I comunisti ternani dagli Arditi del popolo alla Resistenza

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Livorno 1921

“Vedi Bruna, il 21 gennaio 1921 a Livorno, dopo una discussione conflittuale tra diverse correnti del PSI, noi comunisti terzinternazionalisti uscimmo dal teatro Goldoni e, cantando forte l’Internazionale, ci dirigemmo verso il teatro San Marco per continuare il nostro lavoro e per fondare il nuovo Partito Comunista Italiano. Intorno a noi e dietro di noi, ingenti forze dell’ordine. Quel teatro San Marco era in una condizione di abbandono: era stato utilizzato durante la guerra come deposito militare. Qui noi delegati comunisti stavamo in piedi perché non c’erano panche, non c’erano sedili; i vetri delle finestre mancavano, dal tetto con grandi crepe penetrava la pioggia e fummo costretti ad aprire gli ombrelli; il pavimento era tutto sconnesso”. A queste parole dell’ormai anziano Carlo Farini rimasi a bocca aperta per lo stupore e lo sconcerto insieme, perché, nel mio immaginario politico giovanile (studentessa diciassettenne al Liceo Classico di Terni) mi ero prefigurata per la nascita del Partito Comunista una sede se non sontuosa, comunque decorosa e dignitosa. Carlo Farini, nativo (1895) di Russi di Romagna, nel 1914 partecipa ai moti della Settimana Rossa. Segretario della Federazione socialista giovanile umbra fino al 1920 e collaboratore de La Turbina, periodico dei socialisti ternani, partecipa al Congresso del PSI aderendo alla Internazionale Comunista (28 novembre 1920) ed è tra i fondatori del PCdI a Livorno. Capo degli Arditi del Popolo [AdP] a Terni, perseguitato politico dal fascismo, emigra clandestinamente in Francia, poi nel 1933 in URSS. Volontario (1937) nella guerra civile spagnola, internato a Vernet, in Francia, confinato (1942) a Ventotene, è, dopo l’8 settembre 1943, membro del Triumvirato Insurrezionale del PC in Liguria. Dal 1946 al 1958 è deputato alla Camera. Dirige il PCI ternano. Muore nel 1974. [Antonelli 1995]. A Carlo Farini all’epoca noi giovani della FGCI di Terni facevamo sempre tante domande sul PSI e sul PCdI. Quattro giorni dopo la nascita del PCdI, la III Internazionale comunista, sorta per opera di Lenin nel marzo 1919, dichiarava che esso rappresentava l’unica Sezione Internazionale Comunista in Italia. La nascita del PCdI voleva essere una risposta alle esigenze oggettive della crisi del dopoguerra; il PSI con le sue molteplici “anime”, non aveva un piano della Rivoluzione, non aveva una direzione politica efficiente; la rivoluzione per i socialisti si fondava sulla “fede”, “su una visione escatologica della crisi in atto” [Arfé: 268], cioè su una visione meccanicistica, o meglio, positivistico-darwiniana.

Gli Arditi del Popolo a Terni

A Terni il PCdI nasceva subito dopo il XVII Congresso nazionale socialista ad opera di Carlo Farini, coadiuvato dall’operaio Giuseppe Giovan - netti. Sulla fine del 1921 si svolse a Terni il Congresso dei giovani socialisti e questi (alla presenza di Ruggero Grieco) per il 90% aderirono alla frazione comunista. Intanto, in tutta l’Umbria cominciarono ad organizzarsi le squadre fasciste, mentre a Terni il Fascio, oltre a tardare a nascere (nel gennaio del 1920 con otto elementi), rimaneva inattivo perché la classe operaia ternana era decisamente ostile. Nell’aprile del 1921 veniva incendiata la tipografia del giornale socialista “la Turbina”, a cui Farini collaborava. Gli squadristi ternani cominciavano a muoversi contro i leader del movimento operaio, contro le sedi dei Partiti, le case del popolo, contro le camere del lavoro CGL e USI (Unione Sindacale Italiana), contro le cooperative, contro il municipio conquistato dai socialisti nel 1920. Contro gli attacchi proditori e violenti, immediata fu la risposta delle forze democratiche (comunisti, socialisti, repubblicani, anarchici, ancora abbastanza numerosi a Terni). Carlo Farini, ventiseienne, dava vita all’organizzazione degli AdP. Essi avevano il compito di rispondere armati alla violenza armata fascista. Il 25 maggio 1921, durante le elezioni politiche, squadre di fascisti provenienti da Rieti assaltavano Papigno. Gli abitanti rispondevano armati e le donne gettavano sui fascisti secchi di acqua bollente costringendoli alla ritirata. Farini ebbe il compito di coordinare gli AdP non solo a Terni ma anche in varie città dell’Umbria. A Terni il loro numero arrivò a ben 700 unità circa [Da Rizi: 119]. Il 30 ottobre del 1921 in tutta l’Umbria il Ministero degli Interni ne valutava il numero in 650. Il 20 e il 30 luglio in varie città dell’Umbria si firmava tra socialisti-AdP e fascisti il Patto di pacificazione. A Terni firmarono le forze sindacali e i partiti democratici, ma non gli AdP, perché la classe operaia ternana e il comunista Farini sostenevano che occorreva la fine della violenza fascista perché si giungesse ad una pacificazione reale. Questo fatto ci fa comprendere l’alto grado di coscienza politica e nello stesso tempo l’irriducibile fermezza e convinzione raggiunte dal movimento operaio ternano, al quale era chiaro il connubio tra grande capitale, grandi industrie italiane e ternane e i proprietari terrieri agrari. Ma i fascisti, sperimentata l’acquiescenza dello Stato e delle forze dell’ordine e anche della Magistratura che non puniva le violenze fasciste, fecero saltare il Patto di pacificazione, affibbiandone la responsabilità agli AdP. Cominciò così ad affievolirsi la resistenza all’azione squadristica in Umbria, ma non a Terni, dove le forze popolari ed operaie ed i partiti e i movimenti di opposizione si erano dati un’organizzazione solida e tenace. Il 25 luglio 1921 Farini partecipava al primo Congresso a Roma degli AdP. Ne diventava membro del Direttorio nazionale e faceva parte della redazione del giornale l’Ardito del Popolo [Sscheda personale di Carlo Farini in Archivio dell’Istituto storico A. Gramsci di Roma]. Il 28 luglio 1921 fu presa d’assedio la casa di Carlo Farini e del padre Pietro e anche la farmacia cooperativa di quest’ultimo. Tre giorni prima, 11 AdP furono arrestati, a causa di un infiltrato, un certo Testa di Roma, alla stazione di Terni, diretti a Roma e denunciati per appartenenza a banda armata. Il processo si svolse prima a Spoleto, poi alla Corte di Appello di Perugia. Eccone i nomi: Amedeo Quintili, anni 29; Carlo Liuloni, 17 anni, operai; Arnaldo Lippi, operaio repubblicano; Pietro Lello, 23 anni, comunista, operaio intagliatore; Augusto Morresi; Ubaldo Funari, 19 anni; Vincenzo Galeazzi, operaio; Otello Vantaggi, operaio; Alido Berselli, 18 anni, operaio comunista; Arturo Branca, operaio; Giovanni Mariani, 25 anni; Francesco Miccioni, 27 anni. Solo alcuni furono assolti, gli altri furono condannati a diverse pene carcerarie [Antonelli 1995]. A Terni, sempre nel 1921, in agosto, furono arrestati Primo Nocchi (comunista), Stefano Peri (anarchico), Renato Botondi (socialista) per banda armata (AdP) e per il ferimento di uno squadrista fascista: Carlo Galassi. Nel medesimo anno Eduardo Grassi di Papigno (1901), Otello Bizzarri (1894) e Nazzareno Ciceroni (1892) furono arrestati per “attentato e complotto contro i poteri dello Stato ed incitamento all’odio di classe”, e Luigi Compagna per attività insurrezionale.

I primi anni del PCdI a Terni

Nel marzo 1922 a Roma si teneva il II Congresso del Partito; vi partecipava Farini; non si ha notizia di altri partecipanti ternani. Il 12 marzo il Partito lanciava la parola d’ordine del Fronte Unico Popolare nel tentativo di bloccare l’ormai dilagante fascismo squadrista. Caduta a Terni l’ultima amministrazione socialista (ottobre 1922), il PCdI subì una forte crisi organizzativa. Nell’agosto 1923 si tenne a Roma il Convegno regionale dei comunisti umbri su proposta di “Lopez” (Farini) che sul finire del 1922 era stato costretto dai fascisti ad emigrare nella capitale; in quel medesimo anno 1923 era diventato membro del Comitato federale del Lazio e amministratore del PCdI del Lazio. Nell’estate, insieme a Gigante, aveva organizzato a Roma lo sciopero estivo di 18.000 edili. Al Convegno parteciparono anche un altro comunista ternano, due di Orvieto e altri rappresentanti dell’Umbria. A Terni e a Narni alcune fabbriche avevano ancora degli iscritti ed il Partito era presente anche tra i tranvieri. Nel 1923-24 a Terni si verificava il passaggio dei socialisti internazionalisti del PSI al PCdI. Si ebbe così una ripresa. Nelle elezioni del 1924 il padre di Carlo, Pietro Farini (attivo socialista, farmacista, costretto a fuggire a Montecelio nel Lazio, poi a Roma, poi emigrato clandestino con la moglie Malvina a Mosca) si presentava nella lista elettorale comunista di Unità Proletaria nelle elezione politiche per la circoscrizione umbro-sabina. Il 17 Giugno a Mosca si teneva il V Congresso dell’Internazionale comunista. Il 27 giugno in Italia il PCdI indiceva uno sciopero generale di 24 ore contro l’assassinio di Giacomo Matteotti; vi parteciparono mezzo milione di lavoratori. Il Partito Comunista a Terni riprendeva a svolgere cauta attività di propaganda e agitazione. Il comunista Comunaldo Morelli, a cavallo tra novembre e dicembre 1924, dopo l’omicidio Matteotti, provava a creare un Comitato di forze politiche (riformisti, massimalisti, anarchici, popolari, repubblicani etc.) per dar vita ad una qualche risposta unitaria antifascista secondo le indicazioni nazionali. L’eterogeneità delle posizioni politiche e i contrasti tra esse impedirono di fatto un qualche risultato positivo. Morelli con altri due comunisti membri della Commissione interna, aveva organizzato nell’estate uno sciopero delle maestranze dello Jutificio Centurini, a stragrande occupazione femminile (80- 85%). Nella città industriale di Terni e in quella vicina di Narni il Partito si muoveva in modo “sotterraneo”. La situazione per le masse popolari, per gli operai non era più sopportabile a causa del caro-viveri, per la stagnazione, o meglio la diminuzione dei salari che rimanevano bassi e decisamente insufficienti per i bisogni della popolazione.

La cellula comunista alle Acciaierie

Nel 1924 un nuovo quadro dirigente e militante si affermava: Alfredo Filipponi, Arcangelo Pancrazi, Gustavo Ceccarelli, Giuseppe Domiziani, Ettore Suadoni, Comunaldo Morelli. Nell’ottobre del 1924, sostituito Bordiga da Gramsci alla Segreteria nazionale, si tenne a Roma, in un’osteria a Monteverde, un’importante riunione a cui partecipavano diversi delegati umbri e un nutrito gruppo di comunisti ternani: oltre a Farini, già a Roma, Filipponi, Pancrazi, Ceccarelli, Morelli, Pellicciari, De Santis, Emilio De Angelis e Suadoni. Quel convegno, secondo vari testimoni, era presieduto da Gramsci. Il Partito ternano, secondo le decisioni prese in questo incontro, provvedeva alla propria organizzazione e alla formazione e diffusione di “cellule” nelle fabbriche della città. Questo attivismo portò ad organizzare, nel marzo 1925, due comizi davanti alle Acciaierie: con il deputato Guido Picelli, l’eroico difensore di Parma (1922) contro lo squadrismo fascista, passato dal PSI al PCdI nel 1924 (e morto combattendo in Spagna nel 1937), interrotto dopo 10 minuti da militi fascisti contro i quali si rivoltarono gli operai; e con il deputato Antonio Graziadei alle Officine Forni [ACS, PS, 1925, 137]. Filipponi, che aveva presentato il comizio di Picelli, fu arrestato e fece tre mesi di carcere. Alla fine di marzo la cellula comunista delle Acciaierie contava 58 iscritti. A Terni e Narni risultavano 322 iscritti distribuiti in 30 cellule, di cui sei di fabbrica (Carburo di Collestatte, Acciaierie, Car - buro di Papigno, fabbriche di Terni; Carburo, Elettrocarbonio, Linoleum di Narni per un totale di 132 iscritti) [ACS, PS, 1925, b.134]. Il sei agosto 1925 a Milano veniva arrestato Umberto Terracini; stessa sorte toccò ad altri 32 dirigenti del Partito. Nonostante le difficoltà oggettive nell’autunno del 1925, i comunisti di Terni riuscivano a rafforzarsi e a fare propaganda nelle fabbriche; venivano operati 24 fermi in città e 11 a Papigno dopo il ritrovamento da parte della polizia fascista di tessere del Soccorso Rosso e sottoscrizioni a l’Unità. Il primo numero di questo giornale era uscito il 12 gennaio 1924 ed il titolo, che era “un programma”, era stato suggerito da Vienna da Gramsci.

In preparazione del Congresso di Lione

Intanto si organizzava la riunione preparatoria per il III congresso del PCdI che si sarebbe tenuto a Lione. Il Congresso umbro si teneva a Roma tra il 15 ed il 16 dicembre 1925 alla barriera Nomentana [Rossi, Fedeli, Farini]. Veniva presieduto da Gram - sci, secondo la testimonianza di Pietro Farini [Farini: 271-272]. Fu presa un’importante decisione: veniva stabilito che Terni fosse la sede del Comitato Fede - rale dell’Umbria; si eleggeva inoltre per Terni una segreteria di tre persone: Alfredo Filipponi, Ettore Suadoni e Arcangelo Pancrazi. “Il comitato di zona è affidato a Cesare Masserini, Pietro Piermarini, Enrico Bottegoni e Giovanni Speranza” [Gubitosi: 51]. Dopo quel Congresso, i tre della Segreteria sceglievano di creare il CF di Terni che comprendeva, oltre a loro stessi, Pietro Lello, Pietro Ciani (di Marmore), Gustavo Ceccarelli e Giuseppe Rosi. Il fatto che la sede del Comitato Federale dell’Umbria fosse stata dislocata a Terni sta ad indicare che la città, eminentemente operaia, dava affidabilità e credibilità.

Il Convegno di Narni

Il nucleo iniziale del PCdI si era in parte disperso a causa della reazione squadristica fascista. Il 17 gennaio 1926 veniva organizzato un Convegno a Narni presso la trattoria di Amedeo Gallinella. Su questa riunione clandestina, che vide la presenza di comunisti di Terni, Foligno, Rieti e due di Roma, mi soffermerò in modo più dettagliato per evidenziare i sotterfugi e gli stratagemmi cui dovevano ricorrere gli antifascisti per incontrarsi e organizzare azioni politiche. La riunione segreta ebbe luogo in un’osteria, in una sala al primo piano, sulla strada Narni- Sangemini a circa 4-5 km dalla stazione di Narni. Il gestore veniva definito nelle carte della polizia “di ottima moralità e politicamente insospettabile”. Nello Proietti di Narni aveva commissionato a Ro - svaldo Serafini, “giovane di buona condotta morale e alieno dalla politica” di prenotare, per dieci-dodici persone, per il giorno 17 febbraio, colazione e pranzo. La prenotazione era stata presa dalla moglie di Gallinella, Maria Morelli. Il pranzo fu servito verso le dodici e trenta. Quando l’oste, o la moglie o la figlia entravano nella sala, i convenuti ridevano, scherzavano e brindavano; così i gestori non colsero alcuna parola di natura politica. Nello Proietti fu costretto a dichiarare, a seguito delle sevizie della po- lizia, che fu Filipponi, segretario del Partito ad incaricarlo fin dall’8-9 gennaio di preparare il convegno. La riunione prese a pretesto il festeggiamento di un tale Antonio (in realtà inesistente), secondo le carte della polizia, o per festeggiare Sant’Antonio Abate ricorrente il 17 gennaio, secondo invece la testimonianza di Filipponi. I convenuti erano 13 e per riconoscersi avevano nella tasca destra, ben visibile, il giornale fascista La Fiamma, edito a Foligno. Fu una lunga riunione durata dalle 9 del mattino alle 16. Nel corso del convegno, che aveva al primo punto la commemorazione della morte di Lenin (21 gennaio 1924) tramite l’organizzazione della “settimana di Lenin, fu dato incarico a Nello Proietti di Narni di formare un Comitato per la stampa comunista per tutta l’Umbria, ed a Ulderico Ferroni, nato a Foligno, e residente a Narni, di organizzare la lega dei contadini a partire da un primo nucleo che già contava 30 inscritti. Constatato il felice risultato della sottoscrizione del Soccorso Rosso internazionale pro-vittime politiche, accolto – scrive la PS – “con simpatia specialmente nella classe dei contadini ai quali si dà prova del come vengono sovvenzionate le famiglie dei comunisti arrestati” il partito fu suddiviso in “legale” ed “illegale” per salvaguardarlo dalle conseguenze delle leggi speciali sulle associazioni e si diedero istruzioni ai fiduciari di denunciare alla Polizia, come componenti le Sezioni, solamente i sovversivi più noti, celando gli altri. Si pose la questione dell’organizzazione militare in seno al Partito e si decise di tenere un’altra riunione a Narni ritenuta località che offre meno pericolo di essere scoperti. Da Roma sarebbe dovuto intervenire l’On. Inna - morati che, però, non partecipò ed inviò Mario Santucci “giovane bruno, membro della Federazione Umbra, che vestiva un paletot verde scuro, che suole viaggiare spesso e che parla bene, ed un altro che si ritiene da Milano, ma residente in Roma dove esercita il mestiere di tornitore, che si occupa principalmente della sottoscrizione del soccorso rosso: tipo biondo, vestiva paletot chiaro con apertura posteriore. Le spese 160 lire pel pranzo e 150 per i viaggi, furono sostenute da quest’ultimo” [ACS, PS b117, f.24, Prefetto di Roma, Min. Int. 25-1-1925]. Nel tempo tra la colazione e il pranzo, i convenuti si fecero portare un mazzo di carte per fingere di giocare. E quando qualcuno della trattoria entrava nella stanza alzavano il bicchiere di vino gridando “Viva Antonio”. La riunione non destò alcun sospetto negli esercenti. I convenuti erano in 13; due da Roma, 5 da Narni, 4 da Terni, 1 da Rieti e uno da Foligno.

Ondata di arresti

Dopo qualche giorno, il 24 gennaio, Filipponi di Terni, incaricava Angelo Pancrazi di consegnare “un voluminoso pacco di manifesti sovversivi dal titolo ‘La settimana di Lenin’ (21-28 gennaio)” firmati “I comunisti” affinché tramite Nunziante Nastri fosse recapitato a Lamberto Piccirilli, attivissimo comunista di Rieti. Ma due solerti funzionari dello Stato, il Commissario di P.S. Alessandro Feliciangeli e il Capitano dei Carabinieri, Cavalier Petrini di Rieti, tenevano sotto controllo gli antifascisti tramite irruzioni nelle loro abitazioni. La sera del medesimo giorno Nastri, arrivato a casa a Rieti molto tardi, non poté consegnare il pacco al Piccirilli; durante la notte la sua abitazione fu perquisita. Fu costretto a parlare. Dopo più di 100 perquisizioni domiciliari, tra gennaio e i primi di febbraio, furono arrestati ben 42 antifascisti di Terni, Papigno, Arrone, Collestatte e 15 di Narni. In totale 56. Piccirilli di Rieti si diede latitante e fu arrestato ad Antrodoco il 21 febbraio 1926; nello stesso giorno furono arrestati a Narni Ferroni e Proietti. Tutti gli arrestati furono condotti al carcere di Rieti con l’accusa di aver propagato l’odio tra le classi, distribuito volantini clandestini e offeso il capo del Governo Mussolini. Subirono sevizie e torture fisiche; rimasero a Rieti per diversi mesi, poi furono trasferiti per 4 giorni a Terni nel carcere di Via Carrara. In seguito, legati alla stessa catena, furono tradotti alla stazione di Terni per essere condotti a Roma. Filipponi racconta nel suo Diario la partenza e l’arrivo a Regina Coeli [Gubitosi: 52-53]. Dopo 6 mesi iniziò il processo, durato sei sedute (dal 29 Maggio al 19 Giugno), presso la VII sezione del Tribunale penale di Roma. Erano assistiti da un Collegio di Difesa. I processi erano molto sbrigativi e formali; gli avvocati di ufficio parlavano brevemente secondo le linee dell’accusa e, talvolta, riuscivano a fare il loro dovere e non senza correre pericoli. Questo l’elenco dei processati tratto dall’istruttoria: “Filipponi Alfredo di Terni; Pancrazi Arcangelo di Terni; Dorazi Florio di Rieti; Nastri Nunziante di Rieti; Piccirilli Lamberto di Rieti; Proietti Nello di Narni; Ferroni Ulderico di Foligno, ma residente a Narni; Pasqualini Pasquale di Narni; Santucci Mario di Foligno. Sono stati ritenuti responsabili dei reati loro ascritti già segnalati e condannati alla pena di mesi dieci e giorni 15 di reclusione e Lire 600 di multa ciascuno” [Archivio Cen - trale dello Stato, PS, Prefettura di Roma al M.I, 25- 6-1926, b.117, f. 24]. Il Convegno di Narni aveva “provato un’attività co- munista con tendenze ad insinuarsi fra le maestranze degli stabilimenti industriali della zona ternana” [ACS PS, anno 1927, b. 168, f. 54. Lettera dei CCRR al comando dei CCRR di Ancona e al Prefetto di Terni] e della Sabina, ma aveva dato un grosso colpo all’organizzazione del PcdI.

Il regime fascista

Nel 1925-26, alla violenza squadristica seguivano le leggi eccezionali dello Stato e l’istituzione del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, in netto contrasto con lo stesso statuto albertino (già di per sé reazionario) che nell’articolo 71 sanciva: “Niuno può essere distolto dai suoi Giudici naturali. Non potranno perciò essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie”. Antonio Gramsci, già nel maggio 1920, nella relazione fatta a nome delle organizzazioni torinesi dal titolo “Per il rinnovamento del partito socialista”, con acuta e rigorosa analisi marxista, aveva così scritto: “la fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i Sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato” [Gramsci: 78]. E poco dopo, a novembre 1920: “il fascismo è la fase preparatoria della restaurazione dello Stato, cioè di un rincrudimento della reazione capitalistica, di un inasprimento della lotta capitalistica contro le esigenze più vitali della classe operaia. Il fascismo è l’illegalità della violenza capitalistica: la restaurazione dello Stato è la legalizzazione di questa violenza” [Avanti!, edizione Piemontese, 24/11/1920]. Era iniziato il Regime e la persecuzione poliziesca brutale e feroce. A Terni, come nel Paese, le scelte economiche rafforzavano le classi dominanti degli industriali e degli agrari. Negli anni ’26-’27 si aprì uno scontro nel PNF umbro sulla cessione alla Società Terni – contro la volontà del Podestà e Segretario del PNF di Terni, On.le Elia Rossi Passavanti - dell’uso della forza idrica dei fiumi Velino-Nera.

Campi e fabbriche

Nelle campagne ternane, ove prevaleva la mezzadria, si erano introdotte variazioni contrattuali a discapito, ovviamente, del mezzadro; l’agrario poteva disdire il contratto a suo piacimento, venivano imposte maggiori spese di mietitura e trebbiatura per il mezzadro, etc. Il 21 agosto 1927 fu trovato sulla strada Amelia-Narni un volantino ciclostilato che invitava i contadini ad iscriversi alla CGL e a creare una Lega di difesa, segno del crescente scontento anche nel settore agricolo e segno che i comunisti ternani si impegnavano a ricostruire la CGL clandestina, rifondata a livello nazionale il 20 febbraio 1927. Nelle fabbriche ternane venivano abbassati i salari degli operai mentre gli aumenti relativi diventavano individuali e discrezionali da parte dei “capoccia” del PNF La società “Terni”, conformemente alle politiche sostenute dal Regime, si assumeva il ruolo di controllo sull’intera vita della classe operaia e sulla città per conto del fascismo: Opera Nazionale Dopo - lavoro (OND), spacci aziendali, assistenza di fabbrica, attività culturali, Befana fascista, organizzazioni giovanili, etc. Era la “fabbrica totale”. La città operaia doveva tacere, obbedire e lavorare per impinguare i profitti degli industriali. La repressione poliziesca era particolarmente feroce con i comunisti, a cui si rivolgevano clandestinamente anche i giovani. Nel 1927 il PCdI a Terni contava solo 50 iscritti. Il 1° gennaio 1927 usciva il primo numero clandestino de L’Unità e a marzo a Parigi usciva il mensile Stato Operaio diretto da Palmiro Togliatti.

La FGCI

Nel 1927 Angelo Garofoli, ventiduenne, operaio intagliatore, riusciva a prendere contatto con “Aldo”, cioè Ferruccio Ripamonti, segretario Nazionale della FGCI. Si incontravano e, così, in seguito, arrivavano dal Centro del Partito materiali di propaganda; nel marzo 1927 la polizia fascista trovava una copia di Avanguardia, giornale dei giovani comunisti. Il 28 giugno Cesare Angeletti e Ettore Suadoni venivano arrestati per aver distribuito volantini agli operai di Papigno; il primo ebbe una condanna a 9 anni e il secondo a due anni e mezzo di carcere. Il 6 settembre venivano arrestati Lello (in casa l’OVRA reperiva 45 tessere della CGL) e Guido Ciceroni (in casa aveva copie di Avanguardia). Intanto il Centro del Partito riprendeva i contatti con i comunisti ternani che ottenevano indicazioni precise su come e in quali direzioni svolgere la loro at- tività clandestina: entrare nel Sindacato Fascista, nell’OND, creare un Comitato sindacale clandestino, sviluppare e rafforzare il Soccorso Rosso. I giovani, nel 1927, non interrompevano la loro politica di tesseramento: infatti nel marzo 1927 gli iscritti erano 80 contro i 10 della fine del 1926. Gli adulti diventavano 20. Ma la loro attività non era rivolta solo a Terni-città ma anche alle città industriali vicine; il ternano Giovanni Speranza di 22 anni, operaio a Spoleto, tramite Aldo Stacchiola, operaio bracciante di Spoleto, faceva consegnare da quest’ultimo 12 manifestini a Spoleto, ma uno di essi veniva sequestrato dalla polizia fascista.

La repressione del regime

Nel gennaio 1928, Speranza e Stacchiola furono arrestati insieme ad altri 17 comunisti, tutti di Terni, per lo più giovani. Rimasero in carcere per sette mesi e mezzo, poi furono deferiti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannati il 28 novembre: il primo a 5 anni di carcere, tre anni di vigilanza speciale e all’interdizione dagli uffici pubblici; il secondo a un anno e quattro mesi di carcere e all’interdizione dagli uffici pubblici. Il 24 novembre 1928 fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale Egisto Bartolucci ACS CPC b. 377, f. 22360 e ACS, PS, 1928, b.211, Egisto Bar - tolucci] nella cui casa l’OVRA aveva trovato un volantino comunista ed un elenco in codice indecifrabile, probabilmente una sottoscrizione. Egli non parlò. Fu assolto. Era operaio macchinista alle Acciaierie. Nonostante il colpo inferto, il Partito riprendeva a tessere la sua rete clandestina. L’azione delle forze di polizia faceva ampio uso ovunque di una rete di confidenti e spie. Dal 1928 al 1931 finivano al confino altri tre comunisti del ternano. Tutti erano sottoposti a percosse feroci e selvagge e a torture vere e proprie; molte sono in tal senso le testimonianze.

L’espatrio

In questa situazione grave e repressiva il Partito si scompaginava; riprendeva l’espatrio clandestino come già era avvenuto nel 1922-23, dovuto non solo all’esigenza di sottrarsi alla repressione fascista, ma anche di cercare lavoro all’estero. L’espatrio fu assai importante, perché all’estero il Partito svolgeva attività politica, di propaganda nell’emigrazione italiana e di rafforzamento del Soccorso Rosso. I compagni all’estero ospitavano e aiutavano con lodevole solidarietà i fuoriusciti perseguitati; è il caso di Pietro Farini che fu ospitato, con la moglie Malvina, dalla famiglia Appiani di Terni a Parigi nell’inverno del 1933, prima di espatriare clandestinamente in URSS [Antonelli 1995: 112]. Inoltre, Carlo Farini aveva il compito di lavorare tra gli emigrati italiani in Francia. L’emigrazione ebbe un ruolo importante nel favorire i collegamenti fra il Centro estero del Partito ed i comunisti in Italia; ad esempio Filipponi, tramite la sorella di Giovanni Mattioli, si mise in contatto con quest’ultimo a Parigi, ottenendo l’arrivo a Terni nel 1932 di Clemente Maglietta.

La grande crisi capitalistica

La crisi economica internazionale si faceva sentire drammaticamente tra le masse popolari ed operaie; c’era un fermento forte ma sotterraneo. I comunisti cercavano contatti con il Centro estero del Partito a Parigi e nello stesso tempo promuovevano la creazione di organismi unitari antifascisti. Infatti nel 1929 il PCdI ternano strinse segretamente i legami con altre forze politiche creando un Comitato Provinciale unitario composto da Filipponi, Lello per i comunisti, Vincenzo Inches e Giuseppe Bolli per i socialisti, Ubaldo Fabbri e Germano Cesaroni per gli anarchici e Arnaldo Lippi e Bruto Cuicchio per i repubblicani [Gubitosi: 75]. Nel 1931 a Cesi si formò una cellula comunista alla quale aderirono Efraim Luzzi, operaio, inviato poi al confino per 5 anni, Carlo Pressi, sarto, ammonito e sottoposto ai vincoli restrittivi, suo fratello Aurelio, Amerigo De Santis, Filippo Nobili. Nel medesimo anno “un folto numero di compagni” [Inches], socialisti, passò al PCdI. Tra questi c’era Vincenzo Inches, originario di Foligno, ma trasferitosi a Terni, operaio al Carburo di Narni dal 1924- 32, che ha testimoniato che questo passaggio al PCdI fu dovuto all’attrazione dell’Unione Sovietica e al fatto che prima di questa data a Terni il Partito “aveva molti seguaci” di Bordiga.

La “svolta”

Negli anni 1929-32 si interrompeva completamente il rapporto tra i comunisti ternani e il Centro estero del PCdI. Nel 1929-30 al suo interno si ebbe un duro dibattito, una frattura promossa dalla corrente dei “giovani”, Luigi Longo e Pietro Secchia, sostenitori della “svolta” in conformità alle tesi del Plenum della III Internazionale comunista del gennaio 1930 a Mosca (al quale Secchia partecipò). La “svolta” do- veva consistere nel ritorno dall’estero e dall’esilio dei comunisti per lavorare clandestinamente sotto il Regime fascista, ritenuto erroneamente vicino alla fine a causa della crisi economica internazionale. Il IV Congresso del PCI tenutosi tra il 14 e il 21 aprile 1931, vicino a Colonia decretò questa nuova politica. Pertanto, solo nel 1932 il rapporto col Partito si riallacciava con l’arrivo a Terni (29 marzo) di Clemente Maglietta, di Napoli, laureato in legge, inviato da Parigi dal Centro estero. Questi si incontrava con Alfredo Filipponi ed entrava poi, in contatto con gruppi di operai non solo ternani, ma umbri. In questa occasione si costituiva il Comitato Federale ternano durante una riunione segreta tenutasi in Via Campofregoso. Membri del CF erano: Agamante Androsciani (responsabile del Soccorso Rosso), Alido Berselli (Direzione politica), Remo Righetti (Amministrazione), Giuseppe Bravettti (stampa) e Vincenzo Inches (responsabile sindacale). In questa riunione Maglietta “dette delle direttive per l’organizzazione e per la propaganda a mezzo stampa” [Commissione Istruttoria presso il Tribunale Spe - ciale per la difesa dello Stato, n. sentenza 128, n. 355 reg. gen.]. Si decise anche la distribuzione di volantini nella notte tra l’11 e il 12 aprile. Maglietta fornì gli strumenti per stampare i volantini; fu arrestato Libero Morelli, che fu torturato e impazzì, soffrendo indicibilmente fino alla morte, avvenuta 10 anni dopo. Furono arrestati 32 comunisti ternani e alcuni di Narni: Clemente Maglietta (arrestato a Pescara), Bruno Amato, Agamante Androsciani (operaio forgiatore), Alido Berselli (sellaio), Giu seppe Bravetti (operaio aggiustatore meccanico), Benedetto Capitali (operaio addetto alle macchine), Savino Carini (operaio aggiustatore meccanico), Alfredo Filipponi (già fattorino delle tranvie e nel ’32 commerciante), Orlando Francia (operaio tornitore), Vincenzo Inches (operaio aggiustatore meccanico), Pietro Lello (intagliatore in legno), Giovanni Mattioli (condannato, ma non arrestato in quanto espatriato a Parigi nel 1931), Libero Morelli (pompiere), Remo Righetti (operaio tornitore meccanico), Tattini Finestauro (operaio aggiustatore meccanico), Emilio De Angelis (operaio meccanico), Camilllo Barzotti (impiegato al Comune di Terni), Tullio Bologna (rappresentante di commercio), Dante Brini (impiegato alla Banca d’Italia; furono tutti imputati per ricostruzione del Partito Comunista e facenti “propaganda orale e a mezzo di stampa in favore del Partito stesso” e per altri capi d’accusa. Furono inviati al Tribunale speciale e molti di loro mandati al confino per 5 anni. Come ben si può notare il Partito stava allargando il suo consenso non solo tra gli operai, ma anche in altre categorie professionali: rappresentanti di commercio, impiegati di banca, impiegati al Comune; segno questo che esso aveva particolare cura di quella politica delle alleanze con i contadini - ma anche verso altri ceti, tra cui quello impiegatizio - segnata dalle tesi di Lione di Gramsci al III Congresso (1926). I titoli di quei manifestini “sovversivi” stampati con Maglietta e diffusi dai comunisti ternani erano: Soccorso Rosso, Pane lavoro e libertà, non guerra, Operailavoratori- soldati, Soccorso Rosso italiano, Federazione giovanile comunista italiana, Avanguardia. Filipponi riuscì inizialmente a sfuggire all’arresto perché la moglie di Remo Righetti, Bianca Fol2ignoli, lo aveva informato che era ricercato dall’OVRA. Poté godere, durante la latitanza di una fitta rete di solidarietà a Narni e a Roma. Per costringerlo a consegnarsi fu arrestata e portata nel carcere di Terni sua moglie, Bice Benedetti, con il bambino di 22 mesi, ancora lattante. Ovviamente Bice non dette alcuna informazione perché ella stessa era all’oscuro di dove si trovasse il marito. Più tardi anche lui fu arrestato a Terni e condannato con gli altri dal Tribunale Speciale. Tutti i condannati ottennero l’amnistia nel decennale della marcia su Roma (28 ottobre). Questo atto di amnistia “che fu compiuto non “per dimostrare la saldezza del Regime e l’inutilità degli sforzi e dei sacrifici degli antifascisti e dei comunisti”, come fu detto dai giornali fascisti dell’epoca, ma per la pressione delle masse operaie malcontente in conseguenza della crisi economica, doveva avere lo scopo, nelle intenzioni dei fascisti, di diminuire l’odio degli antifascisti e dei comunisti contro il Regime e di spezzare la combattività dell’avanguardia proletaria” [Trent’anni..: 119]. Nel medesimo 1932, Giuseppe Croci e Roberto Pierallini del Centro Estero erano stati arrestati mentre venivano a Terni.

Solidarietà e lotta antifascista

La disoccupazione aumentava: nel maggio del 1932 a Terni e Provincia i disoccupati erano ben 5120. I collegamenti riattivati davano buoni frutti per i comunisti ternani, infatti al primo luglio 1932 gli iscritti erano 200. “Il 90% delle mogli dei perseguitati antifascisti aiutavano in particolar modo nella stampa dei volantini: magari con lo stenderello della pasta, io mi ricordo l’inchiostro, il piombo, lo stenderello che serviva a pigiare” [Filipponi: 226]. Anche Rosina Buti si adoperava in tal senso e la medesima inoltre, metteva i volantini stampati clandestinamente in una cesta di panni sporchi recandosi a lavarli in un lavatoio pubblico in piazza Valnerina. Qui cautamente li consegnava ai compagni [Filipponi: 200]. I figli, le famiglie dei carcerati e confinati venivano gettati sul lastrico. Verso di loro si attivava la solidarietà non solo del Soccorso Rosso (sottoscrizioni in denaro), ma anche tra le famiglie; ad esempio nel 1932 Efraim Luzzi di Cesi fu inviato al confino per 5 anni. La sua famiglia viveva nella miseria più nera. Carlo Pressi aiutava come poteva la famiglia del compagno. Inoltre decise, unitamente alla moglie, di far vivere in casa sua la bambina di Luzzi. Per questa meritevole azione di solidarietà umana e per il fatto che persisteva nelle sue idee di comunista, veniva perseguitato e sottoposto a continue perquisizioni domiciliari. Fu anch’egli incarcerato e maltrattato tanto che in carcere si ammalò di tubercolosi [Resistenza Insieme 1985: 13]. Continuavano le assegnazioni al confino, circa 12, ma si trattava di ribellioni individuali, non organizzate: era questo “un antifascismo spontaneo, senza referenti organizzati, che affonda le proprie radici in convinzioni profonde, nel sistema dei valori e di principi della tradizione proletaria” ternana [Covino: 9]. Nel 1932 due “ sovversivi” Tiberio Gay (erbivendolo) e Ribelle Perazzini (imbianchino), Nello Migliosi e Antonio Polverini (questi due ultimi iscritti al PNF) avevano portato al deceduto Aurelio Comandini (ex repubblicano poi avvicinatosi al fascismo) una corona di fiori con al centro una coccarda rossa; per il fascismo si trattava di un’azione sediziosa! I primi due furono inviati per due anni al confino, i secondi due furono ammoniti [ACS, confino, b.40]. Che il fascismo temesse anche i morti e le loro onoranze funebri è dimostrato anche da un altro episodio riguardante il funerale di Arturo Luna (assessore socialista, nel ’22 bastonato dai fascisti e ricoverato in ospedale), avvenuto nel 1934 che coinvolgeva 12 persone tra comunisti e socialisti. Questi volevano rendere onore all’amico con un manifesto firmato “gli amici”, prima approvato, poi vietato dalla Questura che non conteneva nulla se non un ultimo saluto “ad un’anima buona e soave” [Antonelli 2005]. Nella notte seguente sui muri della città apparvero scritte antifasciste. Due dei dodici arrestati furono rilasciati, cinque confinati (tra cui i comunisti Alido Berselli, presidente del Comitato federale del PCdI – eletto nel 1932- e Giuseppe Bassetti) e cinque ammoniti (tra cui il comunista Spartaco Federici).

I fronti popolari e la guerra di Spagna

La crisi economica mondiale perdurò fino al 1933; il capitalismo italiano nella sua estrinsecazione politica reazionaria e dittatoriale faceva pagare la crisi alle classi subalterne: classe operaia, contadini, ceti medi produttivi. La ripresa si verificò in Italia a seguito di una politica economica finalizzata al riarmo e per imprese coloniali. La “Società Terni” passava sotto l’IRI, con la sua ricca produzione polisettoriale, e tutta la siderurgia ternana fu impiegata a pieno ritmo per gli scopi di cui sopra. Con la politica economica di armamento forzato le industrie siderurgiche ternane lavoravano a pieno ritmo in preparazione dell’occupazione coloniale dell’Etiopia; per questo motivo l’occupazione a Terni aumentava. Nel 1935, dopo la vittoria elettorale, il Fronte Popolare in Spagna aveva portato al governo le forze popolari e democratiche. Le direttive emanate dal VII Congresso dell’Internazionale Comunista, con relazioni di George Dimitrov e Palmiro Togliatti, sostenevano la formazione dei Fronti Popolari per arginare il fascismo in Europa ponendo fine alla politica del “social-fascismo”. I compagni umbri partivano volontari per difendere il governo democratico in Spagna dalla reazione armata di Francisco Franco. Anche Carlo Farini partì dall’Unione Sovietica ove era espatriato clandestinamente nel febbraio 1933. Aveva chiesto a Togliatti, “Ercoli”, anch’egli in URSS, di essere inviato come combattente, ma gli fu affidata invece, nel maggio 1937, la direzione di “radio Libertà” in lingua italiana da Valencia e da Barcellona; fu uno dei 1819 comunisti in Spagna su un totale di 3354 volontari italiani. Nel marzo del ’39 Francisco Franco (aiutato militarmente da Hitler e Mussolini) aveva sopraffatto la Repubblica spagnola. Farini fu catturato in Francia nel 1940 e portato nel campo di concentramento a Vernet; estradato in Italia fu condannato a cinque anni di confino a Ventotene, ove si trovavano nel ’43 Terracini, Longo, Secchia, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio, Colombi, Licausi; alcuni di questi c’erano già prima del 1943. Nell’agosto Farini, liberato dal confino, si recò in Liguria, presso il fratello Ferruccio, e qui fece parte del Triunvirato insurrezionale (con Remo Scappini e Giovanni Parodi) comandando e dirigendo la Resistenza armata in tutta la Regione [Antonelli 1995: 36-40]. Durante la guerra civile di Spagna i comunisti di Terni sentirono la necessità d’informare la popolazione di quanto stava avvenendo e si organizzavano per stampare 150 volantini destinati a passare cautamente di mano in mano. I volantini redatti furono due, entrambi inneggianti alla Repubblica spagnola. Queste le frasi conclusive dei due volantini: “W l’eroico proletariato spagnolo” ed era firmato PCI; l’altro volantino: “Via le mani dalla Spagna Rossa, W i lavoratori spagnoli, W lo stato sociale ed economico dei lavoratori, abbasso il fascismo, abbasso la guerra” firmato CFC, cioè Comitato Fronte Comune. I redattori dei due volantini furono Giuseppe Bravetti (1910) ed Emilio De Angelis. Furono coinvolti inoltre Dazio Pascucci (1909), operaio meccanico a Papigno; Atos Aloisi (1910), operaio elettricista a Papigno; Remo Righetti; Vincenzo Inches (1892); Ferrante Trappetti (1891); Germinal Cimarelli, operaio meccanico alle “Acciaierie” (1911); Guarniero Paparelli; Leonardo Evangelisti (1890), operaio; Silvio Cerioni; Felice Nardi (1897), operaio; Gof - fredo Zerbini (1885), operaio alla “fabbrica d’armi”. Quest’ultimo li portò a San Gemini e ne consegnò uno a Ercole Sagramati, secondo l’indicazione datagli da Paparelli di consegnarlo ad un repubblicano di San Gemini. Ma “il Sagramati, che non ha precedenti politici ma è ritenuto dallo Zerbini per repubblicano perché fratello di un repubblicano noto, dopo pochi giorni ne dette notizia al segretario politico del Fascio di San Gemini” [ACS, cpc, Roma, Vincenzo Inches, b.263, fasc.112130]. In questa operazione entrò anche un membro della MVSN che non credeva più allo slogan fascista “Tu Duce sei la luce”, Silvio Galli, che fece stampare con una macchina “pedalina” dal suo ex padrone (ex tipografo e fotografo), Asmo Catini, i volantini in cambio di 200 lire. Lo scontento si stava diffondendo anche tra le file fasciste, come testimonia la presenza in questa azione di Silvio Galli, che nella MVSN aveva il compito di sovrintendere al magazzino vestiario. In seguito Galli tornò nel PNF. Furono inviati al confino per 5 anni i compagni Giuseppe Bravetti, Virgilio De Angelis, Silvio Galli, Asmo Catini, Remo Righetti, Guarniero Paparelli, Goffredo Zerbini, Ercole Sagramati, Ferrante Trap - petti, Vincenzo Inches, Dazio Pascucci, Atos Aloisi. Questa iniziativa antifascista e a favore della Repubblica spagnola ebbe una risonanza internazionale e fu oggetto di considerazione da parte della stampa straniera tanto che vennero inviati a Terni diversi giornalisti esteri. Di questo episodio trattarono: Arbeiter Zeitung, Pravda, Associated Press di New York, Muncher Neuster, etc. Il 21 agosto 1936 il Questore di Terni inviava al M. Interni un dispaccio riservatissimo urgente con cui comunicava che nella porta interna del w.c. dello stabilimento “carburo di calcio” di Papigno era stato scritto col gesso: “Abbasso gli sfruttatori del popolo italiano - W Lenin - Abbasso gli insorti e i preti - W la Spagna rossa ed un W accanto ad una falce e martello”. Nello stesso giorno nel reparto forni del medesimo stabilimento, nelle scale e nel vicino spogliatoio furono rinvenuti alcuni dei suddetti volantini. L’avanguardia politica comunista della classe operaia ternana esprimeva il suo irriducibile antifascismo ed il suo profondo internazionalismo come poteva: anche con scritte nelle latrine! Il 28 marzo 1937 a Lione il PCdI e il PSI fondavano “l’Unione Popolare Italiana” come seconda coalizione unitaria in prospettiva di una unità più ampia di forze finalizzata alla lotta contro il fascismo. Infatti il primo Patto di unità d’azione era stato firmato il 17 agosto 1934. Nel 1938, in occasione dell’ arrivo in Italia di Adolf Hitler, tutti gli antifascisti e comunisti italiani e terna - ni venivano arrestati. Nel medesimo anno furono condannati: Marco Faustini (due anni di ammonizione); Giuseppe Fossatelli, arrestato per aver partecipato ad un “agitazione di piazza” in cui furono fer ma te 200 persone (ammonizione); Pietro Conti (due anni di confino per“parole di offesa contro il Regime”). Lo scontento e il malumore tra la gente e i lavoratori aumentava, ma non poteva manifestarsi all’esterno. I comunisti ternani dovevano temere infiltrati e spie fasciste e guardarsi da chi si avvicinava loro manifestando idee antifasciste.

Lavoro politico nelle organizzazioni fasciste

Nell’estate del 1938 era stata creata una Associazione comunista che aveva operato non solo a Terni, ma anche nelle vicinanze e persino a Roma. Gli associati tenevano riunioni “frequenti e prudenti” e avevano stampato un libello chiamato La scintilla (lo stesso nome che Lenin aveva dato in Svizzera ad un suo stampato) che passava di mano in mano di compagni fidati. Ma a “promuovere, costituire, organizzare e dirigere quell’associazione comunista sovversiva” era un intellettuale, laureato in legge, Claudio Bracci iscritto al Partito Nazionale Fascista fin dall’età di 15 anni; era nato a Terni il 13 agosto 1907 da genitori di dichiarata fede fascista; il padre, Braccio Bracci, era un notissimo primario dell’ospedale di Terni e la madre, Olga Ramerini, era dal 1936 la Segretaria provinciale del Fascio Femminile. Era un intellettuale; sua era stata l’iniziativa di muoversi entro l’organizzazione del PNF e verso operai fascisti. Questa azione si conformava alle direttive del Partito di infiltrarsi nelle varie organizzazioni del Regime. Non sappiamo se Claudio Bracci aveva avuto contatti con la Direzione Nazionale del Partito. Questa sua scelta era il segno di un cambiamento profondo che coinvolgeva appunto un intellettuale cresciuto ed allevato dal fascismo; era il segno di una rivolta al militarismo crescente che preparava la guerra, era il segno di un’insofferenza verso un sistema politico e, forse, anche una reazione verso la quotidianità di vita di una “esemplare” famiglia fascista, verso una madre, Olga Ramerini, che aveva abbracciato gli ideali del fascismo con grande attivismo [Antonelli 2011]. La sentenza numero 12, Reg. Gen. 119 del Tribunale Speciale del 17 maggio 1940 ci fornisce una dovizia di informazioni. Il numero 7 de La Scintilla, diffuso nel gennaio 1939, aveva «offeso il Duce del fascismo con le parole: “volgare fanfarone, profittatore, pazzo criminale”». Da questa associazione comunista veniva organizzato il Soccorso Rosso, “insidiosa forma di propaganda sovversiva esercitata tra le persone bisognose degli adepti e dei simpatizzanti”. Claudio Raul Bracci era rappresentante di commercio a Terni e da questa professione realizzava guadagni consistenti e finanziava sia il Soccorso Rosso sia La scintilla. “Il Bracci si nutriva delle idee di Marx e di Lenin, apprese ed approfondite nei volumi poi sequestratigli (alcuni dei quali si era fatto spedire dall’estero)”. La diffusione aveva raggiunto anche Marmore, Piediluco e Roma, “dove aveva come fiduciario Crisostomi Settimio, operaio nelle officine Breda della Capitale”; il Bracci gli portava a Roma pacchi di copie. La suddetta sentenza lo definisce, ovviamente, “figura volgare e spregevole di traditore […] che fingeva di militare” nel PNF [Resistenza Insieme 1987: 9]. Nella creazione di questa Associazione comunista furono coinvolte, oltre al promotore Claudio Bracci (arrestato per primo il 6 maggio 1939); Azelino Androsciani (1912), sarto, mai interessatosi di politica, di Papigno; Ido Crisostomi (1914) di Piediluco, operaio tornitore meccanico alla Società Terni, iscritto al PNF; Settimio Crisostomi (1899), di Piediluco, domiciliato a Roma, operaio livellatore presso la Società Breda, PNF; Brenno Diociaiuti (1917) di Papigno, operaio aggiustatore meccanico, PNF; Curilio Emilio Proietti (1914) di Piediluco, operaio, PNF; Vero Zagaglioni di Narni (1913), domiciliato a Piediluco, operaio alle “Acciaierie di Terni”, PNF; Bruno Zenoni (1908) di Papigno, domiciliato a Marmore, barbiere, unico comunista di vecchia data. I suddetti comunisti si riunivano a casa di Azelino Androsciani per “ascoltare le stazioni rosse”, per radio (sequestrata come la strumentazione per la riproduzione degli stampati). Queste le sentenze del Tribunale Speciale: Claudio Raul Bracci, condannato a complessivi anni 17 di carcere; Azelino Androsciani, Ido Crisostomi, Vero Zagaglioni a 4 anni ciascuno; Brenno Diociauti, Settimio Crisostomi e Curilio Emilio Proietti a tre anni ciascuno, e tutti al pagamento delle spese processuali e delle spese della custodia preventiva, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e, data la loro “pericolosità”, alla libertà vigilata. Bruno Zenoni, già inviato al confino nel 1932, era l’unico “comunista storico” del gruppo; fu prosciolto in quanto non si erano reperite prove di colpevolezza anche se aveva incontrato Bracci nella propria bottega di barbiere a Marmore. Questa sentenza fu pronunciata nel febbraio del 1940, quattro mesi prima dell’entrata in guerra dell’Italia fascista (10 giugno 1940).

L’Italia in guerra

La storia italiana e quella di Terni da questo momento è una storia di guerra: uomini al fronte, donne “buttate”, per sostituirli, nel duro lavoro delle fabbriche, in contrasto con la mistica borghese, con il mito fascista e clericale della donna “angelo del focolare”. La produzione bellica faceva sparire a Terni e Pro - vincia la disoccupazione; infatti nel 1940 l’occupazione era di circa 30.000 unità, mentre nel 1937-39 era di circa 24.000 unità. L’entrata in guerra di Mussolini alleato di Hitler non permise ai comunisti italiani e ternani una efficace iniziativa politica. Dal 1940 al luglio 1943 un nutrito numeri di comunisti ternani furono condannati al carcere e al confino. Le manifestazioni di antifascismo in questo periodo erano perlopiù spontanee, individuali e non frutto di un’azione organizzata. Non mancarono alle Ac - ciaierie atti di sabotaggio a causa dei ritmi di lavoro imposti dalle produzioni belliche e delle condizioni ambientali. Gli iscritti al PNF nel 1940, alle organizzazioni fasciste, Dopolavoro, Massaie rurali etc., aumentavano non solo a motivo della piena occupazione, ma perché erano intervenuti il blocco dei prezzi e nuovi contratti nelle industrie più favorevoli agli operai. Comunque, il consenso al fascismo cominciava a diminuire a causa della tessera annonaria insufficiente ai bisogni della vita quotidiana, della crisi delle abitazioni, per l’immigrazione in città di forza lavoro dovuta all’offerta di lavoro delle industrie, per il carovita che nessun blocco poteva frenare, per la diffusione della borsa nera e soprattutto per la lacerazione delle famiglie dovuta al reclutamento in guerra degli uomini. I comunisti rimasti svolgevano il lavoro sovversivo con la cautela e circospezione imposte dalla situazione oggettiva. Nel 1942 la situazione economica si aggravava anche con l’andamento negativo per l’Italia della guerra. La produzione industriale calava fin dagli inizi del 1943. Dovunque c’era ansia di pace. Già dalla primavera del ‘43 l’insofferenza del popolo italiano contro il fascismo si faceva apertamente manifesta; c’erano manifestazioni per il pane, la libertà, nelle quali anche le donne erano in prima linea. Il 5 marzo iniziava lo sciopero alla FIAT Mirafiori. L’8 marzo le donne di Milano protestavano contro la guerra in Piazza Castello. Dovunque il malcontento si acuiva contro i fascisti e i loro alleati tedeschi. Benito Mussolini cadeva e veniva arrestato il 25 luglio del 1943 dopo la riunione del Gran Consiglio del fascismo. Il re dava l’incarico per il nuovo governo al maresciallo Badoglio. In tutta Italia si verificano manifestazioni contro il fascismo. A Terni il 27 luglio fu organizzata dal comunista Alfredo Filipponi una manifestazione [Gubitosi: 136]. L’11 agosto 1943 cominciavano a Terni i bombardamenti anglo-americani. La città verrà semidistrutta: alcuni storici parlano di 108 bombardamenti, altri di oltre 50 dalla suddetta data al 13 giugno 1944, giorno della Liberazione della città.

Il PCI ternano durante la guerra

Proseguiva in modo massiccio lo sfollamento nelle campagne e nei paesi vicini; ciò rendeva più complicato il lavoro “sovversivo” e di mobilitazione da parte dei comunisti; gli stessi dirigenti del Partito si erano perlopiù dispersi. Il Partito si rimetteva in moto. Nell’agosto del 1941 tornava dal confino, scontato prima a Ponza, poi a Tremiti, Vincenzo Inches, che cercò contatti con Alfredo Filipponi, ma inutilmente, perché questi si diceva malato. Il compagno Tominus aveva dato il mandato ad Inches di riorganizzare, al termine del confino, il Partito a Terni. Quest’ultimo, così, di lì a poco riunì Giuseppe Bolli, Giuseppe Guidi, Alido Berselli per dar vita ad una nuova rete organizzativa. Purtroppo si verificò un contrasto acuto tra Inches e Filipponi, e dunque tra i compagni, che certamente rallentò la ricostruzione e la mobilitazione del Partito [Antonelli 2006: 31-34]. Un funzionario del PCI, venuto a Terni, ricompose i diverbi sottolineando la necessità di un’azione compatta di tutti i membri del Partito e dette vita ad una direzione a cinque: Vincenzo Inches, Dazio Pascucci, Alfredo Filipponi, Lello Pietro e Giuseppe Bravetti. Così il Partito, con una nuova direzione unitaria, dopo l’8 settembre 1943, si predisponeva alla Resistenza armata. Il CNL ternano fu diretto da Inches, Filipponi fu commissario politico e comandante della brigata garibaldina “A. Gramsci” che operò nelle montagne della Valnerina umbra, Marche e Lazio. I comunisti di Terni, unitamente a quelli della Provincia, subirono anni di carcere e di confino: 92 processati, di cui 16 condannati a complessivi 76 anni e dieci mesi di carcere; 95 confinati per complessivi 331 anni. È questo il bilancio di 20 anni di Regime nella Provincia di Terni. Il prezzo che i comunisti pagarono fu alto: 57 su 92 processati; su 76 anni e dieci mesi di carcere, 60 anni e dieci mesi spettarono ai militanti del PCdI. Su 95 confinati i comunisti furono 50, di cui 42 operai. Ad essi spettarono 213 anni di confino. Non sono stati calcolati quanti anni di ammonizione furono comminati dalla Commissione provinciale per il confino e l’ammonizione. Quest’ultima pena non era certo meno drammatica, perché prevedeva ogni sera l’ingresso della polizia nelle case, coinvolgendo le stesse famiglie degli antifascisti, le loro mogli ed i figli di tutte le età. Spesso la polizia fascista operava delle perquisizioni nelle abitazioni mettendo a soqquadro “case e cose”.

Preparazione teorica e fermezza rivoluzionaria

L’OVRA era una tipica organizzazione fascista di Stato tutt’altro che immune dalla corruzione, dedita alla provocazione, al delitto e alla violenza inaudita; ad esempio i comunisti ternani arrestati dopo il convegno di Narni del 17-1-1926 furono sottoposti a violenze brutali; lo testimonia lo stesso medico del carcere di Rieti con i certificati rilasciati a Proietti, Ferroni e Pasqualini [Gubitosi: 52-53]. Nonostante ciò, legati alla medesima catena, nel vagone ferroviario da loro occupato per essere tradotti da Rieti a Terni, cominciarono a cantare “Bandiera rossa”, sotto la minaccia di punizioni da parte della polizia che stringeva loro i ferri ai polsi. Anche davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato i comunisti si comportavano onorevol- mente (es.: Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Li - causi, etc.). Molti errori furono certamente compiuti e ciò si evidenzia anche da fatti raccontati in questa mia ricerca; essi non furono causati solo da spie e delatori, ma talvolta dall’immaturità e dall’inesperienza nelle azioni. Le carceri e il confino furono per i comunisti una vera e propria scuola, se non una “Università”. Essi affinavano la propria capacità di resistenza e si educavano alla fermezza rivoluzionaria; dalle loro celle talvolta vicendevolmente si facevano coraggio o con canzoni o passandosi, quando era possibile, qualche libro rivoluzionario che veniva ben occultato. Riuscivano, corrompendo i guardiani con un po’ di denaro racimolato tramite sottoscrizioni, ad avere qualche rivista illegale. Quando i carcerati, dopo il 1931, riuscirono ad ottenere di alloggiare nei cameroni e non più nelle celle, organizzavano il Partito, parlavano delle loro esperienze, “raccontandosi” e comunque omettendo quelle notizie che dovevano essere mantenute segrete. Si scambiavano informazioni sulla situazione nelle fabbriche, nelle campagne e discutevano sulle direttive del Partito che gli ultimi carcerati e confinati arrivati potevano fornire. Non mancavano decisi atti di solidarietà verso i compagni malati a cui si faceva comprare un po’ di cibo extra, o psicologicamente depressi; parlavano degli ideali, della necessità del socialismo. Sentivano sia nelle carceri che al confino il bisogno di preparasi, di studiare per affinare le proprie conoscenze e capacità politiche per riprendere più forti, con un bagaglio culturale e di esperienze, anche altrui, più completo, il loro posto di lotta nel Partito, nell’interesse del movimento operaio e popolare costretto al silenzio e all’inattività dalla dittatura fascista. Si creavano collettivi che prevedevano studio individuale e di gruppo nelle carceri, ove fu possibile, e al confino. Vincenzo Inches, ad esempio, inviato al confino per cinque anni, dopo i volantini sulla Spagna, ci racconta nella sua Autobiografia che partecipò ai diversi corsi di preparazione politica sui seguenti argomenti: Economia politica, Storia d’Italia, L’imperialismo di Lenin, Questione meridionale, Geografia economica, Che fare?, Teoria del Partito [Inches; Antonelli 2006: 31]. Con lui al confino c’erano: Pietro Secchia, Marco Bandoni, Pietro Grifoni, Battista Santhia [Santhià], Costa, Corzano, Chiarini, Carrozzari e Tominus. Al gruppo di quest’ultimo partecipava anche Inches facendo in seguito egli stesso delle lezioni. In questi gruppi era insegnante colui che era più preparato nelle materie oggetto di studio; faceva la sua lezione. Poi si procedeva allo studio individuale e dopo qualche giorno si riuniva di nuovo il collettivo; si interveniva, si facevano domande ed i più timidi venivano incoraggiati a parlare. Come si è constatato, i comunisti detenuti o al confino, finita la pena, tornavano alla lotta silenziosamente con maggiori capacità di prima e con più polso e determinazione. Nessuna fabbrica dava loro un posto di lavoro senza la tessera del PNF, ma essi si dedicavano a lavori improvvisati ed autonomi. Inches dopo l’8 settembre del ’43 diresse e curò il CNL ternano, e dopo il 13 giugno 1944 (liberazione di Terni) per otto anni fu Segretario provinciale della CGIL. Il confino rappresentò una vera e propria scuola rivoluzionaria finalizzata alla preparazione culturale (si studiava anche lingua italiana, cultura generale e talvolta anche lingue straniere), ideologica e politica dei quadri di Partito. Dalle carceri fasciste i comunisti scrivevano lettere, anche “a nome di molti compagni detenuti”, verso l’Unione sovietica; è il caso di Carlo Farini che il 16 giugno 1925, dal carcere di Roma, scriveva alla prima Conferenza del Soccorso Rosso italiano del villaggio Molchanovac una lettera coraggiosa, indice di una grande forza morale e di piena responsabilità e consapevolezza circa i pericoli in cui poteva incorrere, ribadendo la fede nell’internazionalismo proletario. I comunisti nelle carceri e al confino si comportarono con dignità e fierezza. Remo Righetti, inviato al confino (1936), dopo la diffusione dei volantini sulla guerra civile in Spagna, insieme ad altri comunisti ternani, ci ha raccontato il travagliato viaggio per raggiungere Tremiti: “Per due giorni ci tennero in treno con i ferri ai polsi ed una catena che ci legava sei per sei. Con mani e piedi legati dovevamo muoverci con i nostri fagotti in mano”. Furono imbarcati a Manfredonia e arrivarono a Tremiti dopo sei ore di viaggio. Furono condotti tutti in un “lurido camerone semibuio” illuminato da lumini ad “olio confezionati con vecchie scatole di conserva”. Nessuno dormì la notte a causa delle cimici; così il mattino seguente Remo Righetti, Germinal Cimarelli e Giovanni Mattioli chiesero ed ottennero un colloquio col Direttore per “reclamare” ciò che necessitava per la pulizia e l’igiene di quel laido ambiente. Riuscirono nel loro intento con fermezza e decisione. Quel luogo fu reso più accogliente. I comunisti volevano cambiare la vita anche al confino, coinvolgendo altri confinati anti-fascisti. Righetti racconta di una “grave provocazione” ideata dal Direttore dell’isola: «Una mattina al momento dell’appello generale ci dissero che non bisognava rispondere soltanto: “Presente”, alla rispettiva chiamata, ma che bisognava rispondere col saluto romano. Dopo un attimo di smarrimento insorgemmo alla quasi unanimità protestando; seguirono colluttazioni e non fu possibile continuare l’appello, suonò quindi la campana di allarme che imponeva a tutti i confinati di rientrare nei capannoni e disporsi ciascuno davanti alla propria branda». La polizia fascista prelevò 60 confinati quali maggiori responsabili di quella ribellione; tra loro c’era anche Germinal Cimarelli. “Ma intanto l’ordine di effettuare il saluto fascista non passò” [Righetti: 8]. Germinal Cimarelli era stato arrestato a Terni il 25 agosto 1936 (per la diffusione di volantini per la Spagna) e il 22 settembre dello stesso anno inviato al confino a Tremiti. Era un comunista fermo, indomito tanto che il pretore di Terni lo condannava il 30 novembre 1936 condizionalmente a sei mesi di reclusione per oltraggio. La Prefettura di Foggia nella nota della scheda segnaletica il 30 giugno 1937 scriveva: “non ha dato prove di ravvedimento e mantiene le sue idee sovversive” [ACS, c.p.c.Germinal Cimarelli, b.1344]. Il 27 luglio e l’11 agosto 1937 veniva punito rispettivamente con 15 giorni di divieto di libera uscita, poi con altri 30 giorni e la riduzione della metà del sussidio. Il 15 settembre veniva trasferito al confino all’isola di Ponza (Littoria) e qui messo in carcere per un mese. Le note del Casellario Politico presso ACS testimoniano il carattere caparbio, indomabile e indisponibile a piegarsi al fascismo. Nel 1938 contravveniva “agli obblighi del confino”, serbava “inalterata la sua fede comunista senza alcun segno di ravvedimento” e frequentava i suoi compagni di fede. Il 17 luglio del 1939 Cimarelli veniva ricondotto da Ponza a Tremiti; qui frequentava ancora (sebbene sempre vigilato) “gli elementi comunisti più in vista”. Note di questo genere si susseguono nella sua scheda del c.p.c. e si confermano anche negli anni seguenti. Il 24 agosto 1941 avrebbe dovuto essere liberato per aver scontato i 5 anni di confino, ma il Ministero della Guerra decideva la permanenza di Cimarelli a Ponza “come internato per tutto il periodo della guerra”. Veniva definito (1/3/1942) come il “prototipo di sovversivo arrogante e capace di tutto” oltreché “tipo prepotente” che suole “importunare le autorità preposte al campo di concentramento”. Dall’internamento di Ponza veniva liberato nel settembre 1943. Tornato a Terni si unì subito ad un gruppo di partigiani comunisti dislocati sulle montagne di Cesi. Dopo una serie di azioni contro i nazifascisti, il 20 gennaio 1944, il gruppo - di circa 15 uomini - veniva attaccato da ingenti forze nemiche a Torre Maggiore di Cesi. Cimarelli cadde combattendo, dopo aver invitato il compagno Leone Cataldo (è una testimonianza resami da quest’ultimo nel 2006) rimasto a combattere con lui, a mettersi in salvo, permettendo in questo modo al gruppo partigiano di sganciarsi e salvarsi dall’accerchiamento. È stato insignito della Medaglia d’oro al valore militare alla memoria.

“La memoria come arma”

Ci si meraviglierà che in questo articolo siano stati inseriti tanti nomi di comunisti di Terni perseguitati durante il fascismo. Ho voluto così e ne spiego le motivazioni. Io, quando ero giovanissima iscritta alla FGCI, ho conosciuto personalmente ben 16 di loro: Carlo Farini, Alfredo Filipponi, Alido Berselli, Vincenzo Inches, Ido Crisostomi, Vero Zagaglioni, Bruno Zenoni, Ricciardo Conti, Remo Righetti, Agamante Androsciani, Giuseppe Bravetti, Dazio Pascucci, Alfredo Checchi, Diana La Liscia, Giu - seppe Bolli, Egisto Bartolucci; li ho conosciuti bene; non parlavano spontaneamente delle sofferenze e persecuzioni subite; bisognava incoraggiarli a “raccontarsi”; e, quando lo facevano su mia insistenza, si mostravano schivi, modesti, temevano di apparire presuntuosi. Invece avevano tutti i motivi per manifestare il loro giusto orgoglio. Di loro si hanno perlopiù interviste [Portelli] e brevi memorie richieste dopo la Liberazione dallo stesso PCI di Terni con il fine di conservare la “memoria di pezzi importanti” della storia del Partito nella nostra città. Gli scritti, ad esempio, di Bruno Zenoni, sono stati pubblicati a cura di Renato Covino, col titolo “La memoria come arma”. È un titolo che affascina perché la memoria del passato non uccide, è e deve essere “un’arma spuntata ed inoffensiva”, ma comunque molto efficace sia per il presente che per il futuro. Oggi si assiste in Italia ad una politica delle classi dirigenti borghesi sempre più “autocentrata, centralizzata ed io-maniaca” che penalizza nei fatti la partecipazione attiva della gente; e ciò è un aspetto gravemente preoccupante. Io ho conosciuto gli antifascisti sopra elencati; hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione, educazione e cultura (intesa antropologicamente come valori e vita). Le loro sofferenze, i loro ideali, le loro azioni, i loro sentimenti non meritano l’oblio; li deve ricordare non genericamente, ma anche per nome sia la Storia (macrostoria), sia la “microstoria”, rappresentata anche da questo mio articolo, scritto con grande “passione ed empatia”, perché quei comunisti hanno contribuito “sulla loro pelle” a ridare al nostro Paese dignità e libertà dalla dittatura del nazi-fascismo; infatti essi continuarono la lotta armata nella Resistenza e ad essi, vecchi antifascisti, si unirono dopo l’8 settembre 1943 i giovani antifascisti. Questi uomini continuarono dopo la Liberazione d’Italia a lavorare nel PCI, finalmente nella legalità anche per loro merito. C’è ancora bisogno del Partito Comunista, dei comunisti, è necessario lavorare per la fondazione di un serio, unico, unitario, radicato Partito comunista marxista di massa che sappia coniugare le azioni immediate ad azioni strategiche finalizzate alla conquista di “elementi di socialismo” (Togliatti) e al socialismo. Chi non lo è più, ormai da molto più di venti anni, o chi ha rinunciato anche più recentemente ad esserlo, per una politica opportunistica, rinunciataria, per scelte governiste, per fare da “ruota di scorta” della borghesia italiana, dovrebbe aprire una profonda riflessione sulle proprie scelte e sulle prospettive politiche e sociali nel nostro Paese e non solo. C’è bisogno - ma ci deve essere anche volontà - di comunismo nella società complessa e informatizzata di oggi.

Riferimenti bibliografici

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G. Arfè, Storia del socialismo italiano (1892-1925), Einaudi, 1965 Contributo dell’antifascismo nel ternano, 1921-1943 contenente documenti fotocopiati a cura ANPI, Terni

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O. Da Rizi, Dall’antifascismo alla Resistenza, in Rassegna del Comune, nel XX anniversario della Liberazione di Terni e in L’Umbria nella Resistenza, vol. I, Editori Riuniti, Roma, 1972

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R. Righetti, Un compagno di confino, in Resistenza insieme, Anno IV, n.3, dicembre 1985, ANPI, Terni

R. Rossi, A. Fedeli, C. Farini, Dal socialismo umbro al “Partito nuovo”, Quaderni della Regione Umbria, Perugia, 1979 Resistenza Insieme, anno V, n. 1, 1985, ANPI, Terni Resistenza Insieme, anno VII, n. 1, 1987, ANPI, Terni

B. Santhià, Con Gramsci all’Ordine Nuovo, Ed. Riuniti, Roma, 1959 Trent’anni di vita e di lotte del PCI, Quaderno di Rinascita

* Docente di Storia e Filosofia a Terni, ha dedicato studi e ricerche alla storia del movimento operaio e antifascista e alla Resistenza in Umbria, oltre che alla elaborazione della politica togliattiana della democrazia progressiva.