70° della strage di operai modenesi

E-mail Stampa PDF

1maggio1891riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Norberto Natali

SIAMO L’EMILIA ROSSAAA...”

Sentii la canzone del titolo, le prime volte, quando non avevo ancora diciotto anni e mi suggestionò molto. Erano tempi tesi e cruciali e le sue note -in certe enormi manifestazioni nazionali- annunciavano l’arrivo dello spezzone degli emiliani e dei romagnoli (che non sono affatto secondari in questa storia). 

Ricordo una volta vicino piazza san Giovanni a Roma: davanti avanzava cantandola una specie di falange composta da centinaia e centinaia di compagne, fitte fitte, le quali all’epoca mi sembravano delle vecchiette ed oggi le troverei donne giovani e fiere. Camminavano e cantavano decise e provocavano uno strano effetto di dolcezza, sobrietà, fermezza e non incoraggiavano l’idea di “stuzzicarle” per vedere se e come potevano reagire. Dietro di loro le interminabili, massicce “delegazioni” di tutte le federazioni comuniste di quella regione.


Essa è un inno meritato con la storia, visto che nel 1892 il governo reazionario dell’epoca già indicò l’Emilia come il “punto nero” del paese per l’impeto e l’estensione delle lotte operaie e bracciantili. 

Saltiamo agli anni successivi alla Liberazione, quelli che precedettero il 9 gennaio 1950.

Appena otto mesi prima era stata costituita la NATO e gli imperialisti pensavano che in Italia dovesse finire la ricreazione, era ora di mettere in riga la sua classe operaia e la Resistenza. Per questo fu fatto di tutto per vincere le elezioni del 1948 e varare il governo centrista di De Gasperi. Iniziò una fase repressiva contro le lotte operaie e le occupazioni delle terre al sud. Appena due mesi prima ci fu l’eccidio dei braccianti di Melissa e lo stesso periodo quelli di Montescaglioso e Torremaggiore. Solo tre anni prima si era “inaugurata” la nuova linea con la strage di Portella della Ginestra e nel frattempo ci furono anche due attentati (uno mancò il bersaglio) al compagno Togliatti.

L’Emilia rossa era all’avanguardia non solo per la capacità trainante delle sue lotte operaie e contadine o perché aveva riportato al governo pressochè in tutte le amministrazioni locali il Partito Comunista e quello Socialista ma anche perché -per fare un solo esempio- molte sue famiglie proletarie ospitavano generosamente tanti bambini strappati alla fame e alla miseria delle province più povere ed abbandonate del sud. 

Era la degna regione dei fratelli Cervi, e la svolta atlantica, filo-NATO, con l’avvio del piano “demagnetize” e della Gladio non poteva avere che questa terra al centro del suo mirino, anche letteralmente.

Nei due anni che precedettero la strage di Modena vi furono: un morto a Bondeno (FE), due nel bolognese, uno a Forlì, uno a Parma ed uno a Comacchio (FE), ad opera di polizia e carabinieri e senza contare gli arresti in massa dei lavoratori e le persecuzioni degli ex Partigiani. 

Chi oggi usa il cosiddetto “stalinismo”, magari per equiparare nazisti e comunisti e chiedere di mettere questi ultimi fuorilegge, non vuole fare i conti con questa realtà della storia e con quella di molti decenni successivi, per non parlare delle drammatiche responsabilità attuali della borghesia imperialista e della sua sempre più incombente minaccia alla pace e alla stessa vita della natura e dell’umanità.

Nel corso di una lotta sindacale dei metalmeccanici, la famiglia Orsi, proprietaria delle Fonderie modenesi, decise la serrata (ovvero la chiusura con gli operai non pagati), atto esplicitamente vietato dalla Costituzione. Per questo, il 9 gennaio 1950, i 500 operai di quella fabbrica e la FIOM organizzarono uno sciopero ed un corteo per andare a protestare davanti ai cancelli chiusi delle Fonderie. 

Nonostante i padroni fossero completamente fuori legge e contro la Costituzione, furono fatti affluire ingenti forze di polizia e carabinieri con 13 mezzi blindati, un reparto corazzato da Cesena e furono installate mitragliatrici sui tetti e all’interno della recinzione della fabbrica, illegalmente chiusa. Un atto di guerra premeditato per colpire -in un momento particolare- una delle città più rosse della regione più rossa. 

Tra gli operai che manifestavano pacificamente e democraticamente ci furono sei morti (tre ventunenni ed il più anziano aveva 43 anni) e più di 50 feriti con armi da fuoco, tra i quali molti colpiti al petto e alla testa. Fu solo per caso che la strage non sia stata assai più grave.

Molti giovani, appositamente disinformati, non conoscono la reale storia del nostro paese e pensano che la “repressione” sia stata solo un fatto avvenuto essenzialmente a Roma e Bologna negli anni intorno al 1977. 

Sorvolo sull’imponente reazione della classe operaia e delle forze democratiche, in primo luogo del PCI, per far parlare direttamente alcuni dirigenti del Partito. 

L’indomani L’Unità dedicò a questa strage (e alla conseguente, immediata mobilitazione nazionale) tutta la prima pagina e anche molte altre. Il principale articolo di cronaca fu di Gianni Rodari e l’editoriale del compagno Pietro Ingrao.  

Quest’ultimo scrisse chiaramente che il governo di De Gasperi e Scelba era di criminali ed assassini mostruosi, che quell’eccidio era stato premeditato e -in definitiva- prefigurò quella che sarebbe stata la linea del PCI più tardi, per esempio negli anni ‘70 anche rispetto ad attentati e omicidi con firme di sinistra o rosse. Accusò chiaramente il governo e le forze reazionarie che manovravano intorno e dietro di esso, di compiere quei massacri sperando di provocare una reazione (ben comprensibile) armata o comunque di poter gridare alla guerra civile per poter avere il pretesto per restaurare un regime fascista. 

In effetti, successivamente, alcune testimonianze di operai che parteciparono agli scontri di quei giorni, riferirono che in alcune circostanze certi reparti di polizia si ritiravano improvvisamente, lasciando ostentatamente mitra ed altre armi sul selciato a “disposizione” degli operai che marciavano e pronte all’uso.

Il compagno Luigi Longo, ad un mese dal massacro, parlò all’assemblea provinciale modenese della FGCI. Iniziò così: “Ci si contesta il diritto di organizzarci e di lottare per i nostri ideali, che sono gli ideali del popolo; di lottare per i nostri interessi, che sono gli interessi di tutti i lavoratori; di lottare per il progresso e l’avvenire del nostro Paese. Dava fastidio, ai nuovi persecutori, che il vostro eroismo, il vostro generoso spirito di sacrificio potesse educare le nuove generazioni, potesse essere loro di stimolo e di esempio”. 

Più avanti, dirà ancora: “Nelle vertenze sindacali la polizia non ha nulla a che fare, come non ha nulla a che fare in qualsivoglia altra contrattazione; perché una vertenza sindacale non è che una contrattazione fra il padrone che offre l’occupazione e l’operaio che offre la propria forza-lavoro, contrattazione condotta nei modi propri alle vertenze sindacali. Io vorrei che coloro che fossero dubbiosi sulla legittimità della nostra richiesta, che l’artigiano, il bottegaio, il contadino che vanno sul mercato per vendere o comperare, riflettessero sulla natura contrattuale delle vertenze sindacali. Come essi non tollererebbero mai che nelle loro contrattazioni si intromettesse la polizia, con mitra e armi da fuoco, così gli operai hanno diritto di non tollerare che nelle loro vertenze e nelle loro contrattazioni con i padroni intervenga la polizia a minacciare arresti, denunce ed eccidi”.

Quattro giorni dopo la strage, di fronte ad una folla sterminata, si svolsero i funerali dei compagni uccisi e parlò Togliatti. Esordì così: “Alle salme dei sei cittadini di Modena, caduti nelle vie di questa città il giorno 9 gennaio, ai familiari affranti dal lutto, alla città intera, che abbiamo visto stamane ancora impietrita dallo stupore e dal dolore, ai lavoratori di Modena e di tutta l'Emilia qui convenuti e qui presenti, porto l'espressione della solidarietà e del cordoglio profondo del Partito Comunista Italiano, del Partito di Antonio Gramsci, del Partito che lavora nello spirito di Lenin e di Stalin”. 

C’è un passo di questa commemorazione che tutti, oggi, dovrebbero conoscere. “Una società che non sa dare lavoro a tutti coloro che la compongono, è una società maledetta. Maledetti sono gli uomini che, fieri di avere nelle mani il potere, si siedono al vertice di questa società maledetta, e con la violenza delle armi, con l'assassinio e l'eccidio respingono la richiesta più umile che l'uomo possa avanzare: la richiesta di lavorare”.

Il compagno Togliatti e Nilde Iotti adottarono Marisa, una bambina orfana di uno di quegli operai, Arturo Malagoli; lo stesso fece il compagno Pietro Secchia, adottò l’orfano di un altro operaio e da quel momento Vladimiro divenne suo figlio (che poi ebbi l’onore di conoscere e incontrare più volte) e che, in questa ricorrenza, saluto fraternamente e con affetto.

La storia edificante dell’Emilia rossa continuò anche nei decenni successivi e si ricorda soprattutto per l’altra strage, quella dei giovani operai reggiani, avvenuta dieci anni dopo. 

Quell’Emilia rossa, la sua storia e le sue speranze, non sono più al “governo” della regione da molti anni. Non è essa -nella malaugurata eventualità- che perderà le prossime elezioni regionali bensì, semmai, chi l’ha dimenticata, abbandonata o tradita. Per lo stesso motivo, viceversa, non sarà lei a vincere questa imminente competizione elettorale.

Molti emiliani e romagnoli sinceri ed onesti, oggi, farebbero di tutto perché la loro regione non cada nelle mani della destra ma è impossibile trovare una soluzione efficace se prima non ci si domanda come si è arrivati a questo punto. Difficile domare l’incendio se non si sa bene chi e come lo ha appiccato e soprattutto affidandosi al piromane. 

Condivido i loro sentimenti ma non mi sentirò sollevato solo perché Salvini non lucrerà l’amministrazione regionale. Perché quello che mi fa più rabbia (se mi spiego una rabbia al quadrato) è che il caporione leghista, proprio ieri, si è permesso di dire in un comizio che se tornasse Berlinguer se la prenderebbe severamente con chi amministra ora l’Emilia Romagna. Questo può avvenire non tanto perché Salvini ha suggeritori (o burattinai?) molto astuti ma perché sono ben altri, prima di lui, ad aver nominato il compagno Berlinguer senza esserne degni e senza aver alcun titolo per farlo. 

Per il pieno riscatto della vera Emilia rossa bisogna partire dal principio che il compagno Berlinguer -o meglio il Partito Comunista Italiano- non ha nulla a che vedere con chi oggi specula elettoralmente chiedendo voti contro la destra o in nome dell’antifascismo: usati da loro questi obiettivi sono fasulli e destinati prima o poi a sconfitte ancor più dolorose. 

Invito caldamente chiunque sia in disaccordo con questa mia affermazione ad un confronto pubblico, fatti e tesi alla mano.