La crisi post-covid e l'attualità della rivoluzione

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bolscevichi marciadi Alessandro Pascale

Forse mai nella Storia come in questo 2020 sono apparsi evidenti il fallimento del capitalismo e la superiorità politica, economica, sociale, culturale e morale del socialismo. La crisi pandemica ed economica conseguenti alla diffusione del covid hanno messo alla berlina l'incapacità delle borghesie occidentali a fronteggiare e risolvere la più grande crisi sanitaria dai tempi della “spagnola” (1918-20), a differenza dei sistemi socialisti centralizzati come la Cina, capaci non solo di eliminare la diffusione del virus, ma anche di far ripartire in tempi rapidi l'economia risentendo solo marginalmente delle conseguenze economico-sociali della prima quarantena. 


Viviamo in tempi terribili per la gran parte dei lavoratori occidentali, ridotti in una condizione di soffocamento e alienazione sempre più devastanti, alimentate ancor più dall'obbligo asfissiante dello smart working, con cui il padronato cancella con soddisfazione il fastidioso problema della socialità tra i propri dipendenti. Chi lavora chiuso in casa è comunque sempre più fortunato di chi il lavoro e la casa non ce l'ha nemmeno, vivendo nella disperazione più totale. Mentre in Cina, figlia indiretta dell'Ottobre rosso, la povertà sta per essere completamente eliminata, in Unione Europea ci sono 15 milioni di disoccupati (dati ufficiali Eurostat aggiornati ad agosto), ma è evidente che il dato è destinato a crescere, così come il livello del disagio sociale e della conseguente conflittualità politica. In questo contesto l'Unione Europea fatica a rendere operativo il piano di aiuti economici (Recovery Plan) ai Paesi in difficoltà, confermando ai lavoratori la necessità impellente di sbarazzarsi di questo organo del grande Capitale finanziario transnazionale. Il declino egemonico degli USA è altrettanto lampante, come testimoniato dalle elezioni presidenziali farsesche che hanno manifestato per l'ennesima volta il carattere illusorio della democrazia a stelle e strisce. 

La fase storica che stiamo vivendo sancisce il declino inesorabile dell'Occidente a tutto vantaggio della Cina rossa. Il capitalismo e il liberalismo, con i loro portati individualisti e consumisti, hanno mostrato di essere razionali e vantaggiosi solo per una ristretta élite della popolazione, che non a caso trae vantaggio arricchendosi della situazione; i dati parlano chiaro, come spiega un rapporto della banca Ubs: la turbolenza dei mercati ha permesso alla grande borghesia di aumentare di un quarto il proprio già ingente patrimonio. In totale le ricchezze di poco più di 2000 persone sono salite di 10.200 miliardi di dollari, circa 8.677 miliardi di euro, con un aumento del 27,5% tra aprile e luglio 2020. Prima della “seconda ondata covid” si stimavano invece tra i 70 e i 100 milioni di “nuovi poveri” nel mondo. Tali numeri sono destinati a crescere molto di più, mostrando tutta la violenza “invisibile” di un sistema strutturalmente portato a far pagare la crisi in maniera diseguale, laddove una razionalizzazione delle risorse già disponibile consentirebbe di garantire diritti sostenibili a tutta l'umanità. 

L'Italia è immersa in questa crisi al pari del resto dell'Occidente. Chi pensa di poter uscire da questa situazione con soli provvedimenti di assistenzialismo e welfare-state sbaglia. Il marxismo ci insegna che la grande borghesia sguazza come una scrofa eccitata nelle crisi economiche. Il capitalismo rafforza complessivamente se stesso, almeno fino a quando non entri in gioco un'interferenza esterna capace di stravolgere gli usuali equilibri. La lezione bolscevica dell'Ottobre rosso ci insegna questo: occorre un cambio di sistema. Occorre dire a tutti i cittadini che stanno peggiorando la propria condizione economica che con il sistema attuale staranno sempre peggio: le fabbriche e le imprese chiuderanno, le multinazionali scapperanno (qualcuno, come la Whirpool, ha già iniziato), gli speculatori e le mafie prospereranno, i lavoratori dipendenti e perfino i ceti medi soffrono, avviandosi verso la proletarizzazione o direttamente alla sotto-proletarizzazione. 

Noi non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo salvare il capitalismo. Lasciamo questo sporco mestiere ai rappresentanti politici della borghesia. Noi vogliamo guidare un processo di riconversione complessiva della struttura economico-sociale, responsabilizzando i lavoratori e le lavoratrici, rendendoli protagonisti della salvezza di questo Paese oltre che di se stessi. Tutti devono sapere che con il socialismo magari non potranno essere padroni di un'attività commerciale e produttiva esclusivamente propria, ma potranno avere lo stesso benessere, sicurezza socio-economica e tutto quel che occorre per vivere una vita dignitosa e agiata. Una cosa deve però essere chiara: non si esce da questa crisi salvando le imprese private con soldi pubblici senza alcun tipo di contropartita. Sappiamo che provvedimenti del genere verranno fatti ricadere, prima o poi, sulla pelle della classe lavoratrice. Già si sentono gli echi retorici sui sacrifici che chiederanno di fare per sostenere “il Paese” nella ripresa produttiva. Nessun sacrificio deve essere fatto gratuitamente. È tempo invece di affilare le lame in vista del momento in cui, arrivato il vaccino e finita la crisi pandemica, sarà necessario lottare con tutte le proprie forze per salvare se stessi una volta per sempre.

Il bene del Paese non coincide con quello delle aziende. Il singolo da solo non è nulla, se non è inserito e sostenuto in una collettività più ampia. Si può e si deve certamente sviluppare e incentivare il modello cooperativo, ma questo potrà trovare effettiva garanzia e regolamentazione, permettendo ai lavoratori di uscire dalla furibonda crisi in corso, solo ampliando il raggio d'azione di uno Stato rinnovato politicamente. Ci serve uno Stato capace di farsi motore organizzativo della produzione e della distribuzione, in collegamento permanente con le rappresentanze più coscienti e attive del mondo del lavoro. Basta con l'idea che si esca dalla crisi da soli, individualmente o per interessi di categoria. Le grandi aziende vanno espropriate, i grandi capitali vanno tassati senza pietà, le mafie stroncate una volta per tutte. Alle piccole e medie aziende vanno concessi aiuti solo in cambio di una partecipazione del “pubblico”, così da poter garantire l'effettiva salvaguardia dei posti di lavoro e la razionalizzazione e riorganizzazione dell'attività produttiva in modo da tutelare salute, benessere sociale e ambiente. Perfino i discorsi sulla “rivoluzione verde” (ecologica) sono aria fritta in mancanza di un ragionamento di questo tipo. Tutti i lavoratori vanno tutelati economicamente in attesa del riordinamento complessivo del sistema. I lavoratori inizino a pensarci sopra e a parlarne, perfino ora su internet, per telefono, o chiacchierando dal balcone, sulla base di questa consapevolezza: se Conte oggi è meglio del tandem Salvini-Meloni, non ci si può aspettare che nessun governo borghese costruisca il socialismo a colpi di decreto. La lotta di classe è viva anche in Italia, come nel resto del mondo, e lo sarà sempre finché il potere politico ed economico sarà detenuto dalla borghesia e dai suoi rappresentanti, più o meno liberali o reazionari.

Vogliono quindi i lavoratori restare dipendenti per tutta la vita e in balìa degli eventi, magari affidandosi a qualche autoproclamatosi eroe della patria, oppure vogliono partecipare alle decisioni riguardanti la vita del Paese, del proprio territorio, del proprio luogo di lavoro? Vogliono tentare di assumersi la responsabilità politica di guidare il Paese, oppure accettano il circo di un sistema che rischia di trascinarci nella barbarie?

La lezione della rivoluzione d'Ottobre è che il popolo può risolvere i problemi nazionali e internazionali quando si riunisce per discutere, decide di lottare, osa comandare, sfidando e bypassando le stesse autorità ufficiali. Il più elevato livello di coordinamento politico a disposizione dei lavoratori più coscienti resta il partito comunista, che oggi in molti territori va ancora costruito o rafforzato. Che si tratti di una strada impervia e a tratti utopistica è indubbio. Quel che ci insegna però la rivoluzione russa è che nei momenti di crisi estrema la guerra di posizione si trasforma rapidamente in guerra di movimento. Nel gennaio 1917 nessuno in Russia avrebbe scommesso un centesimo sull'avvento di una rivoluzione. Meno di un anno dopo era sorto il primo governo popolare e comunista del mondo. Non c'è nessuna legittimità politica e legale in un ordine fondato sull'ingiustizia e sul privilegio.

La strada della rivoluzione è ancora l'unica valida, oggi come 103 anni fa.