Ludovico Geymonat, tra teoria e politica

E-mail Stampa PDF
*Professore Ordinario Filosofia teoreticaUniversità degli Studi dell'Insubria

Ludovico Geymonat (1908-1991), secondo una bella immagine un tempo donatami da Sebastiano Timpanaro (1923-2000), costituisce una grande quercia, saldamente radicata nel secolo che abbiamo ormai alle spalle, la cui opera filosofica ha profondamente cambiato la cultura del nostro paese. Ma quale insegnamento politico si può trarre ancor oggi dalla sua, assai preclara, lezione filosofica e civile?

1. GEYMONAT E IL VIZIO DELLA COERENZA

Di primo acchito nel tentativo di rispondere a questa domanda mi viene in mente quanto lo stesso Geymonat soleva dire di sé, con riferimento privilegiato alla situazione politica del suo tempo: «sono uno sconfitto che lotta sempre». Questa potrebbe essere effettivamente, in prima battuta, una preziosa indicazione critica: malgrado le sconfitte - siano esse di breve o di lunga durata, non importa - occorre sempre possedere la tenacia (la forza della volontà) con la quale non ci si perde mai d’animo, ma si sa sempre reagire positivamente alle situazione più diverse e anche a quelle più difficili, senza mai perdere di vista i propri obiettivi strategici. Se si cerca poi di contestualizzare meglio questo prezioso rilievo di Geymonat non è difficile tener presente che il Nostro soleva ricorrere a questa battuta soprattutto per sottolineare la sua distanza critica dall’evoluzione complessiva delle forze comuniste legate al Pci che ben presto rinnegarono le proprie radici comuniste per trasformarsi in un diverso partito politico il cui erede attuale è rappresentato dal Partito democratico. Geymonat fu, del resto, tra i promotori di Rifondazione comunista - anche se, probabilmente, alcuni uomini politici come Fausto Bertinotti non ricordano, oppure ignorano senz’altro questo suo apporto. Tuttavia Geymonat, pur avendo partecipato attivamente alla creazione di Rifondazione, dopo qualche tempo, non era affatto soddisfatto di come andassero complessivamente le cose in questa formazione politica. Né, d’altra parte, si può dimenticare come Geymonat, (sempre profondamente filo-sovietico), negli anni Settanta ed Ottanta avesse deciso di appoggiare - da indipen - dente, ma sempre con determinazione - Democrazia proletaria, un “piccolo partito dalle grandi ragioni” che aveva sostenuto candidandosi sia nelle elezioni nazionali, sia in quelle europee, sia in quelle amministrative. Geymonat volle così premiare, col suo appoggio, una piccola forza politica coraggiosa ed autenticamente di sinistra, in grado di contrapporsi - politicamente - alla strategia (storicamente fallimentare) del “compromesso storico”, avendo, al contempo, la capacità di porre sul tappeto, con indubbia coerenza, alcuni seri problemi sociali, economici e civili che andavano ben al di là delle differenti emergenze della quotidianità. Ma anche in questo caso Geymonat non riusciva poi senz’altro ad identificarsi, senza alcune interessanti riserve critiche, con le posizioni espresse da Democrazia proletaria. Soprattutto nell’ambito della politica estera, un settore nel quale Geymonat continuava a difendere le ragioni strategiche e storiche del socialismo reale. A chi obiettava che in Russia molte cose non andavano affatto nella direzione socialista auspicata, Geymonat rispondeva non tanto negando quanto si rilevava (né avrebbe potuto farlo perché queste denuncie e perplessità erano ampiamente documentate e pressoché irrecusabili), ma opponeva una sua contro-domanda che voleva spiazzare il proprio interlocutore critico: «se dovesse eventualmente scoppiare una terza guerra mondiale - obiettava Geymonat - anche i critici dell’Urss dovrebbero infine schierarsi: o con gli Usa, oppure con l’Urss » . Un rilievo forse spiazzava alcuni critici, ma che spesso riceveva una risposta altrettanto inconsueta: «né con gli uni, né con gli altri». Risposta che, tuttavia, non lo soddisfaceva perché per parte sua richiamava costantemente a tener presenti le reali forze in campo, con le quali occorreva comunque fare i conti politici.

2. LE RAGIONI IDEALI E STORICHE DEL COMUNISMO

Le cose sono poi andate come sappiamo: l’Urss si è dissolta e il mondo ha finito per entrare in una dimensione fortemente unipolare in cui il potere degli Stati Uniti non ha più dovuto fare i conti con un antagonista di peso come l’Unione Sovietica. Il che ha determinato una nuova fase storica entro la quale anche il mondo asiatico ha finito per assumere un ruolo sempre più rilevante e decisivo. Tuttavia, nell’ultima fase della sua vita, mentre il muro di Berlino crollava e la stessa Unione Sovietica cominciava a dissolversi, Geymonat non aveva affatto rinunciato a riflettere sulle ragioni del suo essere comunista. Proprio a fronte della dissoluzione del socialismo reale Geymonat volle infatti reagire iniziando a concepire un libro che difendeva le ragioni, storiche ed ideali, del comunismo. Ricordo che a volte mi parlava di questo libro che voleva scrive e che, appunto, aveva anche iniziato a delineare. Per difendere le ragioni storiche ed ideali del comunismo Geymonat svolgeva una serie di interessanti considerazioni che non mi pare abbiano perso di attualità e di interesse. In primo luogo, il Nostro rilevava come nel mondo, a livello planetario, le gravi contraddizioni tra le aree geografiche occidentali, sempre più ricche e militarmente potenti, e le aree depresse e affamate del terzo e quarto mondo mettessero capo ad un contrasto affatto stridente e veramente impressionate. A suo avviso la fame nel mondo, la povertà, la mancanza d’acqua e l’assenza totale - per milioni di esseri umani - delle minime condizioni di vita costituivano una piena conferma della previsione marxista concernente la formazione di un mondo di pochi, sempre più ricchi e potenti, di fronte alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, spesso e volentieri ridotta letteralmente a sopravvivere quando non a morire di fame, (come attestano anche i drammatici dati Onu sulla fame nel mondo e sulla diffusione della povertà). In secondo luogo, prendendo in più diretta considerazione la storia del comunismo reale, quale si era realizzato nei paesi socialisti legati all’Urss e nella stessa Unione Sovietica, Geymonat non poteva non riconoscere il fallimento complessivo di questa esperienza storica. Tuttavia, proprio di fronte agli errori e alla dissoluzione di questo “socialismo reale” era anche disposto a sostenere che proprio questi errori non mettevano affatto in discussione le ragioni ideali e strategiche del comunismo. A suo avviso si poteva infatti sostenere apertamente una sorta di parallelo storico tra il comunismo e il cristianesimo. Anche il cristianesimo ha infatti conosciuto, nel corso della sua storia, alcune drammatiche esperienze - basterebbe pensare all’Inquisizione e alla Controriforma - che pur avendo rappresentato un’aperta violazione degli stessi ideali della cristianità, tuttavia non sono stati in grado di togliere valore intrinseco all’idealità più vera del cristianesimo. In modo analogo anche il comunismo, malgrado i tragici errori del socialismo reale, non ha affatto perso nulla del suo valore strategico sul piano ideale ed escatologico. Su questa duplice base Geymonat poteva dunque ritenere non solo opportuno, ma addirittura doveroso tornare ad interrogarsi seriamente sulle ragioni di lotta e di impegno politico e sociale che dovevano indurre a militare a favore di una politica coerentemente comunista e di classe.

3. SENZA TEORIA NON SI PRATICA NESSUNA SERIA POLITICA LUNGIMIRANTE

Ma a ben considerare questi interessanti rilievi di fondo penso che dalla lezione filosofica e civile di Geymonat si possa anche trarre una terza, assai feconda, indicazione critica e di impegno politico. In tutte le differenti fasi della sua vita Geymonat non ha infatti mai negato la necessità di dover ancorare l’azione politica su una seria e approfondita riflessione culturale e teorica. Anzi, da questo punto di vi- sta non si è mai stancato di sottolineare come, a suo avviso, la crisi politica dei comunisti - anche al tempo delle “magnifiche sorti e progressive” del compromesso storico - fosse determinato da uno specifico deficit di seria e rigorosa elaborazione culturale. Geymonat è sempre ritornato su questo problema: quello di ancorare una possibile linea di strategia politica, su una seria considerazione culturale e teorica, in grado di indagare, con serietà e il dovuto rigore di analisi, l’esatta situazione storico-civile culturale ed economica nella quale ci si trovava inseriti. Non per nulla nel criticare la pur egemone tradizione del marxismo occidentale, Geymonat ha sempre richiamato l’opportunità di costruire una nuova visione del mondo, della società e della stessa riflessione filosofica, avendo la capacità di saper analizzare criticamente gli innovativi risultati conoscitivi cui le tecnoscienze hanno via via messo capo nel corso della loro sempre più impetuosa e complessa storia. Una teoria politica incapace di comprendere i più approfonditi livelli conoscitivi e tecnici elaborati, complessivamente, dal patrimonio tecnicoconoscitivo cui ha messo capo la storia umana nel corso del suo sviluppo, costituiva infatti per Geymonat una lacuna assai grave che, prima o poi, avrebbe creato seri ostacoli allo stesso sviluppo di una coerente ed efficace azione politica nella quotidianità della nostra vita. Mi sembra che anche l’attuale cronaca contemporanea, nell’attualità di alcuni drammatici problemi bioetici, non faccia che confermare questa precisa e assai felice intuizione critica di Geymonat. Un’intuizione in base alla quale possiamo senz’altro affermare che senza un’adeguata ed innovativa comprensione teorica del mondo contemporaneo in tutta la sua complessità qualunque soluzione politica di sinistra non potrà che essere assai claudicante e destinata, quindi, ad un sicuro insuccesso pratico. Se la sinistra comunista vuole tornare ad avere un progetto strategico vincente in grado di confrontarsi con il mondo contemporaneo e quello futuro, potrà farlo solo se si rimetterà a studiare il mondo per meglio comprenderne le dinamiche intrinseche, senza peraltro voltare le spalle al sempre più complesso patrimonio tecnico-conoscitivo con il quale oggi l’uomo non può non progettare la sua vita contemporanea e dell’immediato futuro. Senza questa disponibilità allo studio serio e rigoroso e senza la capacità di prospettare delle idealità escatologiche radicate nel patrimonio tenico-cnoscitivo in grado di migliorare il mondo traducendo l’utopia in un progetto politico e civile praticabile, la sinistra non tornerà mai ad essere motore di un significativo cambiamento storico. Per farlo la sinistra, secondo l’insegnamento di Geymonat, deve dunque essere in grado di intrecciare la ragione con la volontà, lo studio con l’impegno civile, il cuore con la conoscenza. Senza ragione critica avremo infatti solo delle genealogie rapsodiche, ma senza un cuore e delle idealità radicate nelle studio e nelle conoscenze, avremo solo dell’opportunismo politico, come quello che abbiamo conosciuto negli ultimi, devastanti, decenni.

4. IL TUTTO E' PIU' DELLA SOMMA DELLE PARTI: CONTRO IL RIDUZIONISMO

Infine, a ben considerare anche l’opera epistemologica di Geymonat, non è difficile scorgere nella sua lezione, squisitamente filosofica, altre feconde indicazioni politiche e culturali. Nell’ultima fase della sua vita, che ha come suo punto di riferimento la grande Storia del pensiero fi - losofico e scientifico, unitamente ad un’opera teorica come Scienza e rea - lismo, Geymonat ha infatti sviluppato una sua interessante battaglia contro il riduzionismo, favorendo la nascita di un ben diverso approccio epistemico al tema della conoscenza che non è privo di un suo interesse specifico anche in ambito politico. Per Geymonat il riduzionismo è epistemologicamente fallimentare proprio perché si basa sulla pretesa, ingiustificata e dogmatica, di poter senz’altro ridurre, in modo univoco, un determinato piano di indagine ad un piano, considerato come fondativo e basilare, in grado di spiegare quello “superiore” riducendolo senz’altro a quello inferiore. L’errore epistemico del riduzionismo è quindi perlomeno duplice: non comprendere l’autonomia, specifica e relativa, di ciascun livello di analisi - che gode, appunto, sempre di una sua specifica autonomia relativa - e mettere capo ad una visione alquanto unilaterale (e dogmatica) in virtù della quale tutto si potrebbe ridurre ad un unico piano privilegiato che potrebbe appunto spiegare tutto riconducendolo ad un solo piano prospettico che sarebbe quindi senz’altro esaustivo del reale. Non solo: operando sistematicamente tali riduzioni unilaterali, il riduzionismo non riesce a spiegare un diverso punto di vista, quello della totalità, mediante il quale occorre invece considerare i differenti elementi da un ben differente punto di vista, quello in virtù del quale si capisce che il “tutto” non è affatto riducibile alla mera somma dei suoi singoli elementi. L’utilizzazione critica ed epistemica della categoria della totalità ci consente, infatti, di meglio capire che un sistema complesso non è solo ciò che è unicamente in base ai suoi molteplici elementi, perché questo sistema si configura, invece, come quello che è soprattutto in relazione a tutto il complesso ambito delle molteplici relazioni entro le quali si configura questo stesso sistema complesso. Su questo piano Geymonat teneva ben presente la lezione che proviene dalla tradizione filosofica tedesca che risale ad Hegel e Marx, onde sottolineare che il tutto è più della mera somma delle sue parti, giacché il tutto finisce appunto per caratterizzare e qualificare i suoi stessi elementi costitutivi. Su questo piano epistemologico l’analisi non può quindi mai trascurare la complessità dei molteplici nessi dialettici - storici, strutturali e sistemici - che variamente qualificano le differenti parti di un sistema. Non solo: non può neppure trascurare l’autonomia relativa che sempre contraddistingue ciascun singolo piano di analisi e che lo pone poi in una relazione affatto particolare con gli altri piani entro un complesso di relazioni che configurano appunto una specifica totalità. Per questa ragione la comprensione critica di un determinato sistema deve sempre essere criticamente molto sofisticata e deve sempre essere in grado di studiare il singolo sistema avendo la virtù epistemica di comprendere il singolo albero (inteso, peraltro, a sua volta, come sistema complesso), entro la foresta e non mai indipendentemente dalla foresta. Questo nuovo e fecondo approccio critico-epistemico consente allora di comprendere, per dirla con il premio Nobel Roger Sperry, che non ci sono solo cause che agiscono verso l’altro (come appunto vorrebbe il riduzionismo che si illude di poter ridurre tutto ad un solo piano privilegiato e fondamentale), ma che esistono anche cause che agiscono verso il basso, nelle quali il tutto esercita una sua influenza peculiare. Conseguentemente per Geymonat, tenendo presente il ruolo euristico della categoria della totalità, occorre cambiare modo di ragionare non solo per comprendere la complessità del patrimonio tecnico-conoscitivo, ma anche per capire le dinamiche del patrimonio civile delle libertà, nonché la stessa società, l’economia, la medicina e la stessa cultura. Mentre il riduzionismo ci abitua a separare ed isolare, la sistematica descrittiva della totalità ci abitua invece a tener sempre presente la complessità dei sistemi complessi e a configurare un’articolata gerarchia sistemica in cui tutto si connette con tutto, sviluppando un paradigma euristico che tiene sempre ben presente il ruolo della sistematica descrittiva della totalità. In questo modo, per esempio, se la medicina riduzionista separa arbitrariamente il corpo dalla psiche, perde allora di vista l’unità olistica dell’uomo, in virtù della quale non si può mai considerare un singolo elemento fisiologico come completamente indipendente dalla complessa trama di relazioni entro il quale si trova comunque inserito nell’ambito di un organismo che deve allora essere considerato come un tutto che a sua volta è connesso con un complesso sistema di relazioni che lo plasmano e lo formano. In modo del tutto analogo una politica riduzionista e non dialettica cercherà sempre di comprendere un singolo fattore (per esempio la presenza devastate della camorra in Italia) nel suo astratto isolamento e non scorgerà invece i molteplici e complessi nessi che alimentano la vita stessa del singolo camorrista trasformandolo in un elemento che si spiega solo alla luce di questa articolata complessità. Le conseguenze sono allora evidenti: il riduzionismo politico cercherà di combattere il singolo criminale e non riuscirà mai ad intaccare quel particolare sistema complesso che genera continuamente sempre nuovi camorristi. Analogamente sul piano politico internazionale il terrorismo verrà concepito in modo unilateralmente atomistico, senza più cogliere i molteplici nessi - internazionali, economici, civili, strutturali e culturali - che stanno invece alla base del singolo fenomeno terrorista e che lo alimentano continuamente. In tal modo questa coraggiosa ed innovativa battaglia epistemologica, inaugurata dal Geymonat negli anni Settanta contro il riduzionismo, si configura allora come un nuovo e prezioso paradigma concettuale, epistemico e civile che dovrebbe indurci a modificare profondamente la nostra tradizionale immagine della conoscenza e della società. Dovrebbe anche indurci a rinnovare profondamente la nostra tradizionale immagine dell’azione politica, inducendoci a tenere nella debita considerazione critica i differenti patrimoni civili delle libertà che, nel corso del tempo, si articolano in sistemi sempre più complessi e problematici.