21 gennaio 2011: 90° anniversario della nascita del Partito comunista in Italia

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Si tratta di un appuntamento a cui la redazione de l’ernesto ha deciso di dedicare uno “speciale”

Questo anniversario cade in un momento particolare della nostra storia nazionale e mondiale: siamo a un tornante della storia, che ci impone - come si impose ai comunisti nel 1921 - delle scelte radicali sotto il profilo politico e organizzativo. La grande crisi capitalistica, ben lungi dall’essere superata, sta producendo sommovimenti profondi negli assetti mondiali. Vi è un fattore essenziale che marca la nascita del PCdI nel 1921, imprescindibile nel mondo contemporaneo segnato dall’imperialismo: il nesso nazionale/internazionale. I comunisti del 1921 si sentivano ed erano parte del nascente movimento comunista su scala mondiale, di cui la rivoluzione russa era il grande avamposto. La situazione attuale è radicalmente diversa per quanto attiene l’esistenza di un forte e riconosciuto centro organizzato e organizzatore del comunismo mondiale come fu il Comintern. Nondimeno, da quel nesso nazionale/internazionale non si può prescindere. I comunisti pensano e agiscono in un orizzonte mondiale. Dall’America Latina al Mahgreb siamo direttamente interpellati e coinvolti. La rivolta dei popoli del Nord Africa e del Mediterraneo Orientale è, nella specificità dei processi storici interni a ciascun paese e nei suoi aspetti contraddittori, un prodotto della grande crisi, che accentua la contesa mondiale tra grandi monopoli per la rispartizione del mondo con il possibile sbocco nella guerra, e spinge le classi dominanti a politiche di ulteriore sfruttamento e affamamento dei popoli al fine di sostenere un sistema insostenibile. È un segnale importante e per molti versi inatteso. Non ne possiamo prevedere gli esiti, ma ci parla ancora una volta della necessità e possibilità di superare il capitalismo nel superiore modo di produzione socialista, in una nuova civiltà. I fatti di queste settimane ci parlano della possibilità concreta che si sviluppino poderosi movimenti di massa e, al contempo, della necessità di una organizzazione e direzione consapevoli, in altri termini, di uno strumento ancora indispensabile, quale è il partito politico comunista. Dopo il 1989 si sono riaffacciate puntualmente posizioni ideologiche e politiche tendenti a negare l’attualità del comunismo e del partito comunista, a relegarlo - “reperto archeologico” - nel luogo della nostalgia e del rimpianto, a un passato ormai definitivamente superato dal “nuovo”. Ma il comunismo è qualcosa di terribilmente moderno: di cosa ci parlano oggi la crisi e le resistenze popolari che essa stessa suscita se non della necessità di pianificazione e proprietà collettiva, di partecipazione consapevole di massa a processi decisionali che non possono essere delegati a ristrette oligarchie? Abbiamo intrapreso la strada della ricostruzione del partito comunista, nella consapevolezza di questo impegno storico, sapendo che carichiamo sulle nostre fragili spalle il peso di un compito grande e difficile, ma necessario: occorre dunque farla finita col politicismo, con la piccola tattica e il piccolo cabotaggio, con una logica e un’azione che pensa tutto in termini di residualità, riduzione del danno, pura e semplice sopravvivenza di apparati (che sono necessari alla vita di un’organizzazione, ma sono un mezzo e non un fine in sé). La “taglia della storia” ci richiede un radicale mutamento, anche nel modo in cui oggi viviamo e organizziamo la nostra vita. La ricostruzione del partito comunista esige una riforma intellettuale e morale, una scelta di vita, la riscoperta del senso profondo della militanza, per cui l’impegno politico dei comunisti non può essere concepito alla stregua di un lavoro come gli altri, ma è impegno totale, su tutti i fronti. Ecco che il novantesimo della fondazione del PCI assume per noi un’importanza particolare. Ci siamo posti il problema di come pensare un progetto che non fosse soltanto celebrativo, commemorativo e per ciò stesso ideologizzante: gli anniversari a volte si prestano a “cadute” di questo tipo, da cui vorremmo decisamente rifuggire. La memoria serve infatti alla vita se ad essa si intreccia senza venir racchiusa nelle pastoie del reperto intangibile e sacralizzato (come ancora nella maggior parte dei Musei storici e anche in alcune ricostruzioni pseudo-storiche) e senza venir forzata nelle strettoie di percorsi pensati a partire dall’utilità dell’oggi (come ancora in certi convegni). Abbiamo cercato di far sì che l’insieme dei contributi ruotasse intorno ad un nucleo che consentisse, a par- tire dalla storia, ma senza piegarla ad un uso strumentalmente “politico” (come spesso succede nel suo uso pubblico), di impostare una discussione capace di sollecitare domande e proporre risposte che azzardino il significato del dirsi ancora comunisti oggi, di qual è, e se c’è, la necessità di un luogo di identificazione e di iniziativa dei comunisti in Italia, di cosa pensano e cosa vogliono gli uomini e le donne che in questa parte del mondo non hanno rinunciato ad un progetto di società capace di coniugare la liberazione e la felicità individuale con la liberazione e la felicità collettive. È un progetto di società a cui, in oltre un secolo e mezzo da Carlo Marx, tanti/e, nel mondo e in Italia, hanno dato il nome di comunismo. Ma in cosa siamo simili e in cosa siamo diversi/e, noi uomini e donne dell’oggi, da quanti e quante si trovarono, 90 anni fa, nella contingenza storica di dover decidere a partire da sé e quasi da null’altro (rivoluzione russa data per presupposto, ovviamente), se e come diventare comunisti/e? La generazione del 1921 e le generazioni dei comunisti italiani in clandestinità durante il ventennio, si trovarono a scegliere il comunismo, non lo ereditarono da nessuno, né per via famigliare (come a molti/e di noi è capitato), né per via organizzativa (il partito italiano nacque con loro, e fu diverso dal “circo Barnum” del vecchio Partito socialista, mentre la concretizzazione delle parole d’ordine provenienti dalla terza Internazionale dovette per forza di cose, stante la clandestinità, affidarsi anche - e forse soprattutto - alla iniziativa e alla capacità di invenzione individuale e/o di piccolissimi gruppi). Può quella esperienza essere utile al “nuovo inizio” a cui tendono oggi i comunisti e le comuniste, pur diversamente dislocati/e, in Italia? Può, cioè, il rammemorare quelle lontane esperienze, intrecciarsi con le nostre vite e offrirci materia per costruire, ri-costruire, qualcosa di nuovo e di utile, oggi, senza che ci crediamo orfani, senza storia, incapaci di ricordare le storie, e quindi senza “memoria”? Non c’è memoria senza racconto, e non può esserci racconto senza memoria: questo pensiamo, distinguendoci anche da chi teorizza la semplice “narrazione” come strumento moderno di ricostruzione di una identità e di una politica di “sinistra”. Proprio perchè siamo comunisti/e, e non genericamente “di sinistra”, sappiamo, e da tempo, che una narrazione sensata (dotata cioè di senso politico, tratto dall’esperienza e capace di informare di sé le vite degli uomini e delle donne in carne ed ossa) si fonda sulla capacità di riconoscere ciò che è utile per sé e per il proprio progetto collettivo in una tradizione riconosciuta e riconoscibile, assunta in sé e non raffazzonata in uno spurio insieme vagamente pluralistico. Anche la tradizione a cui ci si rifà è frutto di scelte: saper riconoscere, rammemorare, raccontare e trasformare in fonte di politica utile al presente ed al futuro, è la scelta a cui ci troviamo di fronte noi, comunisti e comuniste dell’oggi. Per questo pensiamo che raccontare alcune storie degli inizi possa essere utile. Storie di singoli e di gruppi, rappresentative di realtà ed esperienze diverse dei comunisti e delle comuniste in Italia, dal congresso fondativo (Livorno 1921) agli anni della clandestinità. Ogni realtà locale ha il “suo” congresso fondativo, il “suo” inizio, la storia che più di altre identifica quella comunità ed il modo che storicamente ha scelto per costituirsi in comunità politicamente consapevole, mancando la quale il passaggio da “classe in sé” a “classe per sé” sarebbe stato (e sarebbe oggi) impossibile. Abbiamo insistito sulla scelta di vita che rappresentò per la generazione del ’21 (di chi partecipò alla fondazione, un processo che si sviluppa fino al congresso di Lione) l’adesione al partito comunista, che implicò quasi immediatamente, nei tempi duri dell’affermarsi del fascismo, il mettersi completamente in gioco, e rischiare la vita stessa non solo per sé, ma per i familiari, come emerge da alcune di queste storie della “provincia comunista”: i comunisti dovevano essere fatti di una pasta speciale, essere animati da una grande forza ideale e morale, che li sostenesse nella resistenza e nella lotta.

Andrea Catone
Delfina Tromboni