Come andra’ a finire….

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marx engels cittariceviamo e pubblichiamo

di Norberto Natali

Il capitale non è il patrimonio, tanto meno i risparmi o i redditi.

È, invece, quella parte di denaro investita continuamente nell’acquisto di merci dalle quali ricavare, poi, una quantità di denaro superiore a quella iniziale: gran parte di quest’ultima sarà investita di nuovo nell’acquisto di altre merci, dalla cui vendita ricavare ancor più denaro di prima e così via. Per esempio, c’è chi compra nocciole (ed altri ingredienti) per produrre una crema che piace tanto ai bambini di tutte le età, vendendo la quale ricava una quantità di denaro maggiore di quello investito inizialmente; con esso continua a comprare nocciole ed altro, ciclicamente… 


È il processo di circolazione del capitale, un ciclo permanente che Marx sintetizza con la formula D-M-D’. Dunque, il capitale è quella particolare quota di merci o denaro, i quali si convertono continuamente uno nell’altro al solo fine di accrescere incessantemente la quantità di denaro investita nel ciclo economico del modo di produzione capitalistico. 

Quest’ultimo si distingue da altre strutture sociali -come il feudalesimo o la società schiavile- proprio per questa sua finalità di valorizzazione (accrescimento) continua del capitale durante un incessante processo di circolazione.

Ciò significa che esso, man mano che passa il tempo, diviene una massa sempre più grande ma anche -è elementare- che più si va indietro nel tempo, più la quantità di capitale è inferiore. Un po’ come una pallina che deve gonfiarsi costantemente (non può farne a meno) fino a divenire, per esempio, un’enorme mongolfiera. Per fare questo, il capitale sfrutta le forze produttive. Marx ne distingue sette ma esse, semplificando, sono: la natura e le risorse ambientali; il lavoro, o meglio i lavoratori e la loro capacità lavorativa (la forza-lavoro); il progresso scientifico e tecnico.

Queste forze sono strettamente connesse tra loro, poiché il lavoro (dunque l’economia) è la trasformazione di “porzioni” di natura: non solo l’automobile è il prodotto finale dell’estrazione e della lavorazione di metalli e molto altro, ma anche una copia della bibbia (usata per il percorso spirituale da alcuni) è frutto della trasformazione della cellulosa in carta ed altro ancora. 

Il lavoro è iniziato come attività estremamente elementare, di primitiva sussistenza ma per svilupparsi fino a poter realizzare bibbie ed automobili, ha avuto bisogno del progresso scientifico e tecnico il quale non è astratto, bensì viene sostenuto proprio dallo sviluppo del lavoro (dell’economia) che poi, a sua volta, incentiva e favorisce. Quel che capita ad una di queste forze si riflette inevitabilmente sulle altre e viceversa. 

Grazie ad esse, il capitale è diventato enormemente grande ma, a sua volta, per qualche secolo è stato il capitalismo che ha permesso l’enorme sviluppo delle forze produttive o quanto meno l’interazione con esse della società e delle stesse tra loro. 

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Come si può immaginare, far raddoppiare di volume la pallina è relativamente facile ma quando diviene un’enorme mongolfiera è sempre più difficile ottenerne un ulteriore accrescimento: quanto meno esso diviene sempre più lento, percentualmente sempre più ridotto. Se poi consideriamo che la società si sviluppa su un pianeta limitato, con risorse non infinite, allora la nostra metafora deve inserire la grande mongolfiera all’interno di un ambiente circoscritto, per esempio il capannone di una grande fabbrica. A questo punto, quando la pallina nel corso di un paio di secoli è divenuta una grande mongolfiera che occupa più o meno tutto il capannone, diviene veramente difficile assicurare un tasso di crescita qualsiasi. 

In conseguenza di ciò, si genera una situazione di crisi strutturale nella quale il modo di produzione (ed i suoi rapporti di proprietà) entrano in contraddizione con le forze produttive. Se immaginiamo -mi scuso per l’esempio- una gravidanza, dopo nove mesi, quando arriva alla sua massima espansione (se così si può dire) il grembo materno -che fino ad allora ne aveva consentito lo sviluppo- diviene un impedimento per il piccolo essere vivente che custodisce: inizia, quindi, una situazione per la quale o il nascituro esce dal grembo oppure quest’ultimo lo soffoca. 

Si apre, cioè, un’epoca che Marx definiva di “rivoluzione sociale” nella quale o le forze produttive (enormemente sviluppatesi in seno al capitalismo) rovesciano l’assetto borghese della società (per crearne una nuova, superiore) oppure quest’ultimo inizia a “soffocare” o distruggere le forze produttive. Per questo lo stesso Marx sostiene che la storia delle lotte di classe si è sempre conclusa con la vittoria definitiva dell’una sull’altra oppure con la loro rovina comune.

Da diverso tempo, siamo nell’epoca in cui l’imperialismo (cioè lo stadio della società dominato dai grandi monopoli finanziari multinazionali) è divenuto un cappio al collo delle forze produttive, il quale si stringe sempre più man mano che i monopoli tentano disperatamente di rallentare la costante riduzione dei tassi di profitto (ovvero la tendenza della mongolfiera a non crescere più). 

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Per quanto riguarda la contraddizione con il lavoro e la natura, la realtà è di fronte a tutti. Costante aumento della disoccupazione (a volte mascherata) e progressivo immiserimento dei salari e della vita dei lavoratori, con una crescente “mafiosizzazione” delle condizioni di lavoro, da una parte; dall’altra, sistematica rapina delle risorse naturali, devastazione dell’ambiente e disastro climatico.

È pacifico che non potrà essere invertito -finchè domina l’imperialismo- il destino dei lavoratori appena accennato, ma lo stesso vale anche per la natura e il clima. Il capitalismo -nonostante tanti annunci e perfino qualche timido tentativo effettivo- non sarà mai in grado di fermare la rovina dell’ambiente. Potrà forse rallentarla un po’, ma solo nella misura in cui ciò non riduce ulteriormente i profitti: inoltre, essendo la crisi ecologica anche distruzione di capitale, essa è “necessaria” per il capitalismo tanto in crisi.

Tuttavia, a molti sfuggiva la contraddizione tra capitalismo e progresso tecnico-scientifico. Ciò che confondeva era il permanere di un’attività della scienza e della tecnica ed anche una loro evoluzione. Questo è naturale, d’altra parte i capitalisti non vanno in giro ad uccidere tutti i lavoratori e dar fuoco ad ogni vegetale in modo fine a se stesso. Non c’è bisogno della chiusura di tutte le università e la fine di ogni ricerca o laboratorio per avere conferma della contraddizione capitalismo-scienza e tecnica. 

Le impressionanti incongruenze, lo smarrimento e le contraddizioni, la pratica incapacità di fronteggiare efficacemente l’attuale epidemia del coronavirus, in particolare da parte delle potenze imperialiste più ricche e (presunte) avanzate scientificamente, ci da finalmente la prova eclatante di questa contraddizione. Non a caso, Marx sintetizzava l’essenza del capitalismo come quella società nella quale è l’abbondanza che provoca la miseria. Tanta abbondanza di ricchezze e di potenza scientifico-tecnologica, non è in grado di difendere la vita delle popolazioni dei luoghi più privilegiati del pianeta! 

Contraddizione tra capitalismo e progresso tecnico-scientifico, significa -semplificando al massimo- che la borghesia imperialista non è in grado di destinare le risorse della scienza e della tecnica per il progresso della società ed il benessere generale, anzi, deve necessariamente piegarle alla logica della speculazione e del massimo profitto privato, se non, addirittura, rendere la medesima forza produttiva una causa di nuove ingiustizie e di ulteriore sfruttamento per il proletariato e tanti popoli. 

Come andrà a finire? O con la vittoria del proletariato unito ad un vasto arco di alleanze politiche, sociali, culturali, la quale “libererà” le forze produttive assicurando un loro sviluppo per il progresso dell’umanità (e per questo sono essenziali i paesi socialisti e i partiti comunisti) oppure con la rovina comune della nostra specie e del pianeta. 

Quest’ultima eventualità riporta alla mente una vecchia espressione di Einstein: “non so con quale arma sarà combattuta la terza guerra mondiale ma so con quale sarà combattuta quella successiva: la clava”. L’unica certezza è che una nuova vittoria storica della borghesia imperialista è fuori discussione.