Tra fabbriche del falso e discariche del vero*

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Prendete gli anni zero. Prendete l’11 settembre, la “guerra al terrore” e l’America di Bush (ve la ricordate?). Prendete l’Italia di Berlusconi (quella certo ve la ricordate): avrete le quinte e lo scenario. Aggiungeteci il rigore di Chomsky, la scorrevolezza di Bauman, il paradosso alla ÎiÏek, le profezie di Debord, il gusto per il grottesco di Kraus: avrete tono, accento e idea del testo. Sulla scena agitate menzogne e verità – storiche, politiche, esistenziali. Fatele raccontare, fatele svelare nelle loro complicità, ricollegatele alla materialità delle relazioni umane. Prendete tutto questo intrigo, provate a svolgerlo, ad aprirgli davanti un finale: avrete La fabbrica del falso di Vladimiro Giac - ché – una ricerca che si segue come uno spettacolo, che si legge come un romanzo, con la fretta di sapere come andrà a finire. Un romanzo avvincente, quello delle disavventure del vero, che, fra propaganda dei media e rimozioni collettive, gaffe dei politici e imbrogli dei filosofi, cerca di farsi spazio, di arrivare ad una qualche visibilità, a spingerci a qualche azione. Proprio per questo, il libro di Giac - ché non è il classico pamphlet contro l’uso distorto di giornali e televisioni, contro il populismo delle destre, contro le oscure manovre di potenti lobby. Sebbene possa per certi aspetti collocarsi in quel filone editoriale “ti spiego come si fanno le notizie e come sei manovrato” – un filone di successo nelle società “occidentali”, i cui cittadini più “critici” dedicano la loro intelligenza a invalidare la menzogna del politico di turno, recriminando sull’informazione che ci verrebbe negata, compiacendosi di saperne sempre di più della massa incolta – non è questa la sua specificità. E forse il successo di questo libro, che ha portato Giac - ché ad approntarne una seconda edizione a solo due anni e mezzo dalla prima, andando ben oltre la nicchia della sinistra alternativa, va cercato altrove. Sicuramente nella credibilità dell’autore: filosofo, economista, pubblicista di una certa verve e attivista non sospetto di facili compromessi. Ma anche e soprattutto nell’impianto concettuale, nella precisione analitica, in una prosa curata, che per quanto diver tente non manca mai il bersaglio, in un’ironia che è metodo cognitivo e in una tragicità che è sostanza del reale. Nei capitoli che sono tappe di una riconquista, di un sapere che da dentro le maglie dell’ideologia scopre le incongruenze, le omissioni e infine gli assetti del potere, e si attrezza per cambiare e non più subire questa configurazione inautentica della vita sociale. Certo, chi si sente “postmoderno”, chi dà per scontato che la verità sia roba dell’800, chi pensa che l’interpretazione sia un gioco che non abbia nulla a che fare con la trasformazione del mondo, chi reputa immutabile l’orizzonte storico del “mercato”, potrebbe trovare tutto questo sforzo teorico vano e datato. Ma forse anche qui, nel contestare tutto il panorama intellettuale dell’epoca, dai predicatori del pensiero unico ai suoi fantasiosi quanto impotenti oppositori, sta forse un altro motivo del successo del libro di Giacché. E questo motivo, che potremmo riassumere nella formula: “insoddisfazione verso le spiegazioni di comodo/presentimento che ci sia qualcosa in più (e non semplicemente di più)”, può farci ben sperare. Ma, prima di azzardare conclusioni, guardiamo meglio. La tesi di Giacché è lineare quanto forte: «la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo » (p. 11). Se in passato le verità del potere venivano coper - te dal segreto o dalla censura, oggi, nell’epoca di Internet e della comunicazione di massa, queste armi non bastano più. Bisogna anche e soprattutto neutralizzare i fatti, ovvero renderli neutri, incapaci di provocare reazioni. Un tale risultato lo si può ottenere offrendone versioni di comodo, distraendo l’attenzione dai problemi reali, sovraccaricando di notizie lo spettatore, facendo sistematicamente confusione. Così, la guerra alla verità si dispiega pienamente sul terreno della comunicazione e del linguaggio, giungendo ad avere come obbiettivo la riformulazione del senso stesso delle cose: il potere delle parole e sulle parole risulta decisivo per la costruzione del consenso. Ma perché, si chiede Giacché, la costruzione di un tale consenso è così disperatamente necessaria? Perché la realtà deve essere occultata e travisata per poter essere accettata? Lo studio della menzogna deve chiamare dunque in causa la società che la produce, diventare studio di ciò che è falso nei rapporti sociali: «la falsificazione del vero, insomma, rinvia alla verità del falso» (p. 135). E false, ma non per questo meno efficaci, operanti (e dunque solo in questo senso vere), sono le basi materiali della nostra società, e la sua realtà fondamentale, quella della merce. Realtà tanto pervasiva da diventare invisibile, come una sintassi che sparisce dietro la consuetudine dell’enunciato: la merce è il centro gravitazionale attorno a cui ruota la nostra esperienza del mondo, l’illusoria molteplicità che «ripete sempre e soltanto la stessa immagine, quella di una vita sempre più completamente asservita alla finalità della valorizzazione del capitale» (p. 150). La menzogna è dunque intimamen - te ancorata al tessuto produttivo e riproduttivo della vita umana, è dentro la quotidianità, ed il compito del potere (che è sempre più economico - gestito direttamente o indirettamente dalle grandi corporation - che politico-statuale), è proprio quello di organizzare questa menzogna nell’ordine del simbolico, dell’immaginario, dell’ideologico. Solo così è possibile tenere insieme – e al limite disciplinare e rendere massimamente produttive – società attraversate da un antagonismo ineliminabile: quello fra capitale e lavoro, fra una ristretta schiera che domina (pur essendo dominata a sua volta da un’astrazione, ovvero dal profitto) e quella immensa che viene dominata (pur essendo anestetizzata e blandita dalla merce, fra cui spicca appunto la merce-notizia). Per questo Giacché sostiene che la battaglia contro la menzogna non si possa vincere sul terreno delle idee o della contro-informazione. Se il problema non è più solo segnalare il falso, ma rovesciarne il regno, allora bisogna proprio, come dice Debord (insieme a Marx e Brecht uno degli autori di riferimento), «emanciparsi dalle basi materiali della realtà capovolta». Questo lo si fa certamente utilizzando tutti gli «spiragli che talvolta lacerano il tessuto dei luoghi comuni», cercando di «contendere ai poteri dominanti le parole di cui si sono impossessati », facendo «un uso critico della storia». Ma «il problema centrale, per ogni prassi di emancipazione, resta pur sempre quello del soggetto […] della sua consapevolezza di sé e della sua fiducia nella possibilità di costruirsi un avvenire degno di questo nome» (p. 189). E dunque bisogna criticare «la ragion storpia» dei nostri tempi e palesare la «presente necessità del cambiamento», l’attuale insostenibilità di questo modo di produzione, e farla diventare esigenza collettiva. Solo così sarà possibile aprirsi un futuro e persino istituire il proprio passato, ora annullati dal tempo ad una dimensione del capitalismo, che ci rende intimamente refrattari alla Storia. Questo percorso, riassunto in maniera piuttosto brutale, è invece ben articolato da Giacché in tre parti. La prima, Guerra alla verità, è una brillante decostruzione dei luoghi comuni della nostra epoca. L’autore mostra come l’informazione mainstream si regga sull’uso invalso di alcune figure retoriche (metafora, ossimoro, sineddoche, iperbole, tautologia etc), che servono per mutilare, rimuovere, capovolgere o imbellettare la verità. I proclami dell’amministrazione Bush o del governo israeliano, i compiacenti scoop dei giornalisti embedded, vengono dunque analizzati ad uno ad uno, confrontati con la realtà degli accadimenti, riportati nel quadro degli interessi materiali che li sostengono. Interessi che negli ultimi ven- t’anni hanno strutturato una retorica che accomuna destra e “sinistra”: quella che vede schierati da un lato la Democrazia, la Sicurezza ed il Mercato, e dall’altro i loro nemici assoluti, il male radicale del Totalitarismo e del Terrorismo. Giacché è bravissimo nello smontare le differenti versioni, dalla hard alla soft, dello stesso paradigma cognitivo e governamentale: quello che vuole la Democrazia ridotta a pro cedura elettorale (peraltro sempre più svuotata di senso), intende la Sicurezza come ordine poliziesco, e venera il Mercato come fonte di ogni Bene. Dal lato opposto trionfano i non-concetti di Totalitarismo e Terrorismo: anche qui Giacché ne dimostra l’insensatezza e asserisce che, se proprio di totalitarismo e di terrorismo si vuol parlare, gli esem - pi più appropriati sono le grandi corporation che riescono a controllare e rimodellare secondo i propri scopi ogni ambito di vita, o le operazioni militari a stelle e strisce, come quella contro l’Iraq, chiamata non a caso dai suoi ideatori Shock and Awe, “colpisci e terrorizza”. Dopo aver smontato il nostro lessico politico ed aver dimostrato che bisogna attaccare oltre le singole menzogne il frame ideologico in cui sono inserite, Giacché si concentra, nella seconda parte del testo, La verità del falso, sulla centralità della merce e del suo spettacolo, che rende l’uomo una funzione variabile della produzione e del consumo. Con grande leggerezza ma profonda consapevolezza, Giacché scrive una «cronaca dal mondo alla rovescia», in cui gli oggetti meritano più attenzione delle persone, le vacche del Nord sono più importanti dei contadini del Sud, la tecnica sembra poter fare a meno dell’uomo, i bisogni vengono manipolati ed asserviti alle esigenze del profitto. Qui siamo davanti ad una sorta di zibaldone degli orrori della nostra epoca, in cui il kitsch ha trionfato e l’esperienza del mondo è sempre più paradossale. È questa società la vera e propria fabbrica del falso, che nella terza parte del libro, Strategie di resistenza, si prova a combattere, proprio a partire dai bug, dai nonsense, dai lapsus, dai difetti di funzionamento dell’impianto. Così – evidenziando che oggi la sottrazione di senso non procede solo rimuovendo il contesto degli eventi e lasciando l’oggetto irrelato, ma soprattutto facendo corrispondere all’evento puntiforme della rappresentazione televisiva «un soggetto senza identità stabile e duratura», dalle categorie fluttuanti e dall’espressione impedita (p. 244) – Giacché arriva ad accennare altre vie d’uscita al nostro presente. Anche nelle ultime pagine il discorso dell’autore resta affascinante e comprensibile. In tutto il testo, infatti, Giacché non disdegna gli excursus di ordine letterario, economico e filosofico, attraversando con competenza le diverse discipline, andando a demistificare l’ideologia sottesa alle affermazioni più “pure” e “scientifiche” dei maggiori intellettuali dei nostri tempi. Ma l’autore non tralascia nemmeno la casistica minuziosa delle varie menzogne, che vengono puntualmente smascherate attraverso la citazione di articoli, documenti e materiali meno noti ma sempre verificabili. In questo modo, le tesi di ordine generale sono sempre corredate di numerosi esempi, che chiariscono e motivano gli affondi più teorici, permettendo un’accumulazione continua del discorso. Giacché procede come a spirale, con curve ampie, approfondendo costantemente, riprendendo gli stessi temi ad un livello sempre maggiore di complessità. Questo andamento è confermato dalla premessa alla seconda edizione, in cui l’autore verifica la propria prospettiva attraverso i due principali eventi che hanno seguito la prima edizione del libro: la crisi economica del 2008 e l’af faire WikiLeaks. Entrambi gli episodi dimostrano che i paradigmi dell’ideologia dominante sono talmente forti da impedire, anche in casi così eclatanti, una lettura propria degli avvenimenti. La responsabilità della crisi, ad esempio, viene addebitata a chiunque, dalle “mele marce” agli “avidi speculatori”, tranne che al sistema stesso. Per Giacché questo «dimostra che quando si parla di verità e menzogna nel mondo contemporaneo si parla di qualcosa di ben più complesso di singole verità occultate o negate: si parla di un tessuto argomentativo molto articolato che orienta la nostra comprensione delle relazioni sociali. Quel tessuto va compreso nei suoi meccanismi, disarticolato […] Ma va anche riferito alla realtà sociale da cui nasce e da cui è continuamente riprodotto. Solo su questa base sarà possibile costruire un orizzonte di discorso – e di prassi sociale – effettivamente alternativo a quello dominante. L’ambizione di questo libro è appunto quella di fornire un contributo utile alla costruzione di questo discorso» (p. 9). Se così è, non si può non ammettere che il libro sia pienamente riuscito. Certo, anche ad un volume così ricco di buone argomentazioni si potrebbe rivolgere qualche appunto, soprattutto se si va prima e oltre il testo. Si potrebbero ad esempio segnalare alcune mancanze, come il poco spazio destinato alla critica delle retoriche razziste in tema di immigrazione (soprattutto in relazione alla scrupolosa disamina del linguaggio della “guerra infinita”). Oppure, parlando di “terrorismo”, si sarebbe potuta citare l’assurda vicenda degli anarchici di Tarnac, che ossessionò la Francia fra il 2008 e il 2009, e che vide il dispiegamento di inediti dispositivi mediali-securitari (linciaggio pubblico degli “accusati” su giornali e tv, arresti preventivi, detenzioni arbitrarie prima di ogni processo, castelli accusatori basati su meri sospetti...) che ricordavano molto da vicino quelli della “guerra al terrore”, con la differenza non trascurabile che ora venivano attuati nel cuore del - l’Europa da un paese che si reputa fra i più garantisti e democratici del mondo1. Ma è chiaro: in un libro non ci può stare tutto. Forse però alcuni passaggi avrebbero dovuto essere riscritti alla luce della crisi economica. Come quando Giacché afferma che dopo la caduta del Muro certe parole, come “lavoratore” o “capitalismo”, sono state rimosse dal dibattito pubblico o scambiate con eufemismi volti a depotenziarne le capacità evocative. Verissimo, com’è vero che la prima responsabilità di questa scomparsa va ricercata proprio in una sinistra incapace di preservare le sue categorie. Ma allora che senso ha avuto in questi due anni il ritorno sulla scena mediatica di “operai” e “lavoratori”? Cosa c’è dietro la loro riapparizione anche lessicale? Forse la crisi è stata talmente forte da lacerare il velo ideologico e mostrare queste figure di realtà? O è in atto una strategia egemonica del capitale per riaddomesticare quei termini prima che vengano ripresi e attualizzati dai movimenti di lotta? In questo caso bisognerebbe far presto perché, come evidenzia Giacché, l’ideologia dominante sta già imponendo la sua lettura degli eventi, proprio mentre il ciclo di accumulazione riparte, e si dovrebbe sfruttare l’eco di queste parole, e della realtà umana che indicano, per dare un futuro a entrambe. Così, se tre anni fa si trattava di riproporre e ricontestualizzare l’operaio e il lavoratore, oggi si dovrebbe dargli identità e forza, ad esempio inserendoli in una spiegazione complessiva di cos’è “proletariato” e “classe”, prima che scompaiano di nuovo in qualche altra invenzione sociologico- merceologica... Ancora, al libro di Giacché si potrebbe imputare che resta troppo risicata la pars construens, che è proprio quella di cui abbiamo più bisogno. Certo, anche nelle modalità dello smantellamento teorico dell’ideologia dominante si decide cosa si può e si deve fare durante, e si mettono quindi le basi per il dopo – in qualche misura il vero problema è sempre la costruzione del problema, la semplificazione, l’identificazione e l’abbandono delle false piste... Tuttavia resta vero che l’autore avrebbe potuto entrare di più nel merito delle strategie di resistenza. Ad esempio, visto che la menzogna si produce e si riproduce nelle relazioni umane, e che non esiste un luogo altro, ab-solutamente vero, da cui muovere per denunciare il falso, quali sono le condizioni, le possibilità, le forme organizzative che consentono, di contro alla «disponibilità alla merce», la disponibilità alla verità? Quali pratiche possono funzionare, quali sono i modelli a cui ispirarsi e come adattarli al nostro contesto? In realtà, soprattutto le ultime questioni evidenziate, sono meno degli appunti che degli spunti, che provano a solleticare la nostra capacità di rispondere all’impietosa analisi di Giacché. Da questo punto di vista la migliore “modalità d’uso” del testo è proprio di farne uso. Proviamoci, partendo da quel crocevia di idee e immagini che è il titolo. Nella fabbrica evocata sin dall’inizio c’è infatti un rimando diretto all’ordine della produzione, a quell’ordine che non a caso è costantemente espunto dalla nostra consapevolezza (al capitale infatti conviene farci sentire esclusivamen - te consumatori). Se però c’è un meccanismo che produce il falso non più artigianalmente, volta per volta, ma lo sforna in serie, secondo un piano, seguendo format sempre più standardizzati, ci deve essere – come in tutte le produzioni – qualcosa che non può essere recuperato, degli scarti di lavorazione, e un luogo in cui si accumulano. Ecco le discariche del vero, dove finiscono i brandelli della verità originaria, gli indicibili degli enunciati pubblici, i fatti dei manufatti. E se per vedere in funzione la fabbrica del falso con il suo lucente spettacolo basta accendere la TV, per scoprirsi attorniati dalle discariche del vero basta spegnerla. E non c’è bisogno di leggere Bauman per accorgersi dei rifiuti e delle vite di scarto: è sufficiente fare un giro nella provincia di Napoli o nelle migliaia di banlieue d’Italia. Che uno studio di questi luoghi disastrati e proliferanti, con le loro relazioni, in parte perfettamente integrate ma anche autonome e restie alla sussunzione dentro alle logiche istituzionali, possano restituirci le verità viventi a cui allude Giacché? Ma allora, oltre a indagare le tecniche del potere e della falsificazione, dovremmo iniziare a conoscere meglio i nostri luoghi, queste discariche la cui sola presenza assedia e contesta la fabbrica. Chiosare il titolo di Giacché ci consente anche di introdurre un altro tema, che vent’anni di (poco) cattivi pensieri – dalle affrettate teorie sul capitalismo cognitivo a quelle immaginifiche sull’Impero, dall’impazienza antagonista all’immanentismo delle moltitudini, dalla rincorsa alla differenza fino alla perdita dell’identità – hanno impoverito e obliato. Giacché parla giustamente di strategie. I nostri nemici, infatti, oltre alla fabbrica, ovvero ad un complesso dispositivo materiale, hanno anche strategie, di “crescita e sviluppo”, di “prevenzione e sicurezza”... Consapevoli dell’esistenza di una lotta delle classi, non hanno mai smesso di lavorare all’interno di un ordine politico-militare che è quello più adatto per condurre un conflitto. Mentre la sinistra alternativa ciancia di “mutamenti di paradigma” e quella istituzionale annaspa nei tatticismi, le classi dominanti ci danno un saggio di cosa voglia dire razionalità strategica. Per quanto siano istupidite dal loro stesso progetto (profitto a tutti i costi) e dalla loro barbarie, sanno infatti chi, cosa e dove è il nemico, e per distruggerlo o renderlo impotente prevedono passaggi, alleanze, articolazione dei poteri, distribuzione dei compiti e verifiche. Ecco, sin dal titolo del suo testo Giacché ci riporta a questa dimensione della distinzione, dell’autonomia e dell’organizzazione necessaria a qualsiasi progetto politico, e infinitamente più necessaria a un progetto rivoluzionario, come ben sapevano Lenin, Giap o Che Guevara. In questo senso anche la ripresa di Debord è essenziale: il teorico francese ha individuato proprio nella mediazione e nella separazione (del soggetto con il suo altro, del soggetto con se stesso...) le caratteristiche del capitalismo attuale. Ma, e qui sta il passo in avanti di Giacché rispetto ad ogni interpretazione naïf di Debord, ha anche chiarito come queste scissioni ed astrazioni si presentino nella forma della rappresentazione, nelle immagini spettacolari che hanno sostituito «tutto ciò che era immediatamente vissuto». E queste rappresentazioni, che sembrano più vere del vero, sono in grado di usurpare l’esperienza anche nel loro vissuto di immediatez - za: la mediazione, da questo punto di vista, è proprio illusione dell’immediato, impostura della prossimità. Così la realtà vera resta a distanza, mentre ci regoliamo sull’istantaneo, l’illimitato, l’a-portata-di-mano dell’immagine spettacolare. Ma se così è, quanto risibili sono i tentativi di tanta sinistra contemporanea, dai partitini che pensano che si possa contestare lo spettacolo semplicemente con una migliore politica della rappresentanza, ai movimenti che optano per una politica del desiderio. Semplicistiche soluzioni per affrettate analisi: nel primo caso, non avendo la représentation indépendante attaccato la scissione alla radice, «lo spettacolo si ricostituisce», riassorbe e riesce persino a utilizzare il dissenso; nel secondo caso, non vedendo quanto il desiderio abbia a che vedere con il capitale, ci si schiaccia completamente sulla sua falsa immediatezza, ne si accettano gli impulsi ed il quadro, si replicano le sue tecniche, ingaggiando la lotta proprio sul terreno delle apparenze. Ecco, in conclusione, un altro merito del testo di Giacché: quello di op porre a questa vana politica del desiderio un desiderio di politica, ovvero di progettualità, organizzazione, strategia, e – perché no? – per si no di mediazione, se intendiamo il termine alla maniera di Gramsci. Ed è forse questo stesso desiderio, quest’insoddisfazione e questo presentimento, che vediamo agitarsi in questi mesi, fuori dalle fabbriche del falso, nelle discariche del vero.

* V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Derive&Approdi, seconda ed. aggiornata, Roma 2011, pp. 288, ?18

Note

1Per una ricostruzione della vicenda vedi qui: http://www.carmillaonline.com/archives/ 2009/04/003024.html. Non a caso il 27 novembre 2008 “appariva su “Le Monde” un appello intitolato No all’ordine nuovo, firmato da decine di intellettuali, fra cui Agamben (di cui il principale accusato, Julien Coupat, era stato allievo), Badiou, Bensaïd, Butler, Nancy, Rancière, ÎiÏek. Un appello che si concludeva così: «di fatto, questa vicenda è per noi un test. Fino a che punto possiamo accettare che la lotta al terrorismo consenta di accusare in qualunque momento qualunque persona? Dove sta il limite della libertà di espressione? Le leggi d’eccezione adottate col pretesto del terrorismo e della sicurezza a lungo termine sono compatibili con la democrazia? Siamo pronti a vedere polizia e giustizia negoziare la svolta verso un ordine nuovo?» (cfr. http://ultragauche.wordpress. com/ 2008/ 11/28/non-a-lordre-nouveautribune- le-monde). Un altro appello, del Comité de soutien aux inculpés du 11 novembre, pubblicato il 17 gennaio sempre su “Le Monde” recitava: «L’antiterrorismo è un metodo di gover - no, e deve essere compreso come tale […] non bisogna chiudere lo spiraglio che si è timidamente aperto sull’evidenza di questa “guerra al terrorismo”, che un presidente americano ci ha avvisato essere sen - za fine» (cfr. http://www.lemonde.fr/societe /article/ 2009/01/17/l-appel-de-soutienaux- in culpes -de- t a rna c_1143255_ 3224.html).