La guerra della fame nel mondo

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spreco cibo[Quello che segue è il capitolo 15.2 di A. Pascale, Il totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2018, pp. 431-434]

Capire che oggi il capitalismo si configuri sotto forma di imperialismo è un dato necessario ed ineludibile. Abbiamo già descritto, per ora brevemente, i termini dell'attualità del paradigma leninista dell'imperialismo, con quel che ciò comporta in termini di espansione incontrollata della finanza. Aggiungiamo alcuni dati e ragionamenti ulteriori, al fine di mostrare l'urgenza sociale del tema.


Nel 2016 è emerso come «le cinquanta più grandi compagnie Usa, Apple in testa ma anche General Eletric, Goldman Sachs, Microsoft e Pfizer, hanno messo al riparo in conti offshore tra il 2008 e il 2014 oltre 1000 miliardi di dollari e hanno usato più di 1600 filiali in paradisi fiscali per evitare di pagare miliardi di dollari di tasse ogni anno» [1].

Siamo arrivati al livello clamoroso per cui «otto super-miliardari detengono da soli la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone» [2].

Nel 2014 ciò comportava che nel mondo il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo segnalasse come in 91 Paesi oltre 1,4 miliardi di persone fossero indigenti, mentre altre 800 milioni fossero quasi ridotte alla fame [3].

Nel momento in cui si scrive la fame nel mondo è tornata a crescere rispetto agli anni precedenti e colpisce circa 815 milioni di persone, l'11% della popolazione mondiale. Questi i dati diffusi dal rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2017 a cura delle agenzie dell'ONU. Nel dettaglio, si contano 520 milioni “affamati” in Asia, 243 milioni in Africa, 42 milioni in America latina e nei Caraibi [4].

Il che si traduce in 24 mila morti ogni giorno per fame: 9 milioni all'anno [5].

Il fenomeno colpisce in modo particolarmente violento i bambini: «La malnutrizione cronica colpisce ogni anno 159 milioni di bambini nel mondo. Nel 2030, senza inversioni di rotta a livello globale, continuerà a colpirne 129 milioni. Ogni anno ne fa morire 3 milioni e centomila. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Save the Children» [6].

Sono 8 mila i bambini con meno di 5 anni che muoiono ogni giorno nel silenzio assordante dei media [7]. Parlare di una carneficina quotidiana è riduttivo. Se si considera che la Seconda Guerra Mondiale sia durata 6 anni e abbia fatto circa 50 milioni di morti si può constatare come ogni anno il flagello della fame ne uccida un numero proporzionalmente maggiore. È come se la guerra mondiale non fosse mai finita.

Tutto ciò non fa particolarmente scandalo, né se ne coglie il nesso con il sistema economico. Eppure sappiamo che «il mondo produce cibo a sufficienza per sfamare l’intera popolazione mondiale - 7 miliardi di persone», come spiega il Programma Alimentare Mondiale (WFP - World Food Programme) [8], la più grande organizzazione umanitaria al mondo e l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare per combattere la fame. Che aggiunge:

«Un terzo di tutto il cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) non viene mai consumato. Lo spreco alimentare rappresenta un’opportunità mancata per migliorare la sicurezza alimentare globale in un mondo dove una persona su nove soffre la fame. Produrre questo cibo richiede l’utilizzo di risorse naturali preziose di cui abbiamo bisogno per nutrire il pianeta. Ogni anno, il cibo prodotto ma non consumato assorbe un volume d’acqua equivalente al flusso del fiume Volga, in Russia. Produrre cibo, inoltre, incrementa l’emissione di gas serra nell’atmosfera di 3,3 miliardi di tonnellate, con conseguenze per il clima e, in ultima analisi, per la produzione alimentare».

Si può constatare come il settore industriale dell'alimentazione, che tocca molto concretamente la vita quotidiana della popolazione mondiale, sia sostanzialmente diventato un enorme oligopolio. Basti a riguardo riportare il sottotitolo di un articolo di La Repubblica [9]:

«Sono dieci i signori che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente. Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l’uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino».

Qualche anno fa Luciano Gallino pubblicava un libro [10] in cui denunciava questi aspetti criminali e spiegava quali fossero i tre motivi per cui non si procedesse ad eliminare la fame nel mondo:

«il reddito del mondo supera ormai i 65 trilioni di dollari (65.000 miliardi). Il rapporto 2003 sullo Sviluppo umano dell'ONU stimava che per sradicare la povertà estrema e la fame ci sarebbero voluti 76 miliardi di dollari l'anno. Si può supporre che ai nostri giorni l'importo sia salito, a dire molto, a 100 miliardi. Ora, c'è da chiedersi che razza di mondo sia quello che produce valore per 65.000 miliardi di dollari l'anno e non ne trova un centinaio – pari a un seicentocinquantesimo del totale – per sconfiggere la povertà estrema e la fame […]. Anche questo si deve a una politica dei governi attenta a non disturbare coloro che hanno un reddito elevato: in qualche misura, infatti, se si decide di versare qualche miliardo per combattere la povertà e la fame, o esso viene ulteriormente tolto ai sistemi di protezione sociale che già si trovano sotto il tiro micidiale delle politiche di austerità, oppure deve essere richiesto sotto forma di imposizione fiscale alle classi più ricche. In un Paese come l'Italia ciò equivarrebbe a qualche centinaio di euro all'anno per redditi al di sopra dei 200.000 euro circa. Un prelievo di certo non punitivo per nessuno, che però appare impossibile da realizzare. Per tre motivi: perchè è una meta a cui non viene attribuito alcun peso; perchè coloro che denunciano un reddito del genere sono una frazione minima di quelli che lo percepiscono davvero; e non da ultimo perchè i rappresentanti degli interessi della classe dominante sono la maggioranza in parlamento».

Queste sono cifre che inchiodano il sistema capitalistico, giunto al suo stadio imperialista ormai apparentemente indisturbato. Questa è la globalizzazione, trionfo del regno della finanza e apice della lotta di classe padronale, che esercita una violenza quotidiana invisibile per il mondo occidentale.

In questo contesto, di fronte ai risultati dell'anarchia del libero mercato, dobbiamo pensare che in passato ci sia stato chi abbia «creduto di trovare nella pianificazione economica il principio del totalitarismo».

In particolare si può ricordare come nel libro intitolato Road to Serfdom, Friedrich von Hayek, tra i principali teorici del neoliberismo, abbia rifiutato nettamente ogni forma di pianificazione, la quale equivarrebbe «necessariamente all'instaurazione di un potere totale» [11], alla tirannia o ad un'impostazione antidemocratica.

Il risultato della vittoria di questa ideologia è sotto gli occhi di tutti.

NOTE

[1]    L. Ferrari, In paradisi fiscali mille miliardi di dollari: bufera su 50 compagnie Usa, Secolo d'Italia (web), 14 aprile 2016.
[2]    E. Fatigante, Rapporto Oxfam. Nel mondo 8 super ricchi possiedono beni quanto 3,6 miliardi di persone, Avvenire (web), 16 gennaio 2017.
[3]    D. Zappalà, Rapporto. Nel mondo ci sono 2,2 miliardi di poveri, Avvenire (web), 26 luglio 2014.
[4]    Redazione Avvenire, Onu. Fame nel mondo in aumento, dopo dieci anni. Conflitti e clima le cause, Avvenire (web), 15 settembre 2017.
[5]    Redazione Il Manifesto, Oggi 24 mila morti. Domani pure. Dopodomani anche, Il Manifesto (web), 29 agosto 2015.
[6]    G. Nozzoli, La fame non è stata sconfitta: “159 milioni di bambini nel mondo sono malnutriti”, L’Espresso (web), 11 luglio 2016.
[7]    F. Paci, Ogni giorno nel mondo 8 mila bambini muoiono di fame (prima dei 5 anni), La Stampa (web), 12 ottobre 2017.
[8]    Programma Alimentare Mondiale (WFP - World Food Programme), Le cause della fame, Wfp.org.
[9]    P. Griseri, Industria alimentare, ecco chi sono i padroni del cibo, La Repubblica (web), 19 dicembre 2014.
[10]    L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, cit., pp. 33-34.
[11]    C. Polin, Il totalitarismo, cit., p. 28.