30 anni dalla caduta del Muro di Berlino: una riflessione marxista

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berlin mauerRiceviamo e pubblichiamo

da revolucionvoxpopuli.wordpress.com

17 novembre 2019

Esattamente trent’anni fa, il 9 Novembre 1989, accadde un evento di fondamentale importanza: la caduta del Muro di Berlino. Tale data simbolica, nonostante essa si riferisca prevalentemente agli eventi che portarono all’estinzione della Repubblica Democratica Tedesca e all’unificazione della nazione teutonica, contiene e rappresenta un significato molto più ampio, i cui esiti si ripercuotono nella società ancora oggi. Questo giorno viene celebrato ed accolto con gaudio dai media nostrani, i quali identificano questa data come «la fine della dittatura totalitaria comunista» e come «la prova oggettiva del fallimento socialista e della vittoria del capitalismo, unico sistema economico sostenibile».


«La libertà ha vinto» esclamano in coro le principali testate occidentali, ben consapevoli che con questa data non si celebra solamente una mera riacquisizione da parte dei popoli orientali di questa famosa “libertà”, parola millantata e falsificata dai liberali , bensì viene soprattutto celebrata la libertà dell’occidente capitalista, che non aveva più sistemi economici con i quali competere (ora invece lo spauracchio degli americani è la Cina), di portare avanti quel processo di deregulation, costante finanziarizzazione dell’economia che ha causato l’evoluzione di una nuova forma di capitalismo, molto più aggressiva e feroce rispetto a quelle precedenti. 

Il 9 Novembre del 1989 costituisce quindi uno spartiacque nella storia contemporanea: mediante la legittimazione fornita dai presunti insuccessi del cosiddetto socialismo reale applicato in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari dell’Europa orientale, l’élite capitalista mondiale ha sfruttato la debolezza del movimento socialista e proletario per poter accelerare la transizione ad uno spinto ordoliberismo. Tutto ciò non si è manifestato solo nella struttura, bensì, come accennavo prima, tutto ciò ha avuto dietro un apparato di legittimazione che è riuscito ad egemonizzare il pensiero della sinistra stessa. Mediante diversi slogan, nel corso degli anni abbiamo assistito al progressivo smantellamento dei partiti comunisti europei, grandi organizzazioni di massa capaci di influenzare la vita politica e sociale e grazie ai quali si è posto, almeno inizialmente, un argine all’offensiva neoliberista mondiale, condotta mediante differenti modalità a seconda del contesto geografico, politico ed economico. Subito dopo la caduta del muro e dell’Unione Sovietica la cosiddetta sinistra ha subito una vera e propria opera di egemonizzazione da parte dell’élite capitalista, diventando oggi uno dei principali megafoni della propaganda neoliberista. Ciò a cui abbiamo assistito in Europa è stato il totale asservimento da parte dei movimenti politici eredi del PCI e dei sindacati di ispirazione socialista all’Europa della deflazione salariale e del tasso naturale di disoccupazione.  Il suddetto modello è frutto di anni di elaborazioni e strategie effettuate dalla Germania nel corso della Guerra Fredda. Un interessantissimo articolo analizza bene le possibili evoluzioni dell’imperialismo tedesco derivanti dall’elezione di Ursula von der Leyen alla giuda della Commissione Europea. Il suddetto articolo forniva numerose ed interessanti informazioni concernenti il moderno imperialismo tedesco, ripercorrendone la storia, la quale affondava le sue radici proprio nella Guerra Fredda: 

L’unico precedente di presidenza tedesca della Commissione offre una pietra di paragone utilissima per capire l’importanza del momento attuale. A ricoprire per primo, nel gennaio del 1958, la carica appena costituita, fu un altro tedesco: Walter Hallstein, uomo della CDU di Konrad Adenauer legatissimo agli USA, celebrato come uno dei padri dell’Unione Europea, ma anche artefice della cosiddetta ‘dottrina Hallstein’ la quale, fondandosi sulla rivendicazione per la Germania occidentale della “rappresentanza unica del popolo tedesco”, individuava qualunque apertura di relazioni con la DDR da parte di uno stato terzo come un atto ostile che avrebbe portato all’immediata interruzione delle relazioni diplomatiche con il governo di Bonn. In sostanza, in quella fase storica la presidenza tedesca dell’allora Commissione della Comunità Economica Europea servì all’affermazione radicale della funzione della CEE all’interno del disegno antisovietico elaborato a Washington e fondato sulla complessa dialettica tra i principi delcontainment (contenimento) concettualizzato da George Kennan – cioè l’organizzazione di un vero e proprio assedio che conducesse il campo socialista alla stagnazione e al declino – e del roll back (far arretrare), il cui padre fu John Foster Dulles, che consisteva nel respingimento sistematico e brutale dell’avanzata del movimento operaio su scala planetaria con mezzi economici, politici, ideologici, terroristici o militari. Ben sappiamo come anche l’Italia abbia pagato un elevato tributo di sangue per la realizzazione di quel disegno.

Di quella, come di tutte le fasi successive della politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania di Bonn fu la più fedele esecutrice, ciò che ha storicamente permesso all’imperialismo tedesco uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale di risorgere con la benedizione e il sostegno degli USA, ricostituire la propria potenza sul piano economico, finanziario e dunque politico, ma anche – in misura crescente nel corso dei decenni – sul piano militare, e riaffacciarsi sulla scena mondiale come protagonista, dopo la scomparsa del campo socialista e l’annessione della DDR.

Mentre le distorsioni della storia della guerra fredda inducono a credere che furono i sovietici a dividere la Germania, le potenze occidentali furono i veri autori della divisione tedesca. Alla conferenza di Jalta del febbraio 1945, gli alleati concordarono che mentre la Germania sarebbe stata suddivisa in zone di occupazione britanniche, statunitensi e sovietiche, la Germania sconfitta sarebbe stata amministrata congiuntamente. La speranza dei sovietici, che erano stati invasi dalla Germania sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, era per una Germania unita, disarmata e neutrale. Gli obiettivi dei sovietici erano duplici: in primo luogo, la Germania sarebbe stata smilitarizzata, in modo che non potesse lanciare una terza guerra di aggressione contro l’Unione Sovietica. In secondo luogo, avrebbe dovuto pagare i danni ingenti che ha inflitto all’URSS, i quali superavano i $ 100 miliardi.

Gli Stati Uniti volevano rilanciare la Germania economicamente per assicurarsi che fosse disponibile come un ricco mercato in grado di assorbire le esportazioni statunitensi e gli investimenti di capitale.

Stephen Gowans