tanto di scroscio di applausi. Questi, tra l’altro, della stessa folla acclamante che si convince come una qualsiasi cosa a suo cospetto, a discrezione della voce che urla di più (o che amministra meglio la propria copertura mediatica), possa magicamente cambiare fattezze.

Spesso chi ostenta fin troppa sicurezza su qualcosa non si accorge di ciò che ha sotto il naso e, nell’epoca dove si vuole che tutti siano sin troppo sicuri di sé, spesso si può pur seguire colui che afferma che la Terra sia piatta o che la Luna sia verde senza nemmeno accorgersi di cadere nel paradosso dell’uomo talmente sicuro di sé che abbisogna del giudizio altrui anche per le questioni più elementari.

Di esempi indicativi ne porto due: il primo consta in un’offesa alla memoria regionale da parte di chi ha ricevuto democraticamente il potere, il secondo, meno recente, consta invece nell’offesa alla memoria comune, preda della scalata al potere di qualcuno.

Non vedo infatti esempio migliore di un sindaco che vuole riscrivere la storia della liberazione della sua città dal nazifascismo quando la letteratura in merito lo smentisce, e non solo quella specialistica (ho in mente quella fornita assiduamente dall’IRSML o le opere del professor Ellero), bensì pure la narrazione comune, da ricercarsi ogni 25 aprile nelle pagine dei quotidiani locali.

Oppure un ex-ministro che, per appoggiare la propria candidata alla presidenza della regione Emilia-Romagna, straparla farfugliando di promesse elettorali in merito all’apertura degli ospedali nei weekend, per poi ovviamente correggere il tiro tempo dopo.

Per il primo caso le giustificazioni di facciata di qualcuno sono state disvelate dal suo stesso elettorato nei commenti sottostanti le notizie: nessuna bega storica, solamente un sano sentimento antislavo relazionato ad una voglia repressa di bracci tesi. Per il secondo caso sono state ovviamente apportate le dovute correzioni in seguito all’accaduto, ma il danno era stato fatto e le folle esultanti avevano per un poco creduto che il servizio sanitario della propria regione li lasciasse morire d’infarto il sabato e la domenica, per poi soccorrerli il lunedì mattina e constatare il relativo decesso.

Non esiste più la sana testardaggine “locale”, rappresentante l’immobilità delle proprie opinioni, inscritta ed arroccata dall’indubitabilità della propria esperienza, mediata dal senso comune circoscritto alla sfera della vita personale.

Non esiste più quello che in Friuli si chiamava «cjastron»: ora pur di pensare ciò che pensa l’influente ci si cava gli occhi e ci si brucia le mani per scampare alla vista e al tatto di qualcosa che necessita del proprio personale giudizio.

Com’è la salute della memoria di sé e della storia dopo questo breve riepilogo? Poche difese, le forze politiche che dovrebbero garantirle sono frammentate e nullificate per l’ingiusta pretesa di non analizzare i fenomeni storici senza metterci un certo snobismo (quando, ad esempio, dietro al decantato populismo ci sono vere e proprie condizioni di disagio, in primis materiali, che tanti si rifiutano di vedere) ed i pochi che tentano invece di mantenere una coerenza storica devono fare il lavoro dei tanti.

Andando di questo passo, non mi sorprenderei che in futuro si possa pur mettere in dubbio la tragedia dei KZ: allora la memoria non avrà più oggetti privilegiati di conservazione, si ridurrà al nulla, alla legge della delega: delegheremo qualcuno perché faccia la nostra storia, dalle piccole alle grandi cose.

Ed è per questo che ho voluto scrivere a mio nome, ed è per questo che ho voluto scrivere dell’adesso, della miseria attuale che ha colpito la memoria: non per fare un torto alla Memoria con la M maiuscola, quella che si celebra il 27 s’intende, ma per essere obbiettivo sulle sue reali possibilità di conservazione in un mondo così frammentato ed eterodiretto. Esponendo delle piccolezze rispetto a ciò che ho preventivato, certo, ma dalle piccole cose si riconosce la tendenza nel modo umano di costruire relazioni.

Materiale utile per la comprensione della faccenda friulana:

https://www.udinetoday.it/eventi/liberazione-udine-alleati-ricorrenza-2020.html

https://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2010/04/25/UD_05_UDE1.html