Rivoluzioni, golpe o cambiamenti “reazionari”?

E-mail Stampa PDF

ucraina guerriglia ceneredi Federico La Mattina per Marx21.it

E’ impossibile sottrarsi alla valutazione dei cambiamenti politici del presente, al flusso della storia mentre faticosamente prende forma. I paladini dell’imparzialità spesso sono i più accaniti sostenitori delle uniche “verità”. Certamente è doveroso, per chi fa informazione o si occupa di storia contemporanea, attenersi alla correttezza metodologica nel presentare gli avvenimenti: ovvero citare rigorosamente le fonti e muoversi con cautela senza pretendere di possedere la sfera di cristallo. E’ però inevitabile che si prenda posizione di fronte a ciò che accade attorno a noi e la prospettiva da cui si considerano gli eventi (quelli che si ritengono maggiormente rilevanti) sarà inevitabilmente destinata a dividere. Si discute ancora oggi polemicamente di rivoluzione francese e rivoluzione russa: evidentemente le risposte politiche alle domande che tali rivoluzioni posero sono ancora attuali, seppur in un mondo enormemente diverso. Allo stesso modo ci sarà sempre chi parlerà di “golpe del ‘17” (si pensi allo storico Richard Pipes) e chi di “grande rivoluzione d’Ottobre”.

Ciò non vuol dire che ci si debba aspettare una riedizione del 1917, o una riproposizione di parentesi storiche che come tali saranno ricordate. Ci sono poi fenomeni complessi come la rivoluzione iraniana del 1979: nata da un fermento antimperialista con componenti interne democratico-progressiste, ha poi visto la totale e violenta estromissione di tali forze nella nuova rigida costruzione repubblicana islamica. Lezioni della storia e materia di riflessione che le forze di sinistra non possono eludere.

Nei primi mesi del 2014, in pieno fermento degli eventi ucraini, ho scritto un articolo [1] in cui provavo ad evidenziare le analogie tra i tentativi di golpe in Venezuela e il ben riuscito golpe in Ucraina. Eppure i contesti erano enormemente diversi: in Ucraina una lotta per il potere inter-oligarchica (in cui le potenze occidentali hanno investito molto in senso antirusso) è sfociata in un golpe che senza il contributo delle formazioni paramilitari naziste non sarebbe mai andato in porto. In Venezuela una ancora stabile presidenza Maduro del 2014, cominciava fronteggiare i sommovimenti di piazza, coccolati dall’oligarchia locale, dai media monopolisti e da chi nel mondo auspicava (ed auspica) la demolizione del fenomeno chavista. Fenomeno complesso, non esente da grandi contraddizioni e limiti, che però ha dato tanto alla costruzione di un’America Latina più unita e autonoma e di un Venezuela più giusto. E’ impossibile negare che il “chavismo” stia vivendo un brutto periodo, in un contesto di profonda crisi economica strumentalizzata dalle opposizioni più intransigenti e violente. E’ questa una ragione per mollare chi, tra mille difficoltà e contraddizioni, ha invertito la rotta della lunga notte neoliberale? Chi conosce la storia recente dell’America Latina sa bene chi erano e da chi erano coccolati i peggiori dittatori genocidi che hanno dominato lo scenario politico durante la guerra fredda. L’esperimento politico avviato da Hugo Chavez ha dato origine all’affermazione di governi di natura socialista/progressista che, in modo diverso, hanno segnato una cesura con il passato in tutta l’America Latina. Ho avuto modo di parlare con ferventi “democratici” latinoamericani per i quali, in fondo, il criminale conclamato peruviano Alberto Fujimori era “meglio della sinistra che sta rovinando il continente”. Prospettive “di classe” (non sempre ben definite) contribuiscono alla polarizzazione della politica in molti paesi latinoamericani. E’ possibile essere davvero “imparziali” nel giudizio storico-politico?

Ragionamenti simili possono essere fatti anche per le complesse ed eterogenee cosiddette “primavere arabe”, paragonate spesso al “risveglio” dell’Est Europa post-1989: ci sarebbe tanto da scrivere in proposito. D’altra parte parlare entusiasticamente di “rivoluzione libica”, “rivoluzione siriana” o “rivoluzione di Majdan” sarebbe forse indice di imparzialità?

Emblematico il  caso siriano: a parere di chi scrive il cosiddetto “socialismo arabo” e il nazionalismo di ispirazione panaraba sono stati fenomeni colmi di contraddizioni (ma ciò era forse inevitabile, basta avere idea delle divisioni politiche e settarie, nonché geopolitiche della regione) e in fin dei conti incapaci di dare una risposta politica stabile alla crisi del mondo arabo post-coloniale. E’ questa una buona ragione per sostenere “rivoluzioni” ovunque esse si presentino come tali in nome di un indefinito e perciò insidioso principio di “libertà”? La democratizzazione delle società, proposito certamente nobile, è un fenomeno complesso e come tale deve essere trattato dalle forze autenticamente progressiste.

Note                                                      

[1] F. La Mattina, Imperialismo occidentale e golpismo reazionario in Venezuela e Ucraina, in “MarxVentuno”, 1-2 2014, pp. 15-22.