L’esempio della “Pasionaria”

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dolores ibarruridi Alexander Höbel
da donneinrosso.wordpress.com

Si è molto parlato, negli scorsi giorni, dei 25 anni trascorsi dall’apertura, e poi dall’abbattimento, del Muro di Berlino. Ma in questi stessi giorni vi è stato un altro 25° anniversario, quello della scomparsa di Dolores Ibárruri, la “Pasionaria”, un’icona e una protagonista di primo piano del comunismo novecentesco.

Nata a Gallarta, nei Paesi baschi, alla fine del 1895, Dolores Ibárruri era l’ottava di undici figli di una famiglia di minatori. Nelle sue Memoria di una rivoluzionaria (Editori Riuniti, 1963), definendosi “di pura razza mineraria”, ricorderà la durezza di quella vita, scura “come un pozzo profondo, senza orizzonti, senza prospettive”, e il lungo percorso compiuto per trasformare la “rabbia disperata”, il “sentimento di ribellione” in “consapevolezza” politica e ideale, per quella “trasformazione di una semplice donna del popolo in una combattente rivoluzionaria, in una comunista”, che lei poté vivere.


A causa delle condizioni economiche della famiglia, Dolores dovette interrompere gli studi per diventare maestra e lavorò come apprendista in un laboratorio di cucito, poi come donna di servizio, per poi sposarsi con Julián Ruiz Gabiña, anch’egli minatore, attivista politico che dopo poco viene arrestato. Intanto la Ibárruri scopre la letteratura marxista: “Questa per me fu come una finestra aperta nella mia coscienza verso la vita.” – scriverà – “La lotta per il socialismo […] era la forza che mi sosteneva nelle condizioni disperate della nostra esistenza di paria”; la vita non era più “un pantano nel quale gli uomini sprofondavano senza remissione, ma […] un campo di battaglia” nel quale prendere il proprio posto di lotta.

E in effetti quel posto Dolores lo assume subito, entrando nel Partito socialista. Nel 1918 inizia a collaborare col foglio sindacale “El Minero Vizcaíno”, ed è lì che inizia a usare lo pseudonimo di “Pasionaria” con cui sarà poi nota in tutto il mondo. L’esempio dell’Ottobre russo e della Terza Internazionale è fortissimo. Nel 1920 la Ibárruri è tra i fondatori del Partito comunista spagnolo, diventandone presto dirigente in Biscaglia. Dopo la dittatura di Primo de Rivera e le persecuzioni dei comunisti, nel 1931, con l’instaurazione della Repubblica una nuova pagina sembra aprirsi. La “Pasionaria” si trasferisce a Madrid, per collaborare al giornale del Pce “Mundo Obrero” e responsabile del lavoro femminile presso l’Ufficio politico. È ormai una dirigente nazionale del partito, e nel 1935 assieme al segretario José Diaz rappresenta il Pce al VII Congresso del Comintern, che sancisce la svolta dei fronti popolari.

Anche grazie alla nuova Costituzione (che consente il divorzio e attribuisce il voto alle donne), inizia intanto a cambiare la posizione delle donne nella società spagnola, ancora molto arretrata. Con le elezioni del 1936, che danno la vittoria al Fronte popolare, la “Pasionaria”– assieme a pochissime altre donne – diventa parlamentare. Inizia una fase entusiasmante e difficile, nella quale i comunisti cercano di evitare le fughe in avanti di anarchici e socialisti, puntando invece – la Ibárruri lo ricorderà anche in varie testimonianze – a consolidare l’alleanza tra la classe operaia e le masse contadine.

Allo scoppio della guerra civile a seguito del pronunciamento franchista, è lei a tenere uno dei discorsi più importanti che danno inizio alla Resistenza. Al grido di “No pasarán!”, nel discorso trasmesso alla radio il giorno dopo il golpe, la dirigente comunista chiama a raccolta a difesa della Repubblica e del governo di fronte popolare tutte le masse lavoratrici, le donne, i giovani. E un ruolo di primo piano, di animatrice e dirigente della lotta, conserverà durante tutto il conflitto.

Nel 1939, a seguito della sconfitta repubblicana, la “Pasionaria” va in esilio in Unione Sovietica, assieme a gran parte del gruppo dirigente del Pce. Dal 1942 al 1960 è segretaria del partito, di cui poi assume la presidenza. Tornerà nella sua terra solo nel 1977, dopo la morte di Franco, e sarà nuovamente eletta in Parlamento, rinunciando a ricandidarsi nel 1979. Morirà dieci anni più tardi, il 12 novembre 1989.

Concludendo le sue memorie, Dolores Ibárruri scriveva: “Solo col socialismo la Spagna potrà mettere in movimento l’immenso capitale di energia, di vitalità, di capacità che è latente nel popolo. […] Solo col socialismo si potrà mettere termine alle odiose disuguaglianze sociali e riorganizzare su nuove basi economiche e politiche la struttura dello Stato spagnolo, aprire per il nostro paese un’epoca di fioritura inimmaginabile col regime attuale o con un altro simile. Questa è la soluzione ideale, è l’unica possibile”.

Sono parole valide anche oggi, per l’Europa e per il mondo intero.