Un'intervista di Domenico Losurdo sul "Chinese Social Sciences Today"

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Intervista di Tian Shigang | dal Blog di Domenico Losurdo 

 

"Chinese Social Sciences Today" del 29 novembre 2011


Chinese-Revolution-Poster-290x1861. Nel 2005, è uscito il Suo libro Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi. Perche Lei ha voluto scriverlo?


Il libro è uscito in prima edizione nel 1999. Era il momento in cui la fine della guerra fredda veniva letta come il fallimento irrimediabile di ogni tentativo di costruzione di una società socialista, come il trionfo definitivo del capitalismo e persino come la «fine della storia». In Occidente, questo modo di vedere le cose penetrava nella stessa sinistra: gli stessi comunisti dichiaravano sì di voler essere fedeli agli ideali del socialismo, ma subito aggiungevano che essi non avevano nulla a che fare con la storia dell’Urss e neppure con la storia della Cina dove – essi dichiaravano – si era verificata la «restaurazione del capitalismo». Al fine di combattere questa «fuga dalla storia», mi sono impegnato a spiegare la storia del movimento comunista dalla Russia della rivoluzione d’ottobre alla Cina emersa dalle riforme di Deng Xiaoping.


2. Secondo Lei, per quali motivi l’URSS è stata smembrata?


Nel 1947, nel momento in cui formula la politica del «containment», il suo teorico, George F. Kennan precisa che bisogna «accrescere enormemente le tensioni (strains) sotto le quali la politica sovietica deve operare», in modo da «promuovere tendenze che devono alla fine trovare il loro sbocco o nella rottura o nell’ammorbidimento del potere sovietico». Ai giorni nostri una politica non molto diversa seguono gli Usa nei confronti della Cina, che però nel frattempo ha accumulato una grande esperienza politica.


Al di là del containment, a determinare il crollo dell’Urss sono state le gravi debolezze interne. Conviene riflettere su una celeberrima tesi di Lenin: «Senza teoria rivoluzionaria niente rivoluzione». Il partito bolscevico possedeva certo una teoria per la conquista del potere; ma se per rivoluzione s’intende non solo l’abbattimento del vecchio ordinamento ma anche la costruzione del nuovo, i bolscevichi e il movimento comunista erano sostanzialmente privi di una teoria rivoluzionaria. Non può certo essere considerata una teoria della società post-capitalistica da costruire l’attesa messianica di un mondo in cui sono totalmente dileguati gli Stati, le nazioni, il mercato, il denaro ecc. Il PCUS ha avuto il grave torto di non fare alcuno sforzo reale per colmare questa lacuna.


3. Secondo Lei, quali caratteri e quali significati ha la rivoluzione cinese?


Agli inizi del Novecento la Cina era parte integrante del mondo coloniale e semicoloniale, assoggettato dal colonialismo e dall’imperialismo. Un momento di svolta nella storia mondiale è stato rappresentato dalla rivoluzione di ottobre, che ha promosso e ispirato un’ondata anticolonialista di dimensioni planetarie. Successivamente, il fascismo e il nazismo sono stati il tentativo di rivitalizzare la tradizione coloniale. In particolare, la guerra scatenata dall’imperialismo hitleriano e dall’imperialismo giapponese rispettivamente contro l’Unione sovietica e contro la Cina sono state le più grandi guerre coloniali della storia. E dunque Stalingrado nell’Unione sovietica e la Lunga Marcia e la guerra di resistenza anti-giapponese in Cina sono state due grandiose lotte di classe, quelle che hanno impedito all’imperialismo più barbaro di realizzare una divisione del lavoro fondata sulla riduzione di grandi popoli a una massa di schiavi al servizio delle presunte razze dei signori.


Ma la lotta di emancipazione dei popoli in condizioni coloniali e semi-coloniali non si esaurisce con la conquista dell’indipendenza politica. Già nel 1949, all’immediata vigilia della conquista del potere, Mao Zedong aveva insistito sull’importanza dell’edificazione economica: Washington desidera che la Cina si «riduca a vivere della farina americana», finendo così col «diventare una colonia americana». E cioè, senza la vittoria nella lotta per la produzione, agricola e industriale, la vittoria militare era destinata a rivelarsi fragile e inconcludente. In qualche modo Mao aveva previsto il passaggio dalla fase militare alla fase economica della rivoluzione anticolonialista e anti-imperialista.


Cosa succede ai giorni nostri? Gli Usa stanno trasferendo in Asia il grosso del loro dispositivo militare. Sull’agenzia Reuter del 28 ottobre 2011 si può leggere che una delle accuse da Washington rivolte ai dirigenti di Pechino è quella di promuovere o di imporre il trasferimento di tecnologia dall’Occidente in Cina. E’ chiaro: gli Usa avrebbero voluto mantenere il monopolio della tecnologia anche al fine di continuare a esercitare l’egemonia e persino un indiretto dominio neo-coloniale; in altre parole, ancora ai giorni nostri, la lotta contro l’egemonismo si svolge anche sul piano dello sviluppo economico e tecnologico. E’ un punto che, purtroppo, la sinistra occidentale, non sempre riesce a comprendere. Occorre allora ribadirlo con forza: rivoluzionaria non è soltanto la lunga lotta con cui il popolo cinese ha posto fine al secolo delle umiliazioni e ha fondato la Repubblica Popolare; rivoluzionaria non è soltanto l’edificazione economica e sociale con cui il Partito comunista cinese ha liberato dalla fame centinaia di milioni di uomini; anche la lotta per rompere il monopolio imperialista della tecnologia è una lotta rivoluzionaria. C’è l’ha insegnato Marx. Sì, egli ci ha insegnato che già la lotta per superare nell’ambito della famiglia la divisione patriarcale del lavoro è una lotta rivoluzionaria; sarebbe ben strano se non fosse una lotta di emancipazione la lotta per porre fine a livello internazionale alla divisione del lavoro imposta dal capitalismo e dall’imperialismo, la lotta per liquidare definitivamente quel monopolio occidentale della tecnologia che non è un dato naturale ma il risultato di secoli di dominio e di oppressione!


4. Nel 2005 è stato pubblicato il Suo libro Controstoria del liberalismo, che ha conseguito un gran successo (in un anno è stato ristampato 3 volte ed è stato poi tradotto in molte lingue). Quale significato ha questo titolo?


Il mio libro non disconosce i meriti del liberalismo, che ha messo in evidenza il ruolo del mercato nello sviluppo delle forze produttive e ha sottolineato la necessità della limitazione del potere (sia pure solo a favore di una ristretta comunità di privilegiati). Controstoria del liberalismo polemizza contro l’autocelebrazione e la visione apologetica a cui si abbandonano il liberalismo e l’Occidente liberale. E’ una tradizione di pensiero nell’ambito della quale la celebrazione della libertà è accompagnata da terribili clausole d’esclusione a danno delle classi lavoratrici e, soprattutto, dei popoli coloniali. John Locke, padre del liberalismo, legittima la schiavitù nelle colonie ed è azionista della Royal African Company, la società inglese che gestisce il traffico e il commercio degli schiavi neri. Ma, al di là delle singole personalità, è più importante il ruolo dei paesi che maggiormente incarnano la tradizione liberale. Uno dei primi atti di politica internazionale dell’Inghilterra liberale, scaturita dalla Glorious Revolution del 1688-89, è di assicurarsi il monopolio del traffico degli schiavi neri.


Ancora più rilevante è il ruolo svolto dalla schiavitù nella storia degli Usa. Per trentadue dei primi trentasei anni di vita degli Stati Uniti a occupare il posto di Presidente sono proprietari di schiavi. E non è tutto. Per alcuni decenni gli Usa si sono impegnati a esportare la schiavitù con lo stesso zelo con cui oggi pretendono di esportare la «democrazia»: a metà dell’Ottocento essi reintroducono la schiavitù nel Texas precedentemente strappato al Messico con la guerra.


Certo, prima l’Inghilterra e poi gli Stati Uniti si sentono costretti ad abolire la schiavitù, ma gli schiavi neri vengono sostituiti dai coolies cinesi e indiani, essi stessi sottoposti a una forma appena camuffata di schiavitù. Peraltro, anche dopo l’abolizione formale dell’istituto della schiavitù, gli afroamericani continuano a subire un’oppressione così feroce, che un eminente storico statunitense (George M. Fredrickson) ha scritto: «gli sforzi per preservare la “purezza della razza” nel Sud degli Stati Uniti anticipavano alcuni aspetti della persecuzione scatenata dal regime nazista contro gli ebrei negli anni trenta del Novecento».


Quando comincia a cadere in crisi negli Usa il regime di supremazia bianca, di oppressione e discriminazione razziale a danno in primo luogo dei neri? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia invia alla Corte Suprema, impegnata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista e suscita dubbi anche tra le nazioni amiche sull’intensità della nostra devozione alla fede democratica». Washington ­– osserva lo storico statunitense (C. Vann Woodward) che ricostruisce tale vicenda – ­ correva il pericolo di alienarsi le «razze di colore» non solo in Oriente e nel Terzo Mondo ma nel cuore stesso degli Stati Uniti. E’ solo a questo punto che la Corte Suprema si decide a dichiarare incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche.


C’è un paradosso in questa vicenda. Ai giorni nostri Washington non si stanca di rimproverare alla Cina la mancanza di democrazia; vale però la pena di notare che un elemento essenziale della democrazia, qual è il superamento della discriminazione razziale, si è realizzato negli Usa grazie alla sfida rappresentata dal movimento anticolonialista mondiale di cui la Cina era ed è parte integrante.


5. A mio parere, fra le tante edizioni italiane del Manifesto del partito comunista, tre sono famose: quella di Antonio Labriola, quella di P. Togliatti e la Sua del 1999. Secondo Lei, quale significato il capolavoro di Marx e Engels ha per i marxisti d’oggi?


Nell’Introduzione all’edizione italiana del Manifesto del partito comunista, ho cercato di ricostruire il secolo e mezzo di storia trascorso dalla pubblicazione nel 1848 di questo testo straordinario. Per comprenderne il significato può essere utile un confronto. Otto anni prima un’altra grande personalità dell’Europa dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville, pubblica il secondo libro della Democrazia in America e, in un capitolo centrale, afferma già nel titolo che «le grandi rivoluzioni diventeranno rare». Sennonché, se prendiamo il secolo o secolo e mezzo successivo all’anno (1840) in cui cade l’affermazione del liberale francese, ci accorgiamo che si tratta del periodo forse più ricco di rivoluzioni della storia universale.


Non c’è dubbio: nel prevedere la rivolta contro il capitalismo, contro un sistema che comporta la «trasformazione in macchina» dei proletari e la loro degradazione a «strumenti di lavoro», a «accessorio della macchina», ad appendice «dipendente e impersonale» del capitale «indipendente e personale», nel prevedere tutto ciò, il Manifesto del partito comunista ha saputo guardare più lontano. Nel descrivere con straordinaria lucidità e lungimiranza quella che oggi chiamiamo globalizzazione, Marx ed Engels sanno bene che si tratta di un processo contraddittorio, caratterizzato (nell’ambito del capitalismo) da colossali crisi di sovrapproduzione, che comportano la distruzione di enormi quantità di ricchezza sociale e l’immiserimento di masse sterminate di uomini e donne. Per di più, si tratta di un processo carico di conflitti, che possono persino sfociare in una «guerra industriale di annientamento tra le nazioni». Siamo portati a pensare alla prima guerra mondiale.


E’ contro questo mondo che il Manifesto del partito comunista evoca sia rivoluzioni proletarie, sia «rivoluzioni agrarie» e di «liberazione nazionale». In tal modo Marx ed Engels anticipano uno scenario che si realizzerà nel Terzo Mondo, ad esempio in Cina.


A proposito di quest’ultimo paese si può fare un’ultima considerazione. Il Manifesto del partito comunista prevede l’avvento di un’economia globalizzata, caratterizzata «da industrie nuove, la cui introduzione diventa una questione di vita e di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più materie prime locali, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti diventano oggetto di consumo non solo all’interno del paese, ma in tutte le parti del mondo». E cioè, pur concentrando lo sguardo sull’Europa, il testo di Marx ed Engels finisce col fornire indicazioni preziose anche per i paesi del Terzo Mondo che vogliono conseguire uno sviluppo economico indipendente.


6. Secondo Lei, quali contributi ha dato alla teoria marxista Antonio Gramsci?


Direi che sono almeno quattro i contributi che provengono dall’opera di questo grande pensatore.


a) Gramsci ha messo in evidenza la centralità dell’«egemonia» per la conquista e il mantenimento del potere politico. In un testo del 1926 egli chiarisce: il proletario rivela matura coscienza di classe solo allorché si innalza a una visione della sua classe di appartenenza quale nucleo dirigente di un blocco sociale molto più ampio, chiamato a portare la rivoluzione alla vittoria.


b) In secondo luogo Gramsci rivela piena consapevolezza della complessità del processo di costruzione del socialismo. Agli inizi, esso sarà «il collettivismo della miseria, della sofferenza». Ma non ci si può fermare qui, occorre impegnarsi per lo sviluppo delle forze produttive. In tale quadro va collocata l’importante presa di posizione di Gramsci a proposito della Nep (della Nuova Politica Economica introdotta dopo la fine del «comunismo di guerra»). La realtà dell’Urss del tempo ci mette in presenza di un fenomeno «mai visto nella storia». una classe politicamente «dominante» viene «nel suo complesso» a trovarsi «in condizioni di vita inferiori a determinati ele­men­ti e strati della classe dominata e soggetta». Le masse popolari che continuano a soffrire una vita di stenti sono disorientate dallo spettacolo del «nepman [l‘uomo della Nep] impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra»; e, tuttavia, ciò non deve costituire motivo di scandalo o di ripulsa, in quanto il proleta­riato, come non può conquistare il potere, così non può nep­pure mantenerlo se non è capace di sacrificare interessi particolari e im­mediati agli «interessi generali e permanenti della classe». Va da sé che poi questa situazione deve essere superata. L’approccio qui suggerito da Gramsci potrebbe essere utile alla sinistra occidentale per comprendere la realtà di un paese quale la Cina di oggi.


c) Gramsci ci fornisce indicazioni preziose anche su un altro punto. Dobbiamo immaginarci il comunismo come il totale dileguare non solo degli antagonismi di classe, ma anche dello Stato e del potere politico, nonché delle religioni, delle nazioni, della divisione del lavoro, del mercato, di ogni possibile fonte di conflitto? Mettendo in discussione il mito dell’estinzione dello Stato e del suo riassorbimento nella società civile, Gramsci ha fatto notare che la stessa società civile è una forma di Stato; ha inoltre sottolineato che l’internazionalismo non ha nulla a che fare col misconoscimento delle peculiarità e identità nazionali, le quali continueranno a sussistere ben oltre il crollo del capitalismo; quanto poi al mercato, Gramsci ritiene che converrebbe parlare di «mercato determinato» piuttosto che di mercato in astratto. Gramsci ci aiuta a superare il messianismo, che ostacola gravemente la costruzione della società post-capitalistica.


d) Infine. Pur condannando il capitalismo, i Quaderni del carcere si rifiutano di leggere la storia moderna e le rivoluzioni borghesi come un trattato di «teratologia», cioè come un trattato che si occupa di mostri. Noi comunisti dobbiamo saper criticare gli errori anche gravi di Stalin, di Mao o di altri dirigenti, senza mai ridurre questi capitoli di storia del movimento comunista a «teratologia», a storia di mostri.