Distruzione teorico-politica delle tesi di Toni Negri

E-mail Stampa PDF

antonio negri 3a cura di Alessandro Pascale

Riceviamo dal compagno Alessandro Pascale, del Comitato Politico Nazionale del PRC, e volentieri pubblichiamo

Toni Negri [sulla sinistra italiana]: “Sì è polverizzata. Non è riuscita a inventare il futuro. Ha massacrato tutti quelli che potevano darle una dritta.”

Giornalista: “A chi si riferisce?”

T. N.: “A noi, alla sinistra degli anni 70.”


Lo scopo del presente pezzo è mostrare ai compagni e compagne l'origine teorica di molti errori della sinistra italiana (e non solo) attuale, dovuti non al non aver ascoltato i vecchi tromboni degli anni '70, bensì ad averli ascoltati fin troppo: i danni prodotto da Toni Negri sono ingenti a causa della nomea che si è fatto negli anni '80 a seguito delle persecuzioni politiche (ingiustamente) ricevute e soprattutto nel 2000 con il lavoro scritto a quattro mani con Michael Hardt, “Impero”, che ha avuto fama mondiale diventando una delle bibbie del movimento “no global”. È arrivato il momento di abbandonare Toni Negri smontandolo certosinamente punto per punto.

L'ERRATA ANALISI DEL CAPITALISMO

Le righe che seguono sono difficilmente comprensibili senza aver chiaro che il percorso intellettuale di Negri nasce da un macroscopico errore avvenuto negli anni '70. Per capire la matrice del suo pensiero aiutiamoci con Cristina Corradi: “Premessa della teoria elaborata da Negri è la ricostruzione della storia interna della classe operaia come una successione di figure egemoni: ad ogni manovra di ristrutturazione capitalistica, indotta dalle lotte operaie, corrisponde la nascita di una nuova composizione tecnica della forza lavoro che determina una nuova composizione politica. […] Dopo la crisi del '29 è tramontato il capitalismo concorrenziale, liberale e liberista, e la regolazione del ciclo economico ha sostituito il funzionamento spontaneo della legge del valore di scambio. Lo Stato è diventato garante della pace sociale grazie all'integrazione socialdemocratica dei lavoratori e al contenimento della crescita dei salari entro proporzioni tali da non alterare gli equilibri della produzione capitalistica. A questo livello di sviluppo il capitale collettivo, secondo Negri, non è più la sommatoria dei singoli capitali privati ma si identifica con la forma Stato.” (Cristina Corradi, “Storia dei marxismi in Italia”, p. 203)

Oggi sappiamo, leggendo banalmente un Piketty, che in realtà in tutti i Paesi occidentali la quota di Capitale pubblico (ossia quella controllata direttamente o indirettamente dagli “Stati”) era incomparabilmente inferiore a quella detenuta dai Capitali privati, anche nel momento di maggiore pressione degli anni '70. Eppure questa errata premessa analitica è foriera di enormi errori per Negri, che arriverà negli anni seguenti a favorire un astratto anarchismo che non rifiuta la forma dello Stato borghese, ma qualsiasi forma di Stato, indifferentemente dalla classe sociale che detenga il potere (la dittatura del proletariato, come è noto, è uno Stato in cui il potere è detenuto dalla classe operaia, che lo gestisce attraverso la sua avanguardia costituita dal Partito Comunista).

L'ANALISI ANTI-LENINISTA DELL'IMPERO

In “Impero”, opera di Negri e Hardt, possiamo leggere “la tesi secondo cui nel mondo di oggi a una borghesia sostanzialmente unificata a livello planetario si contrapporrebbe una “moltitudine” essa stessa unificata dal dileguare delle barriere statali e nazionali. Nell'evocare fugacemente la questione palestinese, i due autori scrivono: “Dall'India all'Algeria, da Cuba al Vietnam, lo Stato è il regalo avvelenato della liberazione nazionale”. Sì, i palestinesi possono contare sulla simpatia dei due autori; ma, a partire dal momento in cui “si saranno istituzionalizzati”, non si può essere più al “loro fianco”. Il fatto è che “nel momento in cui la nazione inizia a formarsi e diviene uno Stato sovrano vengono meno le sue funzioni progressiste”. Sulla base di questo approccio, procedendo a ritroso, delegittimata è l'epica lotta di classe con cui gli ex schiavi di Santo Domingo-Haiti, dopo essersi costituiti come Stato nazionale, impediscono all'esercito napoleonico di restaurare il dominio coloniale e l'istituto della schiavitù. Soprattutto, delegittimate sono le lotte di classe con cui ai giorni nostri le ex colonie cercano di conferire concretezza economica all'indipendenza politica faticosamente conquistata.

E cioè, agli occhi di Hardt e Negri si può essere simpatetici nei confronti dei vietnamiti, dei palestinesi o di altri popoli solo sino a quando essi sono oppressi e umiliati; si può appoggiare una lotta di liberazione nazionale solo nella misura in cui essa continua a essere sconfitta! È un'ulteriore manifestazione del populismo: l'eccellenza morale risiede nell'oppresso che si ribella e in colui che offre aiuto all'oppresso e ribelle; ma quest'ultimo, una volta conquistato il potere, cessa di essere oppresso e ribelle e smarrisce la sua eccellenza morale […]. È la dialettica già analizzata da Hegel a proposito del comandamento cristiano che impone di soccorrere i poveri e che chiaramente presuppone la permanenza della povertà. […] L'approccio caro a Hardt e Negri non riesce in alcun modo a gettar luce sul Novecento, il secolo che ha visto il colonialismo cadere in crisi e il tentativo hitleriano di rivitalizzare il sistema colonialista (e schiavista) subire una disfatta, sull'onda di lotte memorabili condotte da movimenti di liberazione nazionale. Quell'approccio riesce almeno a gettare luce sul presente? In realtà se le classi dominanti sono unificate a livello planetario, come spiegare l'interminabile tragedia che in Palestina colpisce non la “moltitudine” ma un popolo nel su complesso? E come spiegare le guerre ricorrenti di cui sono protagonisti l'Occidente e il suo paese-guida e che, se anche prendono di mira paesi piccoli e indifesi, suscitano talvolta l'irritazione di grandi potenze quali la Russia e la Cina?” (Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, pp. 352-353)

Normale quindi che Negri, estendendo l'imperialismo al Potere statale in sé, tenda a ripudiare il concetto analitico assai più concreto dell'imperialismo teorizzato da Lenin: “Impero annunciava la buona novella: non aveva più senso parlare di imperialismo alla maniera di Lenin; il mondo era ormai unificato sul piano economico e politico; si era persino affermata la “pace perpetua e universale”.” (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 168) La totale impreparazione del marxismo occidentale nel fronteggiare la grande offensiva statunitense degli ultimi anni (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina, Venezuela, ecc.) è dovuta in primo luogo alla “condizione di abulia” in cui è caduta per aver in buona misura introiettato queste nefaste tesi negriane che ben si coniugano con quelle dell'anarco-trockismo più deteriore. (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 170)

La rimozione del paradigma imperialista lascia a Negri una visione meramente apologetica della globalizzazione capitalistica: “La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”. (http://www.linterferenza.info/editoriali/toni-negri-post-operaisti-lutopia-funzionale-alla-globalizzazione-capitalista/)

Insomma in base a queste premesse Negri esalta il ribellismo ma condanna il rivoluzionario. Losurdo: “La sconfitta o l'inconcludenza di un movimento rivoluzionario sono la premessa perché certi esponenti del marxismo occidentale possano auto-celebrarsi e godersi quali ribelli che rifiutano in ogni circostanza di contaminarsi con il potere costituito!” (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 162)

LA SUBALTERNITÀ ALLA BORGHESIA NEL GIUDIZIO SU URSS E USA

Qual è allora il giudizio di Negri sull'URSS e sui socialismi reali? “È una tragica ironia del destino che, in Europa, il socialismo nazionalista finisse per somigliare al nazionalsocialismo”. Sostanzialmente Negri accetta insomma l'equiparazione tra socialismo reale e nazismo, ossia la vulgata propagandata per decenni dagli storici-scribacchini della borghesia “liberale”. Per smentire questo assunto abbiamo accumulato enorme materiale a disposizione gratis di tutti, che trovate su http://intellettualecollettivo.it/ scaricando l'opera “In difesa del socialismo reale”. Ad ogni modo Losurdo commenta così: “nel tracciare il bilancio della prima metà del Novecento, i due autori facevano astrazione dallo scontro tra colonialismo e anticolonialismo ovvero tra riaffermazione e abolizione della schiavitù coloniale e si appiattivano sulle posizioni dei campioni occidentali della guerra fredda, impegnati a criminalizzare il comunismo, assolvendo o riducendo a bagattella colonialismo e imperialismo”. (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 112)

Infatti Negri e Hardt portano avanti acriticamente la tesi “secondo cui il colonialismo e l'imperialismo sarebbero stati estranei agli USA”. (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 123)

Vediamo un altro estratto da “Impero”: “Che cos'era la democrazia americana se non una democrazia fondata sull'esodo, su valori affermativi e non dialettici, sul pluralismo e la libertà? Questi stessi valori – insieme all'idea della nuova frontiera – non alimentavano di continuo il movimento espansivo del suo fondamento democratico, al di là delle astrazioni della nazione, dell'etnia e della religione?”. Sia Negri che Hardt, nota Losurdo, “osservano il silenzio più rigoroso sulla sorte dei nativi, dei neri, sulla dottrina Monroe, sull'assoggettamento delle Filippine e sulla repressione spietata e a tratti genocida del movimento indipendentista in questo paese, ecc.”

Negri e Hardt in effetti parlano sempre di un colonialismo e imperialismo europeo ma non di quello statunitense, arrivando anzi a descrivere il presidente Wilson come un campione dell' “ideologia pacifista internazionalista”, ben lontana dall' “ideologia imperialista di marca europea”! Insomma, termina Losurdo: “La polemica di Hardt e Negri contro il principio della sovranità statale risparmia il paese che attribuisce a se stesso una sovranità mostruosamente dilatata, che l'autorizza a intervenire sovranamente in ogni angolo del mondo, con o senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza [dell'ONU, ndr]; il paese che, ben lungi dal costituire un'alternativa al militarismo europeo, rappresenta, per dirla con Sartre, il “mostro super-europeo”.” (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, pp. 142-145)

L'APPOGGIO ALL'EUROPEISMO

Il rigetto delle categorie del leninismo impedisce a Toni Negri di cogliere il carattere imperialistico dell'Unione Europea e delle sue strutture economiche. Anzi, il suo ultimo progetto politico, “Euronomade”, lanciato nel 2013, porta avanti la seguente riflessione: “EuroNomade guarda all’Europa da questo punto di vista globale, registra la “provincializzazione dell’Europa” – la possibilità inaudita che dopo cinque secoli il sistema mondo capitalistico non abbia più un centro non solo europeo ma neppure “occidentale” – e si propone di esplorare le potenzialità e i rischi che ciò comporta. Al tempo stesso insiste sulla necessità di domandarsi quali sono queste potenzialità e questi rischi non solo a livello globale, ma anche in Europa. E intende proporre una serie di riflessioni a partire dalla convinzione che in questa parte del mondo non vi sia la possibilità di reinventare una politica della liberazione negli spazi nazionali. L’Europa come spazio immediato dell’azione politica: sarà uno dei temi centrali del nostro lavoro. Un’Europa da inventare dunque.” (http://www.euronomade.info/?page_id=953)

Non c'è molto da aggiungere se non che questo europeismo spinto, incapace di distinguere la natura e l'essenza dell'istituzione che la guida, non è solo un tradimento dell'internazionalismo proletario (perché unire solo i popoli europei e non quelli mondiali?) ma soprattutto una formula vuota che si ricollega a quella usata da Trockij e altri pensatori di inizio '900, per questo aspramente criticati da Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg, ferocemente distruttivi verso la parola d'ordine degli “Stati Uniti d'Europa” che tanto piace anche a Negri. Il risultato delle conclusioni teoriche di Negri è d'altronde sotto gli occhi di tutti, e si scredita da solo con le seguenti affermazioni fatte in prossimità delle elezioni Politiche italiane del 2018, con le quali augura all'Italia il commissariamento europeo da parte della Germania, un progetto non dissimile da quello messo in atto da Hitler nel 1943-45: “Mi auspico che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero, per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa, che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…”

IL MARXISMO CHE DIVENTA TEOLOGIA

Tale libro, “Impero”, termina con una formula teologico-spirituale che fa pensare secondo Losurdo “ad autori quali Origene o Giovanni Scoto Eriugena”: ecco finalmente “gli animali, sorella luna, fratello sole, gli uccelli dei campi, gli uomini sfruttati e i poveri, tutti insieme contro la volontà di potere e la corruzione […]. Il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente nell'amore, e con innocenza.” (Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, p. 24)

Tutto ciò è molto religioso e assai poco materialista. Eppure niente di tutto ciò è totalmente inedito, bensì un guazzabuglio di idee vecchie come il mondo. Perfino il veemente movimentismo (strettamente connesso con la teoria delle “moltitudini”) non è altro che una riproposizione di uno dei cardini del revisionismo di Bernstein il quale a fine '800 proclamava gioioso la crisi del marxismo e proponeva il motto “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Bernstein sostenne poi le politiche coloniali tedesche in quanto “civilizzatrici” e votò i crediti di guerra nel 1914, portando sulle sue posizioni un Partito fino a quel momento rispettoso dell'internazionalismo proletario e sancendo la fine della Seconda Internazionale. Per fortuna da quella tragedia uscì il genio di Lenin e la Rivoluzione d'Ottobre. Fatta facendo ricorso ad un'analisi compiuta fondata sulla padronanza del materialismo storico e dialettico. Tutto un altro livello rispetto alla miseria delle teorie di Toni Negri.