“1917. L’anno della rivoluzione” di Angelo d’Orsi

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russian revdi Federico La Mattina per Marx21.it

Angelo d’Orsi, 1917. L’anno della rivoluzione, Laterza, Bari, 2016, pp. 268.

“ […] Pensare quanto hanno tribulato i miei genitori per allevarmi fino a vent’anni e qui con una indifferenza ti mandano al macello. […]”  (tratto dalla lettera di un italiano al fronte,  p. 153)

Angelo d’Orsi (professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, direttore delle riviste “Historia Magistra” e “Gramsciana”) ha recentemente pubblicato un volume sul 1917 in cui affronta cronologicamente, mese per mese – appoggiandosi su una ricca bibliografia – un anno tragico e complesso ma caratterizzato anche da grandi eventi destinati a stravolgere la storia del mondo. Il primo conflitto mondiale è ovviamente l’evento attorno al quale ruotano (o dal quale scaturiscono) gli eventi narrati nel libro. D’Orsi sottolinea opportunamente come “il conflitto tra le più potenti nazioni della scena europea del tempo” scoppi “per l’urto di interessi economici e di strategie geopolitiche, tra grandi potenze al tramonto e nuove potenze emergenti”, evidenziando anche la “sprovveduta incoscienza” dei leader internazionali (p. 4). Si è trattato di un “violento, drammatico ingresso nella modernità” in cui “moderno e antico si affiancano” con importanti innovazioni nel campo della tecnologia bellica: i governi hanno mandato letteralmente al macello i propri soldati, una vera e propria “fabbrica di follia” (pp. 6-7).


Nel secondo conflitto mondiale sarà portato alle estreme conseguenze, come scrive d’Orsi, il carattere di “guerra totale” avviato nel 1914 e «più che dell’inizio della Prima guerra, si tratta di una sola nuova “guerra dei trent’anni” che durerà fino al 1945» (p. 9). Nel 1917 i popoli europei sono stanchi per le enormi sofferenze provocate dalla guerra ma si continuerà a combattere ferocemente su ogni fronte. Il 1917 però è anche “l’anno della rivoluzione”. All’interno della carneficina bellica (e in conseguenza di essa) si svilupperanno processi nuovi: i rivolgimenti di Russia del 1917 –  a cui il libro dedica ampio spazio – e l’intervento militare statunitense (si scorge “l’aspirazione al primato americano che dominerà il secolo successivo”) (p. 63), avranno grandissima influenza nella storia mondiale.

L’autore, muovendosi nei diversi mesi dell’anno, affronta diversi aspetti del conflitto mondiale, non perdendo mai di vista la prospettiva della gente comune che ha vissuto sulla propria pelle la follia bellica: storia militare, politica e sociale si intrecciano. La rivoluzione di marzo 1917,  riprendendo gli storici Carr e Rosenberg (abbondantemente citati nel testo), viene presentata come la risultante dell’incrocio tra il malcontento della moltitudine oppressa e le aspirazioni di larga parte della borghesia liberale (p. 41) a cui si somma la lotta interna al Soviet di Pietrogrado. Dalla Russia comincia a diffondersi un seme di ribellione che mette in allerta i governi europei (si teme il contagio dell’ “effetto Russia”): in Italia “il mito sovietico nasce allora, ossia non attende la vittoria bolscevica di novembre per imporsi e propagarsi” (p. 46).

D’Orsi dà un notevole risalto alla figura di Lenin: si fa riferimento principalmente al celebre libro sull’Imperialismo, alle “Tesi di aprile” (in cui ribadisce l’opposizione al proseguimento della guerra) e a “Stato e Rivoluzione”, una di quelle opere “che hanno avuto un potente effetto pratico nella storia” (p. 150). Tre opere fondamentali per comprendere il ruolo del grande teorico-rivoluzionario russo. Il capitolo dedicato al mese di novembre (secondo il calendario gregoriano) è dedicato quasi integralmente alla rivoluzione bolscevica, “sconvolgimento nella geopolitica mondiale” e “una così grandiosa novità nella storia” (p. 210); “Rivoluzione contro il Capitale”, secondo la celebre definizione di Antonio Gramsci.

I fenomeni di insubordinazione collettiva in Italia come in Francia e le richieste di porre fine al conflitto trovano la ferma opposizione nell’esercito: la politica «è sconfitta dai militari, che vogliono testardamente la guerra fino a quella “vittoria totale” che continueranno a dare per certa, e comunque obiettivo irrinunciabile, anche per ragioni di “prestigio”, più personale, probabilmente, che nazionale» (p. 70). Al rapporto tra militari e politici (che è uno dei temi centrali del libro) viene dedicato un intero capitolo. Il generale Cadorna è l’esemplificazione della miopia dei militari e l’autore mette in evidenza il carattere essenzialmente reazionario e criminale del “generalissimo”, pronto a “scaricare sui suoi subordinati, fino all’ultimo fante, le responsabilità di ogni sconfitta, di ogni arretramento” (p. 97). In Italia la giustizia e la politica si piegano ai militari, alla costante ricerca di un nemico interno da tacciare di “disfattismo”. D’altra parte “guerra e dolore” e “guerra e ricchezza” sono “due accoppiate che si tengono insieme” (p. 156): diversi gruppi industriali traggono enormi profitti dalla carneficina europea. Rimarranno inascoltati l’appello di Treves alla Camera dei Deputati (che ribadisce la titubante posizione dei socialisti italiani di fronte alla guerra) e il successivo appello di Papa Benedetto XV contro “l’inutile strage”. La prima guerra mondiale fu anche la “madre del fascismo”. “La genesi del movimento va, in certo senso, retrodatata al 1917, al dopo-Caporetto e al dopo-Rivoluzione bolscevica” scrive d’Orsi (p. 231).

Riguardo alla spregiudicata geopolitica britannica, che non ha riguardato solo l’Europa, d’Orsi fa anche riferimento agli accordi segreti di Sykes-Picot (1916) che prefigurarono la spartizione coloniale del Medio Oriente, in vista dello smembramento dello scricchiolante Impero Ottomano. Si è trattata di una spartizione a tavolino che, non tenendo conto delle aspirazioni dei popoli arabi, ha posto un’ipoteca sul futuro della regione. “La guerra ad ogni modo produce uno scombussolamento complessivo del sistema internazionale, e un ridisegno della cartografia, ma sempre sotto l’egida, poco disinteressata, delle grandi potenze” (p. 123), scrive d’Orsi, facendo riferimento anche al caso jugoslavo. L’autore inserisce spesso riferimenti alla contemporaneità ed emerge il ruolo determinante delle grandi potenze nel ridisegno della cartografia, ieri come oggi. Il presente è infatti figlio anche dello scombussolamento scaturito dal primo conflitto mondiale e molte partite geopolitiche o ferite che oggi si riaprono drammaticamente, hanno origine proprio in quegli anni. Il 1917 è stato anche l’anno della dichiarazione Balfour che avrà grande influenza fino ai giorni nostri “se accettiamo il principio che un fatto storico si definisca e si misuri non per ciò che è, ma per ciò che produce” (p. 210).

Il volume di Angelo d’Orsi, approfondito, accurato e al contempo scorrevole, è una lettura utilissima ad un secolo da quel terribile ma anche “rivoluzionario” 1917. Qual è l’utilità di interrogarci nel 2017 sulla carneficina europea del 1914-1918? La storia non è materia inerte, viene costantemente rimodulata dagli attori geopolitici del presente: l’eredità del primo conflitto mondiale è alla base di molte delle contese geopolitiche dei giorni nostri. Carneficina europea dalla quale è scaturita la rivoluzione bolscevica che ha portato ad un’inedita esperienza politica durata oltre settant’anni, destinata ad avere influenza su una grande parte di mondo. Ma questa è un’altra pagina della storia dello scorso secolo.