Le ragioni delle campagne antireligiose fatte dai bolscevichi

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pascale campagneantireligiose01[Estratto (disponibile in formato pdf su Academia.edu) da A. Pascale, In Difesa del Socialismo reale e del marxismo-leninismo, vol. I, tomo B, II edizione, La Città del Sole, 2019 [1° ediz. Intellettualecollettivo.it, 2017], cap. 7, pp. 15-17. L'opera è in uscita su prenotazione da fare entro il 31 luglio. Per info cliccare qui]

«La Chiesa presenta per i soviet un concreto pericolo; all'ateismo materialista oppone la dottrina del Cristo e davanti alla III Internazionale si erge a guardiana delle tradizioni nazionali, così viene separata dallo Stato e combattuta senza quartiere. I suoi beni vengono confiscati, le sue reliquie profanate, i suoi arcivescovi messi a morte». (Serge Andolenko) [1]


Perché il nascente regime bolscevico nei primi anni si diede ad una larga repressione della Chiesa ortodossa cristiana? In un'intervista [2] del 1990 Lazar' Moiseevič Kaganovič, dirigente sovietico dal 1917 al 1964, ne spiega i motivi:

«-Lazar' Moiseevič, lei si è appena fatto il segno della croce. Vuol dire che crede in Dio?

-No. Sono ateo. Il segno me lo sono fatto per scherzo. Quando ero bambino, ho vissuto in un villaggio di contadini. Non lontano da noi c'era una colonia ebraica, e un giorno un ragazzetto venne da mia madre a dire: Lazar si è fatto il segno della croce! Ma era un gioco. Funzionava così. Uno ti chiede: dove hai la fronte? Qui, rispondi, e te la tocchi. E dov'è l'ombelico? Qui. E la spalla sinistra? Qui. E la destra? Qui. Ci sei cascato, dice allora il primo, ti sei fatto il segno della croce! (Ride di gusto) Che volete, ci si divertiva così. Ma ora in Urss si riaprono le chiese. Cosa ne pensa, lei che fu un acceso nemico della religione? È vero, mi occupai a lungo della campagna antireligiosa. Oggi rinasce la religione? Bene, io sono favorevole. E vorrei ricordare un episodio. In piena guerra civile, noi occupiamo la città di Voronez, dando una pedata ai generali della guardia bianca. Il giorno dopo l'occupazione, io, presidente del comitato militar-rivoluzionario di Voronez, emetto un decreto: sono balle, dico, che i bolscevichi chiuderanno tutte le chiese, al contrario, proibisco ogni direttiva contro i sacerdoti, permetto che tutte le chiese restino aperte, e che suonino pure le loro campane. Detto questo, mi piange il cuore a vedere come ogni dibattito, oggi, si svolge praticamente con una sola voce. La glasnost avrà anche portato più libertà d'espressione, ma è una libertà a senso unico, unilaterale. L'altra metà della gente sta zitta. Si tace, per esempio, che i preti salutavano le truppe bianche con preghiere e gonfaloni. Che le benedicevano. Si tace che nel 1905 i preti e i frati si armavano in unità speciali per lottare a fianco dei latifondisti contro le rivolte dei contadini. Ma perché non dirlo? Perché non dire che i giovani, nei villaggi, distruggevano le chiese e spezzavano i crocefissi per vendicarsi del comportamento dei sacerdoti? Si tace che i preti permettevano di installare le mitragliatrici sui loro campanili per sparare sulle nostre truppe! Dicono che la Chiesa di Russia è benedetta da un millennio. Ma in questi mille anni, ne ha fatte di tutti i colori. Non solo contro il comunismo, ma anche contro lo zar Pietro il Grande».

In effetti non si può capire la repressione della Chiesa ortodossa se non in considerazione della sua stretta e secolare alleanza con il sistema zarista. Lasciamolo spiegare a Lorenzo Roberto Quaglia [3]:

«Secondo la tradizione bizantina, il legame che unisce la monarchia alla Chiesa è strettissimo, sacrale. Lo zar è l’unto del signore, baluardo e sostegno della fede sulla terra. Da questa concezione ne conseguirono però anche dei rischi spirituali. In apparenza florida e presente con oltre cinquantamila chiese in tutta la Russia, la Chiesa ortodossa in realtà fu compromessa dalla riforma impostale nel 1721 dallo zar Pietro il Grande che con il suo Regolamento ecclesiastico la decapitò, sostituendo il Patriarca con un funzionario pubblico, laico, posto a presiedere l’assemblea dei vescovi, il Santo Sinodo. Accettando la riforma, la Chiesa russa accettò di fatto di diventare un dicastero spirituale, al servizio dello Stato. […] Il nocciolo del problema risiede proprio qui: se lo zar e le autorità ecclesiastiche sono unite da un unico destino, persa la fiducia nel primo, la Chiesa stessa si troverà allo sbando. Quando nel 1916 fu tolto l’obbligo della confessione pasquale ai funzionari statali, la frequenza al sacramento precipitò dal 100% al 10%. La Chiesa ortodossa alla vigilia della rivoluzione era ormai decaduta nella considerazione popolare che la considerava alla stregua di un potere burocratico senza alcuna autorità morale. A dire il vero, più parti all’interno della Chiesa supplicarono Nicola II affinché convocasse un nuovo Concilio che avrebbe dovuto occuparsi dei progetti di riforma della vita ecclesiale, ma lo zar si oppose sempre, e il Concilio venne convocato solo dopo l’abdicazione del monarca. Sarà ormai troppo tardi per influenzare la vita sociale: la rivoluzione bolscevica era alle porte. Quindi, allo scoppio della prima guerra mondiale la situazione politica e sociale della Russia è già in stallo, e il conflitto, più che produrre una crisi, impedirà di uscire da quella in atto. È in questo vuoto, in questa assenza di riferimenti che si inserirà il marxismo, portato avanti con determinata lucidità da Lenin».

pascale campagneantireligiose02La persecuzione conseguente della Chiesa Ortodossa e del suo clero quindi non derivò solo dalla cieca follia ideologica dei Bolscevichi, come spesso si è argomentato, ma nella diffusa consapevolezza popolare della stretta correlazione tra il potere politico nobiliare e zarista e potere ecclesiastico. Le fasi più radicali della “persecuzione” riguardarono comunque solo i primi anni post-rivoluzionari, quelli di Lenin vivente e delle prime segreterie di Stalin, che da questo punto di vista ne continuò le politiche ma moderando le violenze “gratuite” provenienti dal basso. Anche la svolta operata durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale verso la Chiesa Ortodossa dipese non certo da logiche di tradimento della Rivoluzione, come è stato argomentato, ma come manovra tattica per radunare in maniera utilitaristica ogni forza possibile nella lotta all'invasore nazista. La garanzia del mantenimento dell'apertura di oltre 10 mila chiese in tutto il Paese non impedì a Stalin, nel secondo dopoguerra, di portare avanti una campagna di controllo ideologico sul possibile contagio culturale clericale. Lasciamo parlare Maurizio Blondet:

«Secondo il rapporto del ministro MGB Abakumov “dal 1° gennaio 1947 al 1° giugno 1948, 679 preti ortodossi furono arrestati per attività sovversive”. Secondo il rapporto del Gulag, al 1° ottobre 1949, c’erano 3.523 preti nell’insieme dei campi. […] Nell’ottobre 1948, il presidente del Consiglio agli affari della Chiesa ortodossa russa domandò al patriarca Alessio d’“immaginare una serie di condizioni che limitano l’attività della Chiesa alle sue chiese e sue parrocchie”. I molteplici tentativi del primo gerarca di incontrare Stalin si conclusero con uno scacco. Ciò che era stato permesso alla Chiesa nel quadro della sua attività divenne proibito: le processioni – salvo per la Pasqua -, i viaggi del clero nelle località per rendere visita ai loro fedeli, e fu proibito ai preti di avere la cura di più chiese (sapendo che una chiesa senza prete rischiava di essere chiusa). Le autorità modificarono senza sosta la forma delle persecuzione condotte contro la Chiesa. Nel 1951, l’imposta sulle parrocchie fu aumentata: si esigeva il pagamento di questa tassa per i due anni precedenti. Il processo di chiusura delle chiese continuò. Al 1° gennaio 1952 si contavano 13.786 chiese, di cui 120 non erano in attività dato che erano utilizzate come granaio».

Con l'epoca di Chruščev le campagne antireligiose si intensificarono notevolmente, ma non si arrivò mai a proibire completamente l'attività religiosa, nonostante l'evidente sponsorizzazione delle istituzioni sovietiche per l'ateismo: «Il 1° gennaio 1966 la Chiesa ortodossa russa non aveva che 7.523 chiese e 16 monasteri. Nel 1971, il numero delle parrocchie fu ridotto a 7.274. Nel 1967, la Chiesa ortodossa russa aveva 6.694 preti e 653 diaconi. Nel 1971 contava solo 6.234 sacerdoti e 618 diaconi». [4] Nel 2012, 20 anni dopo la caduta dell'URSS, secondo una serie di sondaggi svolti dall'istituto Sreda [5], solo il 40% circa della popolazione russa si riconosce nella Chiesa Ortodossa, mentre si registra una delle percentuali più alte a livello mondiale di atei (il 13%).

NOTE

1  S. Andolenko, Storia dell'esercito russo, cit., pp. 435-436.
2  E. Franceschini, Parla Kaganovich. “Non siamo dei mostri”, La Repubblica, 5 ottobre 1990.
3  L. R. Quaglia, La Rivoluzione Russa. La Chiesa ortodossa, La Recherche, 9 ottobre 2017.
4  M. Blondet, La persecuzione giudeobolscevica contro la Chiesa ortodossa, Maurizioblondet.it, 10 gennaio 2017.
5  Arena, Atlas of Religions and Nationalities of the Russian, Sreda.org.