Stellina Vecchio, donna comunista da non dimenticare.

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di Sergio Ricaldone

 

Stellina Sergio_BO_2000Ho ascoltato, letto e apprezzato, le note biografiche, proposteci da molti compagni, sulla lunga vita di Stellina. Ricordi sinceri, qualcuno eccellente.


Osservo però che sul suo modo di essere stata sempre e dovunque comunista si è in qualche caso sorvolato, esaltando invece i positivi effetti collaterali della sua robusta formazione politica e ideale. Ovunque abbia operato, come partigiana nella Resistenza, nel sindacato, nel lavoro femminile, in Parlamento, per il Vietnam, Stellina ha sempre lasciato il segno della sua passione politica. E questo già basterebbe come epigrafe e come fiore all’occhiello di una comunista che ha speso la vita al servizio del movimento operaio. Ma è incompleta. Ci racconta, grosso modo, “soltanto” i tre quarti della sua lunga vita. Ritengo sia giusto completarne il quadro con tutto quello che Stellina ha continuato a fare e ad essere negli ultimi 25 anni, la cosiddetta “quarta età”. Faticosa da reggere ma ancora ricca di esperienza politica e culturale da spendere. Concedendosi, ovviamente, le giuste pause di riposo, possibilmente in un luogo tranquillo e l’aria pulita.

 

Il luogo ideale è stata la Valle d’Aosta durante le lunghe vacanze estive trascorse insieme a molti vecchi compagni di lotta per un quarto di secolo . Ed è stato lassù, nella incantevole cornice della catena del Monte Bianco, dal Dolent all’Aguille des Glaciers, nei boschi della Val Ferret e della Val Veny che abbiamo ritrovato il contesto ideale per ripercorrere, ridiscutere e mettere un po’ di ordine nei nostri ricordi e nei nostri pensieri, dopo avere subito la più pesante delle sconfitte. Pensando al che fare in quel difficile presente, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Anni trascorsi nella più stimolante delle compagnie, insieme ad Alessandro Vaia, Giovanni Pesce, Nella Marcellino, Giorgio Colorni, la Nori, Tina, Jone, Spartaco. Insomma un gruppo di compagni che hanno vissuto i passaggi chiave della storia del PCI, dalla sua fondazione alla guerra di Spagna, dalla Resistenza alla costruzione del più grande partito operaio dell’Occidente, fino al disastroso epilogo.

 

L’accenno fatto all’ambiente che ha stimolato al meglio le nostre riflessioni, la Valle d’Aosta, non è stato casuale ed io ne sono stato in qualche modo il promotore.


Fin dai lontani anni 50 in cui, con Tina, incrociavamo l’escursionista Palmiro Togliatti marciare spedito in mezzo ai larici secolari della Val Veny, la Vallée con le sue cime è sempre stata il teatro preferito delle nostre modeste imprese alpinistiche. Ed è partendo dal ricordo di quegli incontri che siamo riusciti a trascinare Vaia, Stellina e quel gruppo di compagni in un luogo tranquillo e ospitale come la Valdigne. Un luogo ideale per confrontarsi con se stessi. Anche con le nostre devastanti sconfitte politiche. Su quei sentieri, su quei ghiacciai, lungo le bellissime pareti di granito mi sono arrampicato per anni, con Luca, Tina e Spartaco su centinaia di cime ispirandoci alle imprese di Bonatti sul Pilone centrale e a Renée Desmaison sulla nord dell’Aguille Noire. Abbiamo imparato a misurarci in importanti sfide con noi stessi, a dominare le paure, a posare i piedi in sicurezza, ad alzare lo sguardo verso il sole che sorge dopo il bivacco, verso gli orizzonti infiniti, a vincere la fatica, a raggiungere la vetta. Ma anche ad accettare le sconfitte e scendere a valle per poter ricominciare il giorno dopo. Insomma, una scuola di vita cui devo molto.

 

Dopo avere perso il compagno della sua vita, Alessandro Vaia, Stellina avrebbe potuto sedersi in poltrona a macerarsi nei suoi gloriosi ricordi, riviverli in play back insieme ai suoi figli e nipoti. In realtà gli ultimi trent’anni della sua vita politica sono stati, per ragioni non meno importanti, i più sofferti e i più dolorosi. L’offesa maggiore l’ha subita dopo la Bolognina, quando ha visto distruggere, da spregevoli camaleonti voltagabbana, il soggetto politico più amato, il PCI, alla cui costruzione ha consacrato l’intera sua esistenza. Ma il colpo più micidiale è arrivato subito dopo con lo scioglimento dell’URSS , quello che Fukuyama incautamente proclama “la fine della storia”. Ed è così che Stellina si trova, come tutti noi, di fronte a un cumulo di macerie, scaricata e tradita, davanti a un complicato crocevia: come, dove, e con chi ricominciare il lavoro di ricostruzione di un nuovo partito comunista.

 

Non che Stellina fosse impreparata a questo drammatico epilogo. Era dai primi anni ottanta, dai tempi di Interstampa, che se ne discuteva. Non a caso è nel 1979 che Stellina si getta a capofitto nella attività di sostegno al Vietnam, negli anni difficili dell’embargo americano, del suo isolamento internazionale e ormai scaricato anche dall’agenda internazionale del PCI. Ma Stellina sa (è lo stesso generale Giap ad avermelo ricordato in un incontro ad Hanoi, nel 1994), che il miglior sostegno al paese di Ho Ci Minh era quello di mantenere una forte presenza comunista nel nostro paese. Gli anni che precedono lo scioglimento del PCI e la nascita di Rifondazione la vedono perciò impegnata in primissima fila, insieme a Vaia, a reclutare e formare nuovi compagni giovani che reggano lo scontro interno al partito e si preparino a fronteggiare un futuro che si preannuncia molto difficile.

 

Benché la scomparsa di Vaia, in un momento politico cruciale, sia stato un colpo molto duro, Stellina non esita a gettarsi, non più giovane, nel “gorgo” della nuova avventura: quella di ricostruire un nuovo partito comunista dopo la Bolognina. La nascita di Rifondazione, confortata da tante adesioni e importanti risultati elettorali, appare come la strada giusta da percorrere. Ma ben presto l’eclettismo dei piccoli camaleonti che hanno diretto il nuovo partito mette a dura prova anche la immensa vocazione unitaria di Stellina. E la sua infinita pazienza. Quello che più non sopporta è la diffamazione e la condanna della storia e del partito in cui si è formata e il revisionismo anticomunista dilagante che ha contagiato anche il giornale del suo (e nostro) partito.

 

Non è stato facile per una combattente cresciuta nel secolo delle grandi rivoluzioni convivere per vent’anni in un partito nel quale la parola comunismo ha assunto significati così diversi dalle sue radici marxiste, leniniste, gramsciane, ossia dal mondo in cui Stellina si è formata ed è vissuta. La sua presenza e il suo stimolo non ci sono mai mancati. Ci siamo illusi che, dopo le necessarie riflessioni critiche ed autocritiche, saremmo riusciti, attraverso pazienti passaggi tattici e nuove esperienze culturali, a ritrovarci ed unirci in una comune prospettiva strategica nel partito che abbiamo fondato. Comunista, beninteso. Ci siamo sbagliati: il “comunismo” di Cossutta, quello di Bertinotti, dei demoproletari, dei trotzkisti, di Lotta continua, di autonomia operaia e di altre schegge di dubbia provenienza, hanno trasformato Rifondazione in una babele rissosa di litiganti inconciliabili.


Le grandi rivoluzioni del secolo 20° che hanno formato generazioni d’acciaio come quella di Stellina sono state sepolte nella cronaca nera e ridotte ad eventi sanguinosi. La parola comunismo è stata alla fine spogliata da Bertinotti dei suoi significati ideali e ridotta a banale aggettivo di sostegno delle proprie ambizioni carrieristiche. Poi il tutto è finito in discarica.

 

Persino da Stellina, così gentile ed equilibrata, ho sentito pronunciare parole di fuoco contro l’armata Brancaleone in cui stavamo consumando le nostre ultime energie.

 

Ci siamo auto consolati spendendoci per il Vietnam, guardando alle imprese leggendarie del suo popolo e imparando dai suoi leaders storici, diventando noi stessi vietnamiti nel nostro modo di pensare e di agire da comunisti. Grazie al Vietnam abbiamo alzato lo sguardo e osservato il mondo rendendoci conto, vent’anni dopo la sua presunta morte, i passi da gigante compiuti dal comunismo nelle sue moderne versioni in Asia, Africa e America latina.

 

Stellina ci lascia in questo terribile 2011, nel momento peggiore e più critico della nostra sconfitta politica e ideale. In un paese declassato a bordello i cui salariati sono ridotti nelle condizioni che Steinbeck ci racconta nel suo grande romanzo “Furore”. Rifondazione e i Comunisti italiani sono sulla soglia dell’estinzione. Eppure, osservando con realismo marxiano il cumulo di macerie che sta davanti a noi, ci sostiene la fiducia e l’entusiasmo con cui Stellina ha vissuto i suoi ultimi vent’anni, la fase certamente più difficile e triste della sua lunga vita. Ci ha lasciato nel momento in cui le zampate della tigre imperialista, ancora molto pericolosa, mostrano tuttavia il segno inconfondibile del declino. Nel suo ricordo possiamo ancora compiere grandi imprese.

 

E anche se la mia stessa vita volge al termine mi sento più che mai partecipe della nuova, difficile scommessa che mira a ricostruire in Italia un vero partito comunista che, mantenendo saldo il filo conduttore con le grandi rivoluzioni che hanno cambiato altri continenti, sappia dare le giuste risposte alle grandi sfide che stanno di fronte al movimento operaio europeo.

 

P.S. Chiedo scusa se in queste poche righe di commiato da Stellina anziché parlarne in prima persona, ho usato e forse abusato del plurale. Ma dopo avere lavorato fianco a fianco per più di vent’anni e avere condiviso le stesse idee mi è difficile separare il bilancio politico finale della sua vita dalla mia e da quella di molti altri compagni. E’ un peccato di presunzione che spero mi verrà perdonato.