La verità è sempre rivoluzionaria

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interstampariceviamo e pubblichiamo

di Norberto Natali

I firmatari di questa dichiarazione -con esperienze e posizioni diverse e a volte contrastanti- testimoniano uniti avendo in comune la partecipazione diretta a quella che fu la lotta organizzata contro il processo di snaturamento del carattere comunista del PCI o per essere familiari dei più stimati dirigenti di tale lotta, che si raccoglieva intorno alla rivista Interstampa. 

In modo conseguente alle indicazioni contenute nella risoluzione del Parlamento Europeo del settembre 2019 -nella quale si equiparano nazisti e comunisti e si chiede che essi vengano messi fuorilegge, ma anche combattuti sul piano mediatico- si è avuta recentemente la pubblicazione di libri ed articoli che non hanno nulla da invidiare al modo di “fare storia” che fu di Giampaolo Pansa. 


In essi la gloriosa vicenda del PCI viene ridotta ad un cumulo di pettegolezzi, di sordide trame, di tranelli intestini e complotti fratricidi, mentre vengono completamente nascosti il profondo legame con le masse proletarie, la dura lotta contro lo sfruttamento e l’imperialismo, i meriti per il progresso dell’intera società italiana e per la diffusione di una moralità nuova. In particolare, in queste settimane è apparso un articolo nel quale -ricorrendo a sapienti omissioni, mezze verità e parziali falsificazioni- si da una visione completamente distorta e strumentale della lotta condotta all’interno del PCI per salvaguardarne l’identità comunista, dell’orientamento politico di Interstampa e in particolare del compagno Ambrogio Donini. 

Non potevano mancare in un articolo simile le solite chiacchiere (diffuse da decenni da apparati e servizi segreti imperialisti) tra cui quelle su oscuri traffici di denaro, buste contenenti cifre imprecisate, con allusioni generiche senza capo né coda. 

I compagni che hanno combattuto per la difesa del PCI, in primo luogo Partigiani e perseguitati antifascisti, hanno lottato per gli ideali di classe, internazionalisti, rivoluzionari, che hanno sempre contraddistinto la loro vita specchiata e limpida e non perché siano mai stati pagati da qualcuno; anzi, loro hanno pagato amari prezzi per la propria coerenza. 

Quindi di simili allusioni diffamatorie ne deve rispondere solo chi ne parla o ne scrive e se ne deve assumere la piena responsabilità politica e morale ma anche (eventualmente) civile e penale e deve spiegare anche perché diffonde adesso tali “notizie”. 

Per quanto ci riguarda, potrebbe essere stato "indotto" a deturpare la memoria di compagne e compagni che non sono più in grado di difendersi né di smentire le infamie. Come tante compagne e compagni, essi rimangono l’onore della storia del PCI, l’orgoglio della classe operaia italiana, le radici della Repubblica e della Costituzione nata dalla Resistenza. 

GIULIO BERA
BRUNO BARTOLOZZI
ENRICO CAPUANO
MAURIZIO FUSA’
FOSCO GIANNINI
LEONARDO MASELLA
NORBERTO NATALI
LUCA RICALDONE
MARCO RIZZO
NADIA SCHAVECHER
LYDA VECCHIO

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Nella foto la prima pagina di Interstampa del dicembre 1987.

Non è possibile riassumere in poche righe l’acuto e lungimirante editoriale del compagno Arnaldo Bera. Però, poche citazioni sono comunque significative e permettono un confronto con gli avvenimenti del decennio successivo. 

Bera accusa Occhetto (due anni prima della Bolognina) di voler sciogliere il Partito. 

Poi scrive, sulla crisi del PCI: “una sconfitta che ha le sue radici non nei “ritardi a comprendere il nuovo” e nei “mutamenti della società”, ma nelle revisioni più distruttive dei principi di classe che devono sempre essere alla base di un partito comunista impegnato a lottare in un paese capitalista avanzato, nella rottura con il movimento comunista internazionale e nell’aver abbandonato per anni a se stesso il movimento della pace”.

Più avanti si legge: “quando in un paese capitalista vengono gettati sul mercato del lavoro 3 milioni di disoccupati, diventa poi molto difficile difendere anche i diritti e i salari dei lavoratori occupati”.

E infine, verso la conclusione: “nel PCI non vi sono solo dei revisionisti più o meno aperti; vi sono anche dei comunisti -e non sono pochi- che non si sono pentiti e che sono ben decisi a difendere e a salvare il patrimonio meraviglioso di lotte, di sacrifici e di conquiste accumulate in quasi settant’anni...”

Oggi più che mai è chiaro quanto avesse ragione!