I comunisti in Germania dopo il 1989/90

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La Germania era fino al 2009, quando è avvenuto il sorpasso da parte della Repubblica Popolare Cinese, il primo esportatore mondiale, ed è di gran lunga il più forte paese dell’Unione Europea, con un PIL che copre oltre 1/4 di quello della UE. È un paese tuttora decisivo nel campo del capitalismo e dell’imperialismo mondiali, del quale è opportuno che il movimento operaio approfondisca conoscenza e analisi: in merito alla sua struttura di classe, al suo carattere imperialistico, alla sua politica estera in Europa e nel mondo. Il movimento operaio tedesco, nelle sue forme organizzate e nel contributo dato alla sistematizzazione e sviluppo teorico del marxismo, ha svolto un ruolo di grande rilievo nel movimento operaio e comunista internazionale. Oggi le forze comuniste in Germania, in particolare dopo l’annessione della RDT da parte della RFT, attraversano una fase di notevole difficoltà, politica, organizzativa, di capacità di sviluppo di legami e radicamento sociale nel proletariato, come attesta in modo dettagliato l’articolo che pubblichiamo. Esso è stato redatto prima dello svolgimento del 19° Congresso della DKP, tenutosi a Francoforte, il 9 e 10 ottobre, che, dopo un acceso e contrastato dibattito precongressuale e congressuale, ha espresso alla guida del partito, per la prima volta nella sua storia, una compagna, Bettina Jürgensen, con una maggioranza di oltre 2/3 (111 voti a favore, 44 contrari, 9 astenuti). La risoluzione finale approfondisce la critica all’imperialismo tedesco e al crescente impegno militare della Germania e propone, insieme con il rafforzamento teorico del partito, lo sviluppo di una politica di massa, in particolare attraverso il lavoro dei comunisti nel sindacato. (A.C.)

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La sconfitta del socialismo in Euro pa nel biennio 1989/90 ha determinato un grave arretramento del movimen - to comunista in Germania come in altri paesi (Italia, Francia). Sebbene i fenomeni opportunistici non avessero assunto nella Sozialisti sche Einheitspartei Deutschlands1 quel - le spaventose proporzioni che avevano riguardato il PCUS e altri partiti dell’Est europeo, proprio nell’estensione di queste proporzioni sono da individuare le radici sostanziali della sconfitta: deformazioni teoriche e conseguenti errori nella prassi politica dovuti ad una deriva in senso borghese, una sottovalutazione a dir poco ingenua della forza degli avversari di classe, la perdita di ogni legame con le masse popolari.

LA TRASFORMAZIONE DELLA SED IN PDS, UNA FORZA DI ORIENTAMENTO SOCIALDEMOCRATICO

In seguito all’aperta manifestazione della crisi nella DDR, pur nelle inevitabili discussioni sugli errori e le debolezze nel lavoro del partito, sarebbe stato necessario difendere e conservare ciò che era possibile delle conquiste conseguite e non esasperare discussioni a vuoto e prive di principi. In questa situazione, nell’ottobre 1989 il gruppo riformista guidato da Gregor Gysi2, in un putsch di partito, conquistò la guida della SED. Subito dopo vennero sciolte le strutture di partito e soprattutto quelle nelle fabbriche. Questa scelta privò quasi del tutto della sua capacità d’azione una SED già duramente colpita e fu un fattore determinante nella facile vittoria di quel sovvertimento della DDR diretto dalla Repubblica Federale che viene decantato oggi come una “rivoluzione pacifica”. In seguito allo scioglimento delle strutture organizzative della SED, degli oltre due milioni di aderenti al partito solo 130.000 entrarono nella PDS. Con la presidenza del Consiglio di Hans Modrow (vicepresidente della SED-PDS e più tardi presidente onorario)3, gli apparati di sicurezza vennero eliminati, le cellule paramilitari nelle fabbriche vennero sciolte, alcuni generali dell’esercito popolare vennero arrestati. Eletto a capo della SED, nel gennaio 1990 - dopo una visita da Gorbaciov a Mosca - Gysi si recò a Roma. Qui incontrò Achille Occhetto per raccogliere per conto della SED esperienze sulla trasformazione del PCI in un partito di sinistra socialdemocratico. Gysi ebbe un analogo scambio di idee anche con il leader socialista italiano Bettino Craxi. Dopo aver parlato con Gorbaciov, il 1° febbraio 1990 Modrow presentò le sue tesi sulla “Germania patria unita”, con le quali la DDR veniva di fatto messa a disposizione della Germa nia federale. Il Presidente del consiglio della CDU, Lothar de Mai zière (vincitore delle elezioni per la Camera del marzo 1990), ignorò qualsiasi orientamento verso una confederazione dei due Stati tedeschi e assieme al Cancel liere federale Helmut Kohl mise in atto una precipitosa unione monetaria il 1° luglio 1990 e l’annessione della DDR alla Germania Federale il 3 ottobre 1990. La PDS si sviluppò come un partito composto da una pluralità di correnti, tra le quali una Piattaforma Comunista (KPF) con circa 1.000 aderenti. La KPF collabora con la DKP e a livello regionale anche con la KPD. Le speranze di un’adesione della KPF alla DKP non si sono sinora realizzate.

LE RIPERCUSSIONI SULLA DKP

La linea revisionistica che ha segnato la trasformazione della SEDPDS in un partito di sinistra di orientamento socialdemocratico si è ripercossa pesantemente sulla Deutsche Kommunistische Partei (DKP). La DKP era entrata sulla scena politica della Germania federale come partito comunista fondato legalmente 12 anni dopo la proibizione della KPD (Kommunistische Partei Deutschlands), proclamata nel 1956 da parte della Corte Costituzionale. La sua ammissione non significava affatto un superamento della proibizione nei confronti della KPD. Al vertice della DKP si sono susseguiti nel corso degli anni validi dirigenti del movimento operaio come il presidente onorario Max Reimann o Kurt Bachmann e Herbert Mies. Per via della campagna diffamatoria anticomunista la DKP non è mai riuscita ad entrare nel Bundestag4. Tuttavia essa - nonostante i colpi subiti e i tanti conflitti - ha realizzato cose importanti in diversi ambiti della lotta extraparlamentare e sul piano comunale. Il tramonto della DDR ha fatto arretrare pesantemente la DKP. Ma questo processo – come in Italia per il PCI - non cominciava solo in quel momento. Le prime differenziazioni erano divenute visibili già nel congresso di Amburgo del 1986, con l’atteggiamento critico di una parte dei delegati verso la catastrofe nucleare di Cernobyl e, in questo contesto, verso l’utilizzazione dell’energia nucleare ad Est come ad Ovest. In generale, la DKP era stata sensibilmente indebolita dall’influenza revisionistica di Gorbaciov e dalla sua risonanza presso parti del gruppo dirigente e dei militanti. L’esistenza della DDR e il sostegno della SED, che era anche di natura finanziaria, erano sempre stati una base importante per il lavoro della DKP. La segreteria di Gysi ha interrotto bruscamente questi aiuti. Accanto alla sua base materiale (apparato, giornale di partito, case editrici, tipografie, immobili), il partito ha perso quasi tutta la sua forza teorica e persino l’Istituto di Fran - co forte. In preparazione del “processo di unificazione” con la Ger - mania federale, Gysi intendeva liquidare la DKP. Ad una unificazione dei due partiti non si era mai nemmeno pensato. Ufficialmente, venne offerto alla DKP lo status di piattaforma comunista nella PDS. A tal fine il partito avrebbe però dovuto sciogliersi e i suoi militanti avrebbero dovuto entrare nella PDS in forma individuale. Nel congresso del marzo 1990, lo scioglimento richiesto dai “rinnovatori” attorno a Wolfgang Gehrcke venne impedito con un solo voto di maggioranza. Al vertice della DKP arrivò Heinz Stehr. Insieme a Gehrkce uscirono dal partito circa 10.000 militanti, la maggior parte dei quali, tuttavia, non è entrata nella PDS5.

CONFLITTI PER UNA NUOVA STRATEGIA

I militanti della DKP scesero da oltre 50.000 ai 5.000 scarsi di oggi. Presto cominciò il conflitto interno sulla valutazione delle ragioni della sconfitta del socialismo, sul giudizio intorno alla DDR come realizzazione del primo tentativo socialista sul suolo tedesco e sui suoi risultati, sull’analisi leninista dell’imperialismo e sulla futura direzione della lotta per il socialismo, sul ruolo del partito comunista e sulla sua politica di alleanze. Questo conflitto si svolse nel quadro dell’elaborazione del nuovo programma del partito. L’ultimo era stato adottato nel 1978. Dopo le “Tesi per un orientamento programmatico”, deliberate nel 1993, solo al 18° congresso del 2006 è stato stabilito un nuovo program - ma. 45 unità organizzative hanno presentato 345 mozioni al progetto di programma. Un dibattito condotto spesso con aspre polemiche ha rivelato la presenza di differenze di orientamento nella valutazione dell’imperialismo contemporaneo, nel giudizio sui risultati e sugli er- rori commessi nella costruzione del socialismo, nelle aspettative verso la realizzabilità di una futura forma di socialismo, ma anche su concezioni strategiche della lotta politica. L’unanimità ha prevalso nettamente, invece, nell’affermazione dell’unità del partito e riguardo alla necessità di non consentire frazioni e correnti.

UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO NELLE QUESTIONI FONDAMENTALI

Nel programma, che sulle questioni fondamentali mantiene una base rivoluzionaria, veniva affermato che la DKP è “il partito rivoluzionario della classe lavoratrice”; che essa opera “come quella parte del movimento che è politicamente consapevole e che lo sospinge sempre in avanti”; che la sua “base scientifica” è “la teoria di Marx, Engels e Lenin”; che il suo obiettivo è il socialismo/comunismo, o meglio il socialismo come prima fase della formazione sociale comunista; che come presupposto per costruire tale società essa vuole instaurare la “proprietà sociale dei mezzi di produzione”. Mancava una chiara esposizione di come la classe lavoratrice avrebbe esercitato il proprio dominio. Per quanto riguarda l’imperialismo, si diceva che in ciò che oggi viene chiamata “globalizzazione” si verifica anzitutto “una nuova spinta dell’internazionalizzazione imperialistica”, una spinta che non muta però la “sua essenza”. Questo concetto veniva precisato con una dettagliata citazione di Lenin. Le contraddizioni a più livelli tra i capitali transnazionali, il capitale monopolistico nazionale e il capitale non monopolistico venivano distinte e ricondotte alla contraddizione principale tra capitale e lavoro. Il ruolo dello Stato come strumento di dominio della borghesia e al tempo stesso come campo della lotta di classe veniva formulato secondo il punto di vista degli studiosi marxisti del diritto pubblico. Venivano apprezzati in modo dettagliato i risultati del socialismo in Unione Sovietica e negli altri Stati socialisti e veniva detto che la DDR appartiene “alle più grandi conquiste del movimento dei lavoratori tedeschi” e costituisce “parte della tradizione umanistica della Germania”. Certo, in tal modo veniva in gran parte taciuto il fatto che la perdita del ruolo guida da parte del partito comunista era stata favorita dall’attività del revisionismo. Tuttavia, con l’enunciazione secondo la quale “solo la rottura rivoluzionaria con i rapporti di potere e di proprietà capitalistici rimuove in ultima istanza le cause dello sfruttamento e dell’estraniazione, della guerra, dell’impoverimento e della distruzione del nostro ambiente naturale” al revisionismo veniva opposto un rifiuto di carattere generale. A proposito della possibilità di fare alleanze si diceva che essa non deve però entrare in contraddizione con la piena autonomia del partito. La DKP si distingue dagli altri partiti e organizzazioni della sinistra nelle posizioni che riguardano la sua visione del mondo, nel suo modo di essere partito, nel suo programma, nella sua concezione delle riforme e della rivoluzione e perciò in parte anche nella sua pratica politica. La “svolta verso il progresso democratico e sociale” veniva indicata come l’obiettivo strategico più prossimo per il quale combattere6. Dei 159 delegati del congresso, 115 votarono per questo programma, 34 contro, 10 si astennero.

LA CRITICA REVISIONISTICA DEL PROGRAMMA PUÒ CONDURRE LA DKP AL LIMITE DELLA SPACCATURA

Nonostante il marcato consenso e la volontà di mettere in secondo piano le opinioni differenti nell’interesse dell’azione unitaria, la Segreteria della presidenza del partito, con un progetto di “Tesi politiche per il 19° congresso della DKP” [svoltosi il 9- 10 ottobre 2010, NdR] ha sottoposto a revisione i principali elementi rivoluzionari del programma di partito7. Heinz Stehr e i suoi due vice, Leo Mayer e Nina Hager, hanno sostenuto le Tesi in maniera esplicita. Dopo una massiccia critica da parte della base, condivisa da alcuni membri della Direzione, dai presidenti regionali e da influenti intellettuali, la Segreteria ha ritirato la proposta di sottoporre ad una decisione queste tesi all’imminente congresso. La Direzione del partito ha concordato a maggioranza, ma ha deciso al tempo stesso di renderle pubbliche per la discussione. Nel progetto di tesi, tra l’altro, le analisi leniniane dell’imperialismo sono completamente negate e vengono poste serie limitazioni alle configurazioni del socialismo stabilite nel programma e al ruolo della classe lavoratrice: il socialismo sarà “non solo l’opera della classe lavoratrice, ma il progetto comune di forze che sono diverse sul piano sociale e per visione del mondo ma che hanno pari diritti e sono in senso ampio emancipatrici”. Per quanto riguarda la lotta per il potere, viene detto che “per il potere rivoluzionario la garanzia di sopravvivere anche di fronte ad una controrivoluzione restauratrice sta nel suo carattere democratico e par- tecipativo e non nella pura capacità di ottenere qualcosa con la forza”. Con l’affermazione secondo la quale il capitalismo moderno avrebbe “distrutto e dissolto la base sociale del movimento dei lavoratori” viene di fatto liquidata la funzione della classe lavoratrice come soggetto rivoluzionario. Per quanto riguarda il ruolo del partito nella diffusione della teoria, al posto della promozione della presa di coscienza in senso socialista viene messa la “comunicazione e sistematizzazione di differenti esperienze e saperi”. Del conseguimento dell’egemonia da parte della classe lavoratrice postulato da Gramsci non si parla. Con queste tesi, i capi della Dire - zione della DKP vorrebbero aprire il partito nei confronti dei movimenti di protesta di sinistra e soprattutto della Linke, ovvero, in altre parole, vorrebbero renderlo compatibile. Nella base del partito è in corso un preoccupato dibattito; un dibattito che, se con le tesi verrà imposta una revisione del programma del 2006, minaccia una scissione o potrebbe quantomeno giungere a quella formazione di frazioni che sinora è stata evitata.

IL TRAVAGLIO DEL MOVIMENTO COMUNISTA IN GERMANIA

Dal 1989/90, la divisione tra i comunisti tedeschi si è approfondita. Accanto alla DKP, nel gennaio 1990 alcuni militanti della SED hanno fondato un partito comunista che ha assunto il nome del Partito Comunista di Germania (KPD) fondato nel 1918 e che nel 1946, nella zona d’occupazione sovietica (dal 1949 DDR), si era unificato con la SPD dando vita alla SED. La fondazione della KPD, che si richiama al marxismo-leninismo, è stata consentita quando la DDR era ancora esistente. Dopo l’annessione alla Repubblica federale, il 3 ottobre 1990, in quanto nuova formazione nata dalle strutture dei partiti della DDR, essa non venne proibita. Secondo un calcolo approssimativo, appartengono alla KPD circa 300 membri. La DKP considera questo partito come un concorrente che rende più difficile la sua espansione ad Est (cioè sul terreno della ex DDR). Nonostante le iniziative prese in tal senso dalla KPD, relazioni regolari tra i due partiti comunisti non si sono realizzate. La KPD pubblica un mensile, Die Rote Fahne, con una tiratura stimata in circa 2.000 copie. Nel 2005, conflitti interni al partito hanno portato nella KPD alla scissione di un gruppo che ha formato una KPD(B)8. Questo gruppo pubblica una rivista Trotz alledem. È rimasto un gruppuscolo con appena qualche dozzina di membri. Nel 1993 è nata ad Hannover la rivista per il socialismo e la pace offensiv, pubblicata dalla Piattaforma Comunista della PDS. Offen-siv rimarca il proprio ruolo come “organo teorico comunista e antirevisionista”, si confronta soprattutto con lo sviluppo in senso socialdemocratico della PDS, si riconosce nel marxismo-leninismo e si dedica soprattutto alla difesa dell’eredità rivoluzionaria della DDR. Con la caratterizzazione della DKP come partito revisionista, la critica a queste tendenze è stata assolutizzata. Dopo la disdetta da parte della PDS, nel 2002 è nata come casa editrice l’Associazione per la promozione della pubblicistica democratica. Tra i membri fondatori c’era Peter Hacks, morto nel 2003. Offen-siv conta tra 1.500 e 2.000 abbonati. Nel 2001 è stata costituita l’associazione di formazione politica RotFuchs, che ha preso in carico la pubblicazione dell’omonima rivista fondata a Berlino nel 1998 da membri della DKP. L’associazione si è sviluppata in concorrenza con la DKP e con le sue pubblicazioni e ha impedito e impedisce ancora l’espansione della DKP nella Germania dell’Est. Dal 2005 la rivista appare solo come “Tribuna per i comunisti e i socialisti” e come “rivista comunista- socialista indipendente dai partiti”. L’associazione conta attualmente circa 1.500 membri, tra i quali - in numero modesto - membri della DKP e KPD. Gli abbonati vengono indicati in circa 5.000. La rivista e l’associazione si dedicano soprattutto alla divulgazione dell’eredità rivoluzionaria della DDR e svolgono su questa base un notevole lavoro di formazione politica, sebbene rivolto prevalentemente alla Germania dell’Est. La rivista dispone di una vasta cerchia di autori piuttosto noti. Se sul piano regionale e locale c’è una collaborazione con le direzioni della DKP, a livello di esecutivo di partito non c’è alcun contatto, mentre a livello centrale questo c’è invece con la KPD. Dopo un periodo di intensa collaborazione con offen-siv, RotFuchs ha provocato nel 2004 una rottura dovuta a questioni di competizione e a nascoste ambizioni di egemonia. Si è arrivati ad attacchi che fino a quel momento erano noti solo sulla scena maoista. Il caporedattore Klaus Steiniger ha definito offen-siv un “avversario politico” e il suo presidente Frank Flegel un “agente dell’imperialismo”. Dopo il preannuncio di azioni giudiziarie, le accuse sono state interrotte. Il travaglio del movimento comunista tedesco, che era già visibile prima del 1989, è stato segnato negli anni successivi dalla presenza di numerose organizzazioni, associazioni e riviste, alcune delle quali non vanno strettamente annoverate nel movimento comunista, poiché rivendicano contenuti tanto comunisti quanto socialisti. Esse in generale rifiutano la DKP o si collocano in una posizione critica. Vanno prese in considerazione, tra le altre organizzazioni o pubblicazioni, Kommunistische Arbeiterzeitung (Giornale comunista dei lavorato ri), a sua volta diviso in due gruppi; Arbeiterstimme (la Voce dei lavoratori), Verein für politische Bildung, linke Kritik und Kommunikation (Associa - zione per la formazione po li tica, la critica e la comunicazione della sinistra), in precedenza Forum delle comunità di lavoro comuniste, proveniente dalla Lega dei comunisti te - desco-occidentali; la rivista Streitbarer Materialismus (Materia lismo combattivo), edita da Verein zur Förderung der wissenschaftlichen Weltanschauung (Associazione per la promozione della visione scientifica del mondo). In aspra opposizione alla DKP, nel 1972 si era formata una Lega dei lavoratori comunisti (Kommunistischer Arbeiterbund), dalla quale nel 1982 è nato un partito marxista-leninista di Germania (Marxistisch-Leninistische Partei Deutschlands, MLPD). Questo partito afferma di riconoscersi in Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Zedong e si dichiara avanguardia politica della classe lavoratrice e partito del “vero socialismo”. Esso accusava il PCUS di “revisionismo moderno” e di aver restaurato il capitalismo nell’URSS. Il numero dei suoi militanti viene al momento valutato in 2.300. Attorno ad esso gravitano organizzazioni giovanili, femminili e persino per i bambini, oltre a diverse pubblicazioni. Tra queste un settimanale, Rote Fahne (Bandiera Rossa), con una tiratura dichiarata di 7.500 copie. Alle elezioni comunali la MLPD ha raggiunto risultati tra il 3,5 e il 5,3 per cento e dal 2006 è rappresentata in 9 Municipi da 14 consiglieri. Non ha rapporti con altre organizzazioni nel campo comunista. Nell’autunno 2008, la rivista offensiv, sostenuta da alcuni militanti della DKP e della KPD, ha dato vita alla Kommunistische Initiative (Ini - ziativa Comunista) come “pun to di raccolta e di organizzazione” per creare le “condizioni per la formazione di un partito marxista-leninista unito in Germania”9. Un comitato organizzativo provvisorio pubblica una newsletter. A questo scopo, Iniziativa Comunista è passata rapidamente a creare le prime strutture organizzative, dando l’impressione che anche senza un’esplicita denominazione di partito verrà cre a ta un’organizzazione corri spon dente, tanto più che è stato e viene sottolineato in maniera sempre più forte che la creazione di un partito comu - nista unitario diventa ogni giorno più urgente. Attualmente è in fase di elaborazione un manifesto. A prescindere dalle eccezioni (la KPD), il confronto viene condotto solo con singole persone e non con le direzioni delle organizzazioni comuniste esistenti. Importanti personalità di orientamento comunista non hanno aderito alla KI (al di fuori di offen-siv). Non vengono cercati nemmeno contatti verso quella base della DKP che si oppone criticamente alle tendenze revisionistiche della Direzione del proprio partito (il progetto di Tesi che abbiamo già ricordato) e queste tendenze vengono piuttosto liquidate come una forma di centrismo. Insomma, se la KI dovesse fare il passo verso la fondazione di un partito, questo non farebbe che approfondire il travaglio del movimento. Contrariamente agli obiettivi perseguiti dalla KI, nel conflitto oggi in corso è necessario anzitutto conservare e difendere la DKP, sulla base del suo programma del 2006 e della sua identità comunista, come l’organizzazione comunista e la forza delle sinistre rivoluzionarie più grande e capace di rappresentare gli interessi della classe lavoratrice. *L’autore è da molti anni collaboratore di Unsere Zeit, di Marxistische Blätter e di altre pubblicazioni della DKP. Laureato in storia vietnamita, abilitato in storia italiana, ha pubblicato numerosi libri sul Vietnam e l’Italia, sul fascismo, l’antifascismo e le lotte di classe. Da ultimo, Geschichte Italiens vom Risorgimento bis heute e Der Heilige Vater. Benedikt XVI. Ein Papst und seine Tradition, entrambi da PapyRossa-Verlag, Köln 2008 e 2010.

trad. it. di Stefano G. Azzarà

Note

1 SED, Partito Socialista Unitario di Germania: il partito comunista della DDR.

2 Figlio di Klaus Gysi (nella DDR, tra l’altro, ministro della cultura, ambasciatore a Roma, più tardi segretario di Stato per le questioni ecclesiastiche), Gregor Gysi era avvocato di grido e presidente di quel Collegio degli avvocati che in passato aveva difeso numerosi dissidenti.

3 In dicembre al nome del partito venne aggiunta la dizione “Partei des Demokratischen Sozialismus” (PDS). Dal febbraio 1990 il partito si chiamò solo PDS, con la stessa abbreviazione del PDS italiano.

4 Nel quale la KPD era ancora rappresentata.

5 Gehrcke ha aderito alla PDS ed oggi nel Bundestag è portavoce per la politica estera del gruppo del partito della Linke (nata nel 2007 dall’unione della PDS tedesco-orientale e della WASG tedesco-occidentale).

6 Programma della DKP, Compress-Verlag, Essen 2006; v. anche Hans Heinz Holz, Das neue Programm der DKP, in Theorie und Praxis. Zeitschrift des Arbeitskreises Sozialismus in Wissenschaft und Politik, 6.8. 2006.

7 www.kommunisten.de .

8 La B sta per “bolscevico”.

9 offen-siv, 9/2008.