Fidel, Cuba e il continente africano

Stampa

fidel africadi Federico  La Mattina per Marx21.it

La rivoluzione cubana ha rappresentato una cesura fondamentale nella storia dell’America Latina e l’isola caraibica ha svolto un ruolo di rilievo negli anni convulsi della guerra fredda. Dopo la seconda guerra mondiale, il Terzo mondo (dall’Africa all’Estremo Oriente) fu caratterizzato da innumerevoli conflitti mentre “il Primo e il Secondo mondo entrarono nella più lunga epoca di pace dall’Ottocento in avanti”, come ha scritto Hobsbawm [1]. Era in atto quel gigantesco processo storico che fu la decolonizzazione, che ha ridisegnato politicamente una larga parte di mondo. Molti leader africani guardarono con favore al ruolo dell’Urss, accettando di buon grado gli aiuti sovietici dato che provenivano da un paese estraneo ai giochi delle vecchie potenze coloniali. D’altra parte gli Stati Uniti davano supporto alle forze conservatrici nella gran parte del Terzo Mondo (dai regimi reazionari latinoamericani al Sudafrica dell’apartheid), trovandosi “sempre dalla parte degli sconfitti ogni qual volta si era in presenza di una rivoluzione” [2]. 


Si è scelto di trattare alcuni frammenti di storia del Novecento, che andrebbero contestualizzati all’interno dei complessi equilibri della guerra fredda. Qualsiasi riferimento al ruolo degli Usa negli anni ’70 non può ad esempio prescindere dalla considerazione della grande batosta subita in Vietnam nel 1975, così come è importante tenere a mente le tensioni tra Urss e Cina all’interno del ‘mondo socialista’, per nulla monolitico. E’ certamente impossibile presentare un approfondito quadro globale in questa sede e ci si limiterà a brevi riferimenti nel corso della trattazione.

Nel corso del Novecento Cuba ha svolto un importante ruolo, certamente degno di rilievo storico, nelle lotte di indipendenza africane: è stata una sovraesposizione globale di matrice internazionalista (molto rischiosa in caso di insuccesso), che ha dato un grande contributo alle lotte di liberazione nazionale del continente africano. Fidel Castro è stato elogiato da molti leader africani sia in vita che dopo la sua scomparsa; nel 1976, in piena guerra angolana,  il leader cubano definì Cuba una nazione afro-latina per sottolineare i profondi legami (non soltanto ascrivibili all’antimperialismo) che univano Cuba ai popoli in lotta dell’Africa. Alcuni critici hanno considerato troppo banalmente Cuba una sorta di  ‘pedina’ totalmente dipendente dall’Urss in riferimento al coinvolgimento africano e questa era di fatto anche la posizione della Cina comunista, che descriveva i soldati cubani in Angola come truppe satelliti di Mosca [3]. Una simile lettura è insostenibile sul piano storico ed è stata criticata molto bene da Nelson Valdés in un contributo abbastanza equilibrato del 1979 [4] (“The interaction of revolutionary principles and objective political conditions produced the context of action”, scrive Valdés) [5]. Gordon Connel-Smith in un interessante articolo sulla politica estera cubana (aggiornato al 1979) ha opportunamente messo in rilievo la comunanza di obiettivi tra la politica estera cubana e quella sovietica, concludendo che “Castro has not been a Soviet puppet, as former Cuban leaders were clients of the United States” [6]. E’ inoltre doveroso evidenziare come l’impegno cubano in Africa abbia preceduto quello sovietico dato che negli anni ’60 l’Urss non considerava positivamente l’attivismo rivoluzionario in giro per il mondo dell’isola caraibica. E’ impossibile inoltre non tenere in considerazione l’affinità tra Cuba e i popoli del cosiddetto “Terzo Mondo” e la già citata percezione di comunanza etnico-culturale che ha spinto Castro a definire i cubani un popolo “afro-latino”. 

Ripercorriamo brevemente la storia del coinvolgimento cubano in Africa. Negli anni ’60 Cuba inviò armi ed un’equipe medica al movimento di liberazione nazionale algerino, continuando a sostenere l’Algeria anche una volta ottenuta l’indipendenza dalla Francia. Ernesto Guevara nel 1965 visitò diversi paesi africani per stringere contatti con i movimenti anticolonialisti e antimperialisti: Cuba iniziò a mandare armi ad Agostino Neto, leader del “Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola” (MPLA) e al FRELIMO, movimento di liberazione attivo in Mozambico. Il “Che” nel 1965 si recò anche in Congo, dopo la tragica fine dell’esperienza di Patrice Lumumba, patriota congolese assassinato con il sostegno del Belgio neocolonialista, come ha ammesso anche un’inchiesta parlamentare belga del 2001 (tra il 1960 e il 1962 il Belgio perdette il proprio impero coloniale). Lumumba stava scomodo anche agli Stati Uniti e l’Unione Sovietica aiutò fattivamente il leader congolese (democraticamente eletto) contro la secessione del Katanga, sostenuta dal Belgio. Gli omicidi politici non erano una novità per la Cia (innumerevoli furono i tentativi di assassinare Fidel Castro): l’assassinio era considerato una valida soluzione ai ‘problemi politici’ in diverse parti del mondo, Africa compresa. Come riporta Jon Lee Anderson, già nell’agosto 1960 Dulles (direttore della Cia), con l’avallo di Eisenhower, aveva mandato un cablogramma alla stazione della Cia congolese per autorizzare la ‘rimozione’ di Lumumba [7]. La Cia non fece comunque in tempo ad assassinare Lumumba dato che, come scrive Anderson, “prima che la Cia potesse avvicinare l’ex primo ministro, però Lumumba era sfuggito a un arresto ma poi era stato catturato dalle truppe di Mobutu. Con il supporto, tacito o meno, della Cia, dell’Onu e dei belgi, Lumumba fu trasferito  nel Katanga […]” [8]; il leader congolese venne così torturato e ucciso. Di lì a poco ci sarebbe stato lo sbarco degli esuli cubani alla Baia dei Porci sostenuto dagli Stati Uniti ed efficacemente contrastato dalle truppe cubane. Il conflitto in Congo immetteva dunque l’Africa all’interno delle dinamiche della guerra fredda.  Se i belgi, di fronte agli sconvolgimenti geopolitici della decolonizzazione, speravano di recuperare l’influenza economica nella loro ex colonia, gli Stati Uniti consideravano quella congolese una partita tutta interna alla guerra fredda: ogni potenziale alleato dei sovietici andava fermato, in Africa così come in America Latina [9]. Ha scritto Hobsbawm a tale proposito:

Mentre lo storico oggi si rende conto di quanto fossero lontane dalla Rivoluzione d’Ottobre perfino quelle rivoluzioni che negli anni ’70 rivendicavano con essa una qualche affinità, i governi degli Usa inevitabilmente le considerarono parte integrante di un’offensiva mondiale condotta dalla superpotenza comunista [10].

Nel 1972 Fidel effettuò un lungo viaggio all’estero in cui visitò anche sei paesi africani dove venne accolto calorosamente, tra dichiarazioni fortemente antimperialiste: erano gli anni della guerra del Vietnam, dell’inasprimento del conflitto israeliano-palestinese, dell’esperienza allendista in Cile e, per quanto riguarda il continente africano, della presenza degli odiosi regimi razzisti di Rodhesia, Namibia e Sudafrica. Cuba e Urss, pur non essendo mancati i momenti di attrito (che hanno visto in prima linea lo stesso Guevara) riuscirono a trovare un’intesa comune nel coinvolgimento africano ed i loro piani, come scrive Clara Nieto, “erano compatibili, se non complementari” [11]. Dopo la Rivoluzione dei Garofani del 1974, anche il Portogallo cominciò a perdere il suo impero coloniale:  l’11 novembre 1975 i portoghesi abbandonarono l’Angola che divenne una “Repubblica Popolare”.

Quando nel 1975 le truppe sudafricane invasero l’Angola, Agostino Neto chiese aiuto a Cuba ed ai sovietici: Castro non esitò un istante e diede avvio all’«Operazione Carlota» mentre l’Urss forniva assistenza di vario tipo. Cuba mandò segretamente un battaglione di 18.000 uomini via aereo e via mare quando le truppe sudafricane erano a meno di 30 km dalla capitale [12]. Gli Stati Uniti diedero supporto logistico al FNLA e alla  UNITA (movimenti di origine anticoloniale che poi lottarono duramente contro il MPLA di Neto), visti come un argine all’influenza sovietica in Africa. 

Il ruolo svolto indirettamente dalle due superpotenze internazionalizzò il conflitto che così si trasformò in “un’ennesima occasione di scontro nell’ambito della guerra fredda” [13]. L’esercito dell’Angola, aiutato da oltre trentamila soldati cubani, costrinse le truppe sudafricane presenti sul suolo angolano ad arretrare e a lasciare il paese nel 1976. L’Angola trionfava così contro il Sudafrica razzista con il supporto decisivo di Cuba: Castro parlò a tale proposito di una “Girón” africana (paragonando la vittoria dell’Angola a quella cubana alla Baia dei Porci) [14]. Come ha scritto Valdés, “Angola demonstrates that Cuba’s revolutionary foreign policy has been the result of principles which were put into practice when opportunities allowed” [15]. Henry Kissinger, Segretario di Stato dell’amministrazione Ford, criticò fortemente la politica cubana (e sovietica) nei confronti del Terzo Mondo, affermando che non vi era possibilità di normalizzazione delle relazioni con l’isola caraibica “as long as Cuban military forces are stationed in Africa, and as long Cuba continues attacks on America, on American policy in Puertorico and elsewhere” [16]. La linea dura kissingeriana fu sostanzialmente portata avanti anche dal falco Brzezinski, consigliere di spicco dell’amministrazione successiva.

Castro, invitato dal presidente guineano Sekou Touré, si recò a Conakry per celebrare la vittoria insieme ad Agostino Neto e Luis Cabral, Presidente della Guinea-Bissau. In quell’occasione vi fu una grande manifestazione popolare nel corso della quale, come ha scritto Clara Nieto, “questi leader espressero la propria gratitudine nei confronti di Fidel per l’aiuto internazionale fornito da Cuba alle nazioni africane” [17]. La guerra angolana contro il Sudafrica e l’UNITA si protrasse per circa dodici anni (continuando anche successivamente in forme diverse): il ruolo primario di Cuba (che mantenne circa 40.000 soldati) ed il supporto logistico-militare dell’Urss risultarono fondamentali alla vittoria del MPLA del 1988. Infatti, nonostante le condanne dell’Onu, il Sudafrica continuava a bombardare impunemente l’Angola, causando molte vittime anche tra i civili.

Tra il 1987 e il 1988 si svolse la battaglia di Cuito Cuanavale (nell’Angola sud-orientale), che vide contrapposte le truppe angolane con il fondamentale supporto di Cuba e le forze sudafricane: è stata una delle più grandi battaglie mai combattute su suolo africano. Le due parti contrapposte e gli storici si sono divisi in riferimento all’interpretazione dell’esito dello scontro, visto alternativamente come una sconfitta delle Forze di Difesa Sudafricane (SADF), come un ritiro tattico di queste ultime o come una situazione di stallo del conflitto. Al di là della valutazione prettamente militare della battaglia (di cui non si vuole qua fornire un bilancio complessivo), Cuito Cuanavale ha assunto un importante valore simbolico nella memoria storica di diversi paesi africani. Come si legge su «SAHO» (South African History Online) “che si sia trattato di un ritiro tattico della SADF o di una vittoria delle forze angolane, non si può contestare che la battaglia di Cuito Cuanavale abbia rappresentato una svolta che ha posto fine alla guerra di confine e portato ai negoziati di pace che hanno visto il ritiro della SADF, del MK e delle forze cubane dall'Angola e dalla Namibia, portando all'indipendenza della Namibia” [18]. In occasione della morte di Fidel Castro, il ministro sudafricano del commercio e dell’industria ha ricordato proprio il ruolo di Cuba a Cuito Cuanavale, definendola “la Stalingrado dell’apartheid” [19]. Ronnie Kasrils, veterano dell’ANC, ha definito la battaglia “un punto di svolta storico nella lotta per la liberazione totale della regione dal dominio e dall’aggressione razzista” [20]. Lo stesso Nelson Mandela ha definito Cuito Cuanavale “un punto di svolta per la liberazione del nostro continente e del mio popolo”.

Dopo la battaglia di Cuito Cuanavale iniziò il difficile processo di negoziazione per la pace tra Angola e Sudafrica che portò al ritiro delle truppe sudafricane e cubane dall’Angola e all’indipendenza della Namibia (con la mediazione delle Nazioni Unite). Cuba investì molto in questo conflitto – anche in termini umani –  e lo stesso Fidel Castro affermò che Cuba mise a rischio il prestigio della rivoluzione “dal momento che la sconfitta avrebbe comportato un enorme prezzo politico all’interno e all’esterno del paese” [21].  Tuttavia dopo le negoziazioni ed il ritiro delle truppe non arrivò una pace duratura: l’UNITA infatti continuò la lotta armata fino ai primi anni duemila.

Cuba nel 1977 intervenne anche a fianco dell’Etiopia contro l’invasione della regione dell’Ogaden (parte sud-orientale del paese) da parte della Somalia. E’ utile aprire una breve parentesi sul ruolo dell’Etiopia nella geopolitica del Corno d’Africa. La monarchia di Selassie (detronizzato nel 1974) era uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione e l’Etiopia tra il 1951 e il 1976 ottenne cospicui finanziamenti statunitensi; tuttavia le mutate politiche del governo etiope spinsero Washington ad una sempre maggiore diffidenza verso l’Etiopia ed uno degli ultimi atti dell’amministrazione Ford fu proprio il blocco delle concessioni militari a Dergue (questo era il nome del nuovo governo militare etiope di ispirazione socialista). Parallelamente all’incremento delle relazioni tra Mosca ed il governo etiope, vi fu un deterioramento dei rapporti fra l’Urss e la Somalia, maggiormente proiettata ad avere buone relazioni con gli Usa. Quando la Somalia irredentista invase la regione dell’Ogaden, Urss e Cuba provarono inizialmente a svolgere un ruolo di mediazione, senza ottenere alcun risultato [22]. Scoppiò così la guerra, peraltro interna ai cosiddetti “paesi non allineati”, di cui facevano parte sia Etiopia che Somalia. Jiri Valenta, in un contributo del 1980, ha scritto a proposito dell’intervento sovietico-cubano in supporto dell’Etiopia:

Having saved a “progressive” regime from certain defeat and having shown support for the most important principle of the Organization of African Unity – the inviolability of borders – Soviet and Cuban prestige rose considerably in Africa [23]

Circa 17.000 soldati cubani giunsero in Etiopia con il sostegno logistico dell’Urss (armi e consulenti). Il Presidente degli Usa Carter accusò l’isola caraibica di essere una “pedina dell’Urss in Africa”. Etiopia e Somalia facevano entrambe parti dei paesi non allineati e l’intervento cubano suscitò reazioni controverse anche tra i paesi socialisti: il Maresciallo Tito, leader della Jugoslavia, accusò infatti Castro di “favorire l’espansionismo sovietico in Africa”. Brzezinski – illustre ed influente stratega statunitense, a quei tempi consigliere dell’amministrazione Carter (1977-1981) –  spinse il Presidente statunitense ad irrigidire la sua posizione in merito al coinvolgimento cubano in Africa, considerato pienamente all’interno del confronto Est-Ovest (non escludendo la possibilità di un intervento militare diretto, in difesa degli “interessi vitali” statunitensi) [24]. “Il problema non è la guerra, il problema è la presenza sovietica e cubana” dichiarò Brzezinski [25].

Il Segretario di Stato Cyrus Vance (dimissionario nel 1980 a causa di aspre polemiche interne in occasione della crisi degli ostaggi con l’Iran), pur essendo certamente contrario al ruolo dell’ Urss e di Cuba in Africa, adottava una linea parzialmente differente rispetto a quella di Brzezinski poiché riteneva (ragionevolmente) pericoloso trasformare la questione etiope in uno scontro tra superpotenze; Vance non voleva inoltre legare le crisi politiche del Terzo Mondo con i progressi raggiunti negli accordi SALT (Trattato per la Limitazione degli Armamenti Strategici) [26]. 

Siamo alle porte di quella fase del Novecento che lo studioso di relazioni internazionali Fred Halliday ha definito in modo convincente “seconda guerra fredda” (dal 1979 in avanti) [27], che fu combattuta – come scrive Hobsbawm – “da ambo le parti, come al solito, per procura, cioè attraverso i propri alleati, per lo più in Africa e poi in Afghanistan […]” [28]. L’Urss cercava d’altra parte di estendere la propria influenza globale per compensare la perdita di un alleato fondamentale come l’Egitto (con Sadat divenuto alleato degli Usa), dopo i laceranti effetti della crisi sino-sovietica. Oggi possiamo osservare quel mondo con un certo distacco, prendendo atto dei profondi cambiamenti avvenuti nello scenario globale. Cambiamenti che hanno influenzato anche Cuba che oggi mai si sognerebbe di mandare migliaia di militari a combattere in giro per il mondo. Eppure il ruolo di Cuba in Africa non è venuto meno: centinaia di medici cubani hanno dato (e danno) il loro contributo in diversi paesi africani e, ad esempio, in occasione dell’epidemia di ebola, Cuba non ha esitato a mandare prontamente medici ed assistenza. Quei profondi legami che hanno spinto Castro a definire i cubani un popolo “afro-latino” non sono stati mai messi in discussione ed il governo cubano mantiene rapporti privilegiati con i paesi del Sud del mondo (una sorta di approccio terzomondista del XXI secolo, che oggi è più corretto definire “cooperazione Sud-Sud”). D’altra parte la Russia odierna svolge un ruolo molto differente rispetto a quello dell’Urss: non è più una superpotenza mondiale e non esiste più una componente ideologica nella politica estera del Cremlino, che adotta un pragmatismo realista opposto alla geopolitica del caos statunitense. Inoltre oggi è impossibile parlare di Africa senza tenere conto del dirompente ruolo della Cina, potenza economico-militare in forte ascesa. Ma questa è già un’altra storia.

Federico La Mattina
(twitter: https://twitter.com/FedLaMattina)

NOTE

[1]   E. J. Hobsbawm, Il Secolo Breve. 1914-1991, Milano, Rizzoli, 1997, p. 506.

[2]  Ivi, p. 527.

[3]  Cfr. G. Connel-Smith, Castros Cuba in World Affairs, 1959-1979, «The World Today», 35, n. 1, 1979, p. 19.

[4]  Cfr. Nelson P. Valdés, Revolutionary Solidarity in Angola in Cuba in the World, ed. Cole Blasier and Carmelo Mesa-Lago,  University of Pittsburgh Press, 1979, pp. 87-119. “That Cuba and USSR acted in unison with respect to Angola in no way provides any proof that the Cubans were forced to send troops to Angola by the USSR”, scrive opportunamente l’autore (p. 110). Si veda anche S. C. Nolutshungu, African Interests and Soviet Power: The Local Context of Soviet Policy, «Soviet Studies», XXXIV, n. 3, 1982, pp. 397-417 e J. Valenta, The Soviet-Cuban Intervention in Angola, 1975, «Studies in Comparative Communism», 11, 1978, pp. 3-33.

[5]  Valdés, op. cit., p. 110.

[6]  Connel Smith, op. cit., p. 23.

[7]  J. L. Anderson, Che. Una vita rivoluzionaria, Milano, Feltrinelli, 2017 (ed. or. 1997), p. 545.

[8]  Ivi, pp. 545-546.

[9]  Sulla politica estera statunitense in America Latina durante la guerra fredda si rimanda a F. La Mattina, Stati Uniti e America Latina, transizione egemonica, imperialismo statunitense e riscossa latinoamericana, «MarxVentuno», n. 1 2015, pp. 75-99.

[10]  Hobsbawm, op. cit., p. 526.

[11]  C. Nieto, Gringos. Cento anni d’imperialismo in America Latina, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2005, p. 207.

[12]  Ibidem.

[13]  Ibidem.

[14]  F. Castro, XV Aniversario de Playa Giron, in «Granma», L’Avana, aprile 1976.

[15]  Valdés, op. cit., p. 113.

[16]   M. Morley, Imperial State and Revolution, Cambridge University Press, Mass., 1987,  p. 255.

[17]   Nieto, op. cit., p. 207.

[18]  http://www.sahistory.org.za/topic/battle-cuito-cuanavale-1988. Si veda anche: https://theconversation.com/its-30-years-since-cuito-cuanavale-how-the-battle-redefined-southern-africa-78134

[19]   https://www.iol.co.za/news/politics/anc-mourns-death-of-fidel-castro-2093671

[20]  R. Kasrils, Cuito Cuanavale. Angola, 25th Anniversary of a Historic African Battle, «Monthly Review», Apr. 2013, https://monthlyreview.org/2013/04/01/cuito-cuanavale-angola/

[21]  Nieto, op. cit., p. 208.

[22]  Cfr. Morley, op. cit., pp. 257 sgg.

[23]  J. Valenta, Soviet-Cuban Intervention in the Horn of Africa: Impact and Lessons,  «Journal of International Affairs», vol. 34, n. 2, p. 364.

[24]  Cfr. Morley, op. cit., p. 260.

[25]  Ibidem.

[26]  Cfr. Nieto,  op. cit., p. 209. Cfr. Morley, op. cit., pp. 260-261. Si veda anche L. Schoultz, The United States and the Cuban Revolution. That infernal little Cuban Republic, The University of North Carolina Press, 2009, pp. 249 sgg. Si veda anche D. Oberdorfer, Soviets in Cuba Called Threat to SALT Approval, «The Washington Post», 06/09/1979.

[27]  F. Halliday, The Making of the Second Cold War, London, 1983. Morley ha comunque puntualizzato a proposito delle divergenze interne all’amministrazione statunitense: “It would be a mistake, however, to conclude that State Department was a hothouse of opposition to official policy. On the contrary, State remained no less publicly adamant than the White House that Washington's policy toward Cuba would be guided by the Castro’s government preparedness to withdraw its troops from Angola, Ethiopia and other parts of Africa, to make further concession over political prisoners, and to satisfactorily resolve the long-standing problem of compensation for expropriated American property-holders” (p. 263).

[28]  Hobsbawm, op. cit., p. 527.