Frantz Fanon. Attualità di un pensiero rivoluzionario

Stampa

di Gabriele Repaci per Marx21.it

 

fanon-w350«il colonialismo non è una macchina pensante, non è un corpo dotato di ragione. È la violenza allo stato di natura e non può piegarsi se non davanti ad una violenza ancora maggiore» (Frantz Fanon, I dannati della terra)


Il 6 dicembre del 1961, nella clinica di Bethesda vicino Washington moriva Frantz Fanon, psichiatra e filosofo della rivoluzione anticoloniale. Sebbene oggi il suo nome sia stato quasi completamente dimenticato, il suo libro più celebre, I dannati della terra, ebbe grande popolarità negli anni Sessanta e Settanta, divenendo uno dei testi principali di riferimento per ogni militante impegnato nelle lotte di liberazione nazionale contro il colonialismo. Frantz Fanon nacque il 25 Luglio del 1925 a Fort-de-France, capitale della colonia francese della Martinica, da una famiglia appartenente alla borghesia nera. La sua formazione si svolse nel contesto dell’intellettualità martinicana fortemente assimilata alla cultura francese ed europea. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Fanon lasciò la Martinica per unirsi alle forze della Francia libera contro il governo collaborazionista di Vichy. Dopo un breve periodo nell’Africa del Nord, che in futuro diventerà la sua patria di adozione, nel settembre del ’45 venne ferito in Francia e ricevette una decorazione al valor militare. Dopo la fine della guerra tornò in Martinica dove conseguì la maturità. In seguito, grazie ad una borsa di studio si trasferì a Lione, dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Influenzato dalle letture di Marx e Lenin, oltre che di Hegel e Nietzsche, Heidegger e Sartre, disegnò una linea antipositivistica di pensiero e di critica dell’individualismo borghese in cui maturò la consapevolezza dell’alienazione, che sperimentò in prima persona come intellettuale colonizzato.


Dopo aver conseguito la laurea nel 1951, Fanon tornò per l’ultima volta in Martinica, dove lavorò per un breve periodo come medico a Le Vauclin. Tornato in Francia dopo pochi mesi, venne destinato all’ospedale di Saint Alban de Losere. Nel 1952 sposò la cittadina francese Marie-Josèphe Dublé e nel 1954 accettò l’offerta di un posto all’ospedale di Blida-Joinville, città a sud di Algeri, uno dei più importanti ospedali dell’Africa settentrionale. Ivi entrò in contatto con alcuni gruppi esterni all’ospedale e incontrò alcuni tra i più importanti dirigenti rivoluzionari dell’Algeria, tra cui Abane Ramdane, uno dei leader del Fronte di Liberazione Nazionale.


A causa del suo lavoro clandestino a favore dell’indipendenza dell’Algeria, Fanon venne espulso dall’ospedale e dal paese. Nel 1957 si stabilì assieme alla moglie Josie e al figlio Oliver a Tunisi, divenuta nel frattempo sede della Direzione politica del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino. Qui divise il suo tempo tra l’impegno politico e l’attività psichiatrica nella clinica di La Manouba. Nel dicembre del 1958 partecipò, in qualità di membro della delegazione algerina, all’assise panafricana di Accra, nel Ghana, dove si svolse la Prima Conferenza dei Popoli Africana. In quella occasione ebbe modo di conoscere alcuni dei più importanti leader indipendentisti dell’Africa Nera, come Kwame Nkrumah e Patrice Lumumba. Nel giugno del 1959 fu vittima di un grave incidente nella regione di Oujda, lungo la frontiera tra Algeria e Marocco: la sua auto saltò su una mina. Trasportato a Roma clandestinamente per essere curato, sfuggì ad un attentato da parte di un organizzazione di ultranazionalisti francesi e tornò a Tunisi per passare la convalescenza.


Nel gennaio del 1960 partecipò come membro della delegazione algerina alla Seconda conferenza dei popoli africani e nel febbraio dello stesso anno si recò al Cairo, dove aveva sede il Ministero degli Esteri del Governo Provvisorio della Repubblica Algerina, assumendo l’incarico di rappresentante permanente presso il governo del Ghana.


In questa veste intervenne alla Conferenza per la pace e la sicurezza in Africa ad Accra e alla Conferenza afroasiatica a Conakry. In questo periodo compì diversi viaggi e missioni diplomatiche in Mali, Angola e Congo.


Alla fine del 1960 venne colpito dalla leucemia e decise di rientrare a Tunisi. Nel 1961 accettò di trascorrere in una clinica sovietica un periodo di alcune settimane e subito dopo chiese di essere inviato in qualità di rappresentante dell’Algeria a Cuba, ma le sue condizioni di salute glielo impedirono.


Decise di concentrare la sua attività sulla stesura de I dannati della terra . Nell’agosto del ’61 incontrò il filosofo Jean-Paul Sartre a Roma a cui chiese di scrivere la prefazione del libro che terminò pochi mesi prima di morire il 6 dicembre dello stesso anno.
I dannati della terra , il cui titolo rievoca le prime parole dell’«Internazionale», rappresentava un testo di rottura radicale con il marxismo egemone sia in Occidente che nei paesi del blocco socialista, ma che ben poco Fanon riteneva potesse applicarsi a realtà del tutto estranee all’Europa come quelle africane ed asiatiche.


Il primo punto di distacco fra il pensiero fanonista ed il marxismo classico risiede nel rapporto razza-classe all’interno del mondo coloniale. Nelle colonie infatti razza e classe si mescolano: non è la proprietà dei mezzi di produzione a determinare l’appartenenza ad una classe bensì la propria razza. Scrive Fanon: «Quando si scorge nella sua immediatezza il contesto coloniale, è evidente che ciò che divide il mondo è anzitutto il fatto di appartenere o meno, a una data razza. In colonia, l’infrastruttura economica è pure sovrastruttura. La causa è conseguenza: si è ricchi perché si è bianchi, si è bianchi perché ricchi. […] Non sono né le officine, né le proprietà terriere, né il conto in banca a caratterizzare in primo luogo la «classe dirigente». La specie dirigente è innanzitutto quella che viene da fuori, quella che non assomiglia agli autoctoni, gli altri.»₁


Un’altra caratteristica particolare del pensiero di Fanon concerne la valutazione delle capacità rivoluzionarie della classe contadina in contrasto con il proletariato urbano considerato dal pensatore martinicano del tutto interno al meccanismo della macchina coloniale. Per Fanon infatti «nei territori coloniali, il proletariato è il nucleo del popolo colonizzato più vezzeggiato dal regime coloniale. Il proletariato embrionale delle città è relativamente privilegiato. […] Nei paesi colonizzati il proletariato ha tutto da perdere. Rappresenta infatti la frazione del popolo colonizzato necessaria e insostituibile per il buon funzionamento della macchina coloniale: conducenti di tram, di tassì, minatori, scaricatori di porto, interpreti, infermieri, ecc.»₂


Inoltre, in contrasto rispetto a quanto ritenuto dalla maggior parte dei marxisti, per Fanon i compiti della rivoluzione borghese, cioè lo sviluppo dell’industria, la soluzione del problema agrario e la garanzia di uno Stato nazionale unificato e indipendente, nelle colonie non possono essere assolti dalla classe capitalista nazionale. Questa classe, legata ai proprietari terrieri, e in ultima analisi, alla coda del potere capitalista più forte, è completamente incapace di giocare il minimo ruolo indipendente e progressista. «La borghesia nazionale – scrive Fanon – che assume il potere alla fine del regime coloniale, è una borghesia sottosviluppata. La sua potenza economica è quasi nulla e, comunque, senza paragone con quella della borghesia metropolitana a cui intende sostituirsi. […] In seno a questa borghesia non si trovano né industriali, né finanzieri. La borghesia nazionale dei paesi sottosviluppati non è orientata verso la produzione, l’invenzione, la costruzione, il lavoro. Essa è interamente incanalata verso attività di tipo intermediario. Essere nel giro, nell’intrallazzo, tale sembra essere la sua vocazione profonda. La borghesia nazionale ha una psicologia d’uomini d’affari, non di capitani d’industria. […] Nel sistema coloniale una borghesia che accumuli capitale è un’impossibilità […] sembra che la vocazione storica d’una borghesia nazionale autentica in un paese sottosviluppato sia di negarsi in quanto borghesia, di negarsi in quanto strumento del capitale e di farsi totalmente schiava del capitale rivoluzionario costituito dal popolo».₃ A causa della debolezza intrinseca di questa borghesia, l’economia delle colonie all’indomani dell’indipendenza non viene modificata. «Nessuna industria viene insediata nel paese. Si continua a spedire le materie prime, si continua a fare di sé i piccoli agricoltori dell’Europa, gli specialisti di prodotti greggi».₄ Si consolida così quel sistema di rapporti neocoloniali fra centro e periferia messi in luce in seguito dai teorici della dipendenza (Paul Baran, André Gunder Frank, Theotonio Dos Santos, Samir Amin, Immanuel Wallerstein ecc…) secondo i quali la povertà e l’arretratezza dei paesi della periferia è il risultato del modo distorto e ingiusto di come questi si sono integrati nel sistema capitalistico mondiale.


Il giudizio di Fanon è dunque implacabile: nei paesi sottosviluppati la fase borghese dello sviluppo si rivela votata al fallimento. Nei paesi sottosviluppati non solo la borghesia non deve trovare le condizioni adatte al suo pieno fiorire ma il partito rivoluzionario delle masse e degli intellettuali deve sbarrarle la strada.


A distanza di mezzo secolo dalla tragica scomparsa di Frantz Fanon, la sua denuncia del colonialismo e del razzismo resta di una scottante attualità. Dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Costa d’Avorio alla Libia le politiche dei vecchi imperi coloniali sembrano essere tornate in auge. Benché I dannati della Terra debba essere dunque inserito all’interno del contesto storico nel quale fu scritto, la pertinenza delle idee in esso espresse si mantengono come strumenti efficaci per analizzare il mondo d’oggi dove la dominazione e lo sfruttamento sebbene abbiano cambiato apparenza, continuano ad esserci e ad essere retti dai medesimi meccanismi.

 

Note:


1. Frantz Fanon, I Dannati della Terra, Prefazione di Jean Paul Sartre, A cura di Liliana Ellena, Einaudi 2007, pag. 7
2. ibidem, pag.62
3. ibidem, pag.94
4. ibidem pag.96