L’Ottobre e noi, 97 anni dopo

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Lenin1917di Alexander Höbel, direzione nazionale PdCI

Sono passati 97 anni da quel 7 novembre 1917 che costituì una svolta decisiva nella storia contemporanea. È quasi un secolo, e tuttavia quell’evento – pure a 25 anni dal crollo del campo socialista – ha ancora una forte eco nel mondo, e in queste ore viene ricordato nelle zone più diverse del pianeta. Questo accade perché, per molti aspetti, l’Ottobre – la “rivoluzione contro il Capitale”, avvenuta nell’arretrata Russia zarista – è uno dei passaggi cardine della modernità, uno dei momenti fondanti dell’età contemporanea.

Se infatti il tentativo compiuto dall’umanità nell’era moderna è quello di emanciparsi dal bisogno e su queste basi costruire un nuovo tipo di libertà, una libertà concreta, effettiva, valida per tutti e non per ristrette minoranze, è insomma il tentativo di determinare da sé le condizioni della propria esistenza, sottraendole alle leggi cieche dell’economia, proprio la Rivoluzione d’Ottobre è uno dei passaggi decisivi di questo gigantesco processo storico.


Per la prima volta, infatti, non solo la classe operaia, i contadini, i lavoratori salariati hanno tentato di liberarsi dallo sfruttamento e dal lavoro alienato, ma l’umanità stessa ha tentato di superare una condizione che la vede schiava di meccanismi economici che non riesce a controllare, schiava dell’anarchia del mercato, e invece ha tentato di sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà degli uomini, una volontà cosciente e organizzata che si pone lo scopo del benessere collettivo. Come scriveva E.H. Carr, “la rivoluzione del 1917 fu la prima rivoluzione della storia che cercò d’instaurare la giustizia sociale mediante controlli economici organizzati dall’azione politica”1; insomma di superare il caos, le assurdità e le ingiustizie della società capitalistica attraverso l’opera di una razionalità collettiva organizzata.

Oggi, mentre tutto l’Occidente capitalistico vive una crisi profondissima, strutturale, sistemica, l’immagine di leggi economiche e forze anonime (“il mercato”, “i mercati”) che in modo cieco e incontrollato aggravano quella crisi che esse stesse hanno provocato è sempre più incombente, e proprio per questo l’esigenza di una riappropriazione collettiva del tessuto produttivo, delle risorse, dell’economia in quanto tale si riaffaccia, dopo diversi anni, a livello di massa. Certo, questo avviene ancora in modo confuso, indeterminato, e tuttavia è un segnale importante di cambiamento. E lo stesso discorso potrebbe valere per quella istanza di riappropriazione della politica, per quella esigenza di una democrazia di tipo nuovo, che è oggi ancora in nuce, ma che pure potrebbe tornare a emergere.

L’Ottobre 1917 è per molti versi il simbolo più forte di questa riappropriazione, collettiva e di massa, delle condizioni della propria vita. Il processo storico che ne seguì fu tormentato e complesso , e tuttavia una base era stata posta, facendo compiere un passo in avanti enorme alle “diverse forme della lotta di classe” – per la “liberazione della classe operaia”, per l’emancipazione dei popoli oppressi e per l’emancipazione femminile2 – e a come esse si svilupperanno in tutto il Novecento.

“Il comunismo è morto”, dice però il senso comune. Certo, come comunisti siamo ancora in una fase di crisi, dopo la sconfitta del 1989-91, e soprattutto in Europa occidentale “non stiamo tanto bene”, sebbene la forza di un grande patrimonio teorico e storico e l’esistenza di partiti comunisti di massa come quello portoghese mostrano che anche in questa parte del mondo la partita è aperta. Ma soprattutto, se allarghiamo lo sguardo al resto del pianeta, vediamo che i comunisti sono vivi e vegeti, hanno organizzazioni di massa, e che il simbolo della falce e martello è ancora ben visibile nelle lotte sociali e politiche e nelle esperienze di emancipazione e sviluppo che avanzano in tante zone del mondo.

In Italia la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome, unitario, con una linea e un’ispirazione di massa, che riprenda e rinnovi la grande esperienza del comunismo italiano e sia lievito di un fronte ampio di sinistra in grado di ridare ai lavoratori rappresentanza e organizzazione, è un’esigenza sociale che torna a riaffacciarsi, ed è un obiettivo che come Pdci ci siamo posti in modo esplicito, proponendolo a tutte le forze che vedono la stessa necessità.

È anche questo il nostro modo per tentare di tenere viva la lezione e l’esperienza dell’Ottobre, convinti come siamo che la storia non è finita e più che mai è attuale l’alternativa tra il superamento dell’assetto capitalistico e la “comune rovina delle classi in lotta”.

NOTE

1 E.H. Carr, 1917. Illusioni e realtà della rivoluzione russa, Torino, Einaudi, 1970, pp. 21, 24.
2 D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Roma-Bari, Laterza, 2013.