La solitudine del cittadino globale nell’era Covid

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coronavirusriceviamo e pubblichiamo come contributo al dibattito

di Alba Vastano

da http://www.blog-lavoroesalute.org

Ѐ una nuova era quella che stiamo vivendo. Ѐ l’era Covid. La dobbiamo vivere come abbiamo vissuto le precedenti, nonostante oggi siamo tutti più pesti e impauriti, lasciandoci attraversare dal nuovo malefico,di certo non foriero di buone novelle. Di questa era maledetta , iniziata in questo funesto 2020, ne stiamo contando i giorni che restano, affinché sparisca nel nulla e non torni più ad attentare alle nostre vite. Di certo passerà alla storia dell’umanità come l’era horribilis, segnata da un nemico invisibile, ma infido e molesto che si avvale delle nostre gambe, del nostro respiro, delle nostre paure, di cui eravamo già portatori sistematici e stabili, per annientarci.


E, per la confusione generata da una overdose di informazioni contrastanti, il pianeta colpito dalla pandemia si è scisso in due fazioni contrapposte di persone: i negazionisti e gli allarmisti. Entrambi trovano terreno fertile nella rete per lanciarsi strali velenosi. Non solo Covid a distruggere la nostra serenità e lucidità. C’è dell’altro ugualmente molesto e fuorviante.. La parallela causa del disastro sociale odierno è l’ infodemia, la tossicità gemella della pandemia in corso. Quello che non riesce a distruggere il virus lo realizza l’infodemia.( Pandemia e infodemia, i nuovi mostri – Lavoro & Salute – Blog)

Un patologia invasiva che non prevede alcun piano terapeutico, né immunità di gregge, né alcun vaccino salvifico. Ѐ il tam tam delle informazioni che ci inocula al nano secondo il virus della paura dell’annientamento fisico e dell’annichilimento mentale. Nel millennio dei nativi digitali resistere al virus dell’informazione è un’impresa che contempla una controrivoluzione culturale che non prevede, in ogni caso tempi brevi per realizzarsi. Dell’infodemia ne eravamo già dipendenti respirandone i droplet informatici, tramite la rete che ci vede iperconnessi. Un virus che, nella precedente era della globalizzazione, pensavamo innocuo, persino salutare come apporto di conoscenza e organizzazione dei sistemi di vita privata e pubblica.

Nell’era Covid, l’informazione costante, oggi più di ieri, tramite la rete e le tv, detta i nostri passi, le nostre emozioni e azioni. Ha catturato le nostre identità e tutti i nostri respiri. Ѐ ingerente, travolgente, induttiva, dissuadente e persuadente. La respiriamo al battito di un secondo come l’ossigeno nell’aria. Ne siamo avidi. In alternativa si rischia l’ apnea da isolamento e ci si sente out. Da inizio allarme per la nuova pestilenza ci siamo blindati in casa e legati a doppio filo alle postazioni pc domestiche, come ancora di sopravvivenza all’esclusione sociale. Ogni nostro passo, pensiero e azione non è più autonomo, ma iperconnesso e, soprattutto, condizionato dalle ultime news sugli effetti della pandemia nel mondo. Se non abbiamo ancora ben analizzato i motivi, le necessità e le responsabilità per cui dobbiamo muoverci bendati, disinfettati, distanziati , mentre, nel contempo, tutto ciò ci rende impauriti, sospettosi, perplessi, ma, soprattutto terrorizzati, forse qualche problemino nelle nostre capacità di astrazione dall’informazione tam tam 24h su 24 dovremmo porcelo e ragionarci su.

E soprattutto sarebbe necessario fare un excursus sulla nostra vita precedente, quella dell’era della globalizzazione in cui eravamo finiti in full immersion. Chi eravamo, o meglio chi era il cittadino globale prima dell’era Covid? Com’era la qualità della sua vita, quali pensieri, progetti e finalità elaborava e si proponeva di perseguire durante la sua giornata? Dove trascorreva, in piena libertà di azione il tempo libero? Chi era il cittadino globale se non ridotto ad un mero consumatore dei mercati mondiali che gli offrivano, tramite le merci, l’illusione di sentirsi libero, mentre in realtà lo riduceva a merce per il profitto del sistema capitalistico? E quanto la pandemia, infine, ha modificato gli assetti delle nostre vite, catapultandoci in una dimensione di vita in cui regnano paura e rabbia,a causa dei i due virus paralleli pandemia e infodemia ? E a che punto è oggi la nostra libertà di pensiero così condizionata dai mass media che influiscono pesantemente sulle nostre vite, sulla quotidianità e sulle relazioni sociali? Quanto ci prodighiamo per la libertà collettiva, se non riusciamo a gestire la nostra libertà, quanto mai inquinata da ingiunzioni e ingerenze esterne?

Zygmunt Bauman , il sociologo scomparso nel 2017, il padre dell’idea di società liquida, nel suo saggio ‘La solitudine del cittadino globale’, scrive che “la libertà individuale può essere solo il prodotto di un impegno collettivo”. Le politiche neoliberiste vigenti hanno fatto sì che si sgretolasse la dimensione collettiva, rendendo il cittadino globale illusoriamente libero e profondamente solo. Illusoriamente libero, perché in realtà è suddito di modelli e consumi imposti dal mercato globale. Da questo possibile assunto deriva anche la sfiducia, il senso di solitudine, ma anche l’indifferenza verso un impegno collettivo, la cui mancanza genera impotenza politica e delega la nostra sicurezza ai poteri forti, assunti ingannevolmente a tutela delle nostre vite.

Un circolo vizioso, un loop malefico da cui sarà difficile uscirne. Tanto più nell’era Covid che ha potenziato in misura esponenziale le nostre paure del vivere collettivo, ha tagliato ancor più il lavoro e i diritti dei lavoratori e ha mandato alla deriva le economie nazionali, bloccando persino il mercato globale. Il cittadino globale sempre più precario, confuso e incerto, vagante ancora nei residui mercati del capitalismo come solitaria anima pellegrina alla ricerca della felicità come attimo fuggente, è oggi più che mai solo e terrorizzato. Lo sguardo perso, la paura dell’untore, la paura di morire e della perdita del lavoro e del dio mercato non più efficiente e, come prima, illusoriamente generoso.

In questa situazione stagnante sempre più “é possibile che la sensazione illusoria della libertà individuale coincida con l’aumento dell’impotenza collettiva in quanto i ponti tra vita pubblica e privata sono stati abbattuti o non sono mai stati costruiti- scrive Bauman- oppure, per dirla diversamente, in quanto non esiste un modo semplice e ovvio di tradurre le preoccupazioni private in questioni pubbliche e, inversamente, di identificare e mettere in luce le questioni pubbliche nei problemi privati.”

Infine, si fa sempre più necessario e impellente, come via d’uscita da questo cul de sac in cui siamo sprofondati, il creare uno spazio collettivo da costruire e realizzare, contrastando le politiche neoliberiste che gestiscono le economie mondiali e il mondo dell’informazione. Uno spazio in cui la politica torni a farla da sovrana. Quella politica che possa ridare fiducia alle persone. Uno spazio in cui si possa tornare ad interrogarsi sui motivi fondanti delle nostre sconfitte, delle nostre paure. Un’Agorà in cui coesistano il pubblico e il privato e che l’una dimensione diventi l’altra e viceversa.

Uno spazio comune dove poter sconfiggere le paure e anche chi, offrendo fittizie premure e protezioni riguardo la nostra sicurezza, per ottenere consensi elettoralistici, si è impadronito delle nostre vite e della nostra libertà. “Qui l’uomo occidentale –scrive Bauman- potrà tornare a interrogarsi e le sofferenze private potranno essere finalmente pensate e vissute come problemi condivisi, comuni e politici”. Nonostante i vari virus che attentano alle nostre vite. Nonostante la paura, la solitudine, la pandemia e l’infodemia. Potremo finalmente uscire da questa spirale che attanaglia le nostre vite con l’antica Agorà, laddove la libertà individuale saprà trasformarsi in un impegno collettivo. Auspicando un nuovo Umanesimo.