Introduzione a Totalitarian Trends Today

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epstein totalitarian artsSiamo lieti di annunciare, come redazione di Marx21.it, l'avvio di una collaborazione con Mark Epstein, compagno marxista statunitense di ambito accademico. Ci informerà periodicamente sulle questioni di politica interna ed estera degli USA e sugli sviluppi culturali internazionali. Quella che segue è la sua introduzione al volume “Totalitarian Trends Today”, che offre uno spaccato misconosciuto al pubblico italiano delle ricerche portate avanti da alcuni settori del marxismo statunitense. Sono lieto di annunciare che Epstein ha annunciato di avviare come prossima lettura “Il Totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale”. Spero che potrà trovarvi quell'analisi marxista del fenomeno totalitario di cui lamenta in questo articolo la mancanza. Questo è stato uno dei miei scopi che credo di aver portato adeguatamente a termine. Alessandro Pascale

Per scaricare il saggio (in lingua inglese) oggetto della presentazione premi qui.


Questo saggio è contenuto in un volume collettaneo, TotArt: The Visual Arts, Fascism(s) and Mass-society (Newcastle: Cambridge Scholars Press, 2017), dedito alle arti visive durante le varie forme di fascismo, interpretato come il vero totalitarismo, quello della destra, come prosecuzione del capitalismo “by other means”, ca. come forma di ‘emergenza’ quando confrontati da crisi sia economicamente, che politicamente che socialmente più serie.

Il saggio passa in rassegna una serie di contributi recenti che tutti notano, in diversi modi, l’emergere di fenomeni associati a forme di controllo e dominio totalitario, la maggior parte di area non-marxiana (F. William Engdahl, Mike Lofgren, e Sheldon Wolin) il cui interesse risiede in aspetti diversi: Engdahl per un certa concisione di aspetti geostrategici delle tendenze totalitarie, che per la maggior parte sono collegate al ruolo sempre più centrale degli USA all’interno dello schieramento capitalista-imperialista ‘occidentale’; Lofgren come testimone diretto di fenomeni involutivi e di accorpamento totalitario tra la National Security State, istituzioni ‘tradizionali’ dello stato imperialista statunitese (Corte Suprema, Senato, Congresso, i vari Dipartimenti governativi, le prassi legislative, ecc.) ed un mondo delle multinazionali “corporate” (in modo sempre più eclatante e spudorato quelle del settore finanziario, e poi petrolifero, della military-industrial-(security)-complex, e poi della alta tecnologia, soprattutto informatica (ca. relate a Silicon Valley ed affini): testimonianza quindi empirica e nel dettaglio; infine Sheldon Wolin che ha un certo riconoscimento come ricercatore nelle scienze politiche, di tendenza più ‘radical’, negli USA. L’unico autore di area marxiana che considero, che non parla esplicitamente di totalitarismo, ma analizza dei trend che a mio avviso sono congrui con questi sviluppi, è Tariq Ali, dell’area di New Left Review, il cui libro si intitola The Extreme Centre: a Warning (giocando in modo ossimoronico con quel ‘centro’ che ha sempre goduto nel propalare la propaganda degli ‘opposti estremismi ma uguali’ di cui il libro di Hannah Arendt sul totalitarismo ha costituito spesso il fondamento).

Il saggio analizza più in profondità una serie di trend sia di controllo politico imperialista, sia di forme di manipolazione/egemonia sempre più interiorizzate, fondamentalmente centrate sullo spostamento degli individui delle classi oppresse verso obiettivi quasi esclusivamente consumistici a scapito dell’(auto)comprensione politica, dell’essere umano come animale politico, che ovviamente hanno fondamentali ripercussioni istituzionali e ‘civiche’.

Riguardo la categoria ‘totalitarismo’ esprime critiche (soprattutto verso le analisi, piuttosto paradigmatiche in questi campi di studi, di Emilio Gentile, storico del fascismo italiano di area liberale, allievo di Renzo de Felice) alle concezioni della storiografia borghese che tendono a vedere una opposizione forte tra ‘democrazia’ e ‘fascismo’ (o totalitarismi di destra), più che altro come modi di incensare acriticamente le forme parlamentari del dominio capitalista, ma in questo modo essenzialmente bloccando le vie per vedere le transizioni tra le due forme (‘democrazia’ e fascismo) come realmente esistenti su un continuum e non polarità del tipo bianco vs. nero. Anche dal punto di vista dell’analisi storica queste forti forme di feticizzazione costituiscono in realtà ostacoli alla possibilità di analisi storiche precise ed approfondite, soprattutto per coloro che vogliono affrontare un’analisi marxiana, di classe, antimperialista delle tendenze passate e quelle in corso. Il tipo di contrapposizione a mio avviso mitologica, tra “religioni civili” (dove ovviamente la categoria si autocompiace ed incensa il capitalismo e l’ottica borghese) vs. “religioni politiche” (che è alla fine un termine molto simile a ‘totalitarismo’ nell’accezione borghese degli ‘opposti estremismi ma uguali’) fa parte di questi schematismi più illusori che scientifici a mio avviso, e la Intervista sul Risorgimento dello stesso autore (basta paragonarla all’analisi gramsciana, che nelle grandi linee è molto più precisa, benchè Gramsci evidentemente avesse a disposizione fonti, libri, biblioteche, tempi, ecc. irrisori rispetto a Gentile) mi sembra una conferma del continuum più mitologico che analitico di Gentile riguardo la genesi del fascismo italiano, ed il perdurare di tendenze totalitarie di destra, o meglio il loro trasformarsi ed emergere in forme diverse, ed anche più pericolose per il modo in cui sono mascherate ed esercitano i tipi di controllo appunto totale, rispetto a quelle dei regimi più vetusti, e che loro potevano solo sognarsi (dalla mutazione antropologica, ai meccanismi di controllo mediatico, di sorveglianza tecnologica, di atomizzazione della sfera pubblica per poi gestirne in modo sempre più totalitario i nessi e collegamenti, ecc.).

L’altro punto in conclusione di saggio è il tentativo di mostrare (ma in uno spazio molto troppo circoscritto per ragioni obiettive di spazio concessomi nel volume) quanta parte delle ‘scienze’ umane (soprattutto in critica letteraria, politica, filosofia, scienze sociali, antropologia, ecc.), che per comodo potremmo identificare in modo troppo semplicistico con il ‘postmoderno’ dipenda in modo basilare da fondamenti radicati nella linea Nietzsche-Heidegger, e che quindi dipendono, specificamente nella figura di Martin Heidegger, da un ideologo nazista (il nazismo, come il fascismo, è stato un fenomeno complesso, quindi con varie tendenze, e di conseguenza ideologi di tendenze diverse) quindi, e da un pensatore fondamentalmente totalitario (nel suo tentativo di eliminare i retaggi storici di molto pensiero, perlomeno dal Rinascimento all’Illuminismo). Il modo nel quale queste complicità vengono mascherate, censurate, sono soggetto di omertà, ed anche quando siano fondamentali per orientare una serie di categorie fondamentali della filosofia è, purtroppo, molto indicativo dello stato intellettuale-‘accademico’ presente, ed un grandissimo testo dell’ultimo Lukacs, che analizza a mio avviso in maniera molto lucida una serie di fenomeni di distorsione dell’universo filosofico-concettuale borghese, L’ontologia dell’essere sociale, è, invece, praticamente sconosciuta, e non discussa nell’ambito degli atenei del mondo capitalistico occidentale.

Le ragioni per cui l’analisi non è più esplicitamente marxiana nell’esposizione e nelle categorie usate, sono di mia scelta (forse errata, ma comunque...): e cioè che per focalizzare l’attenzione su una serie di problemi e tendenze estremamente gravi, fosse meglio partire dall’ambito di testi e conoscenze più diffuse, e poi lasciare che il panorama di problemi sui quali aprono potesse essere propedeutico ad una serie di domande che aprissero sull’universo di problematiche della tradizione marxiana.

Mark Epstein, da Princeton (USA)