Una sfida non solo elettorale

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1. Le elezioni di giugno assumono per l’Italia, ed in particolare per i comunisti e le forze di sinistra anticapitalistica ed antimperialista, una valenza politica che oltrepassa le connotazioni di un normale passaggio elettorale. La crisi sta avendo anche nel nostro Paese pesanti ripercussioni sulla condizione sociale di decine di milioni di persone. Cui si accompagna non già una radicalizzazione conflittuale delle maggiori organizzazioni sindacali (CGIL-CISL-UIL), ma una loro ormai piena integrazione (CISL e UIL) nelle compatibilità di sistema, e una sofferta dialettica all’interno della CGIL tra le componenti più moderate e quelle che (come la FIOM) vorrebbero rilanciare una linea di lotta in convergenza col sindacalismo di base.

2. Sul piano politico, si afferma il tentativo di consolidare in vari modi - dagli sbarramenti elettorali al referendum - un sistema bipolare/bipartitico che impedisca al conflitto sociale e alle forze del cambiamento, prima di tutto ai comunisti, di avere uno spazio nelle istituzioni affinché siano rappresentate anche lì le istanze del conflitto sociale e per una politica estera non asservita alla NATO e a Israele. E per fornire, anche dalle istituzioni, una tribuna e una strumentazione politica e mediatica (un’utile sponda che sarebbe infantile sottovalutare) alle istanze di lotta che si manifestano nel Paese.

3. L’obiettivo dei gruppi dominanti è quello di “gestire” le contraddizioni che il sistema capitalistico genera, convogliandole nell’ambito dell’alternanza. Oppure relegandole a periodiche e impotenti esplosioni di “rabbia sociale” facili da circoscrivere e da reprimere; ed impedire che esse si strutturino e si organizzino durevolmente in organizzazioni sindacali e in formazioni politiche, con basi di massa,: caratterizzate le prime da una solida autonomia sindacale di classe, le seconde da una solida riorganizzazione dei comunisti in partito, nell’ambito di una più vasta unità d’azione a sinistra. Organizzazioni non “folcloristiche” cioè (come ebbe a dire sprezzantemente Romano Prodi durante il suo ultimo governo) o puramente testimoniali e gruppuscolari, ma capaci di riorganizzare e riorientare il conflitto di classe, durevolmente, su basi di massa.

4. Come si è scritto, “gli operai che in una recente trasmissione televisiva ammettevano di aver votato Berlusconi con la speranza che salvasse l’azienda e quindi il posto di lavoro, o quelli che al nord votano Lega, o sperano di trovare rifugio nella tutela del sindacalismo di destra, dimostrano che le contraddizioni sociali non sfociano automaticamente in una critica del sistema, ma possono, se manca un soggetto politico in grado di trasformarle in coscienza di sé, essere usate a vantaggio di quelle classi sociali che le hanno generate”. E questa “non è una novità di questi tempi; il consenso sociale di alcuni regimi fascisti ( da quelli europei a quelli latinoamericani ), il modo con cui i colonialismi costruivano un consenso interno mentre sfruttavano i ceti popolari , per massacrare e dominare i popoli di altri paesi, sono solo due esempi del fatto che non vi è mai stato un qualche automatismo tra condizione sociale e comprensione della necessità del cambiamento” (come dovrebbe essere chiaro ai comunisti, se essi non hanno smarrito la lezione di Lenin e di Gramsci sul valore della lotta politica e ideologica per la formazione di una lucida coscienza di classe nelle avanguardie dei movimenti).

5. Anche la falsa alternativa tra due poli (o partiti) dell’alternanza fa parte di questo tentativo di gestione delle contraddizioni piegandole ad una continua internità al sistema , facendo oscillare il malcontento tra l’ uno o l’ altro dei due partiti (o poli) che comunque hanno alla base l’accettazione degli attuali rapporti economico-sociali e vincoli internazionali, oppure spingendolo verso l’astensione e l’impotenza, o cercando di dirottarli verso raggruppamenti sostanzialmente subalterni ad uno dei due poli (come è recentemente e tristemente avvenuto per il gruppo legato a Nichi Vendola, che si presenta in coalizione con ciò che rimane dei Verdi, di Sinistra Democratica e dei socialisti di Bobo Craxi e De Michelis.

6. Per questo riteniamo che la costruzione di una lista unitaria tra i comunisti e le forze anticapitaliste per le elezioni europee sia una scelta importante, e contrastiamo ogni tentativo - anche se mascherato da fraseologie ultrarivoluzionarie - di ostacolarla, con liste di disturbo, appelli all’astensione, attendismi o scetticismi variamente motivati. Ma proprio per questo tale scelta non può essere , e non può apparire solo motivata dallo sbarramento del 4%: ne risulterebbe minata la credibilità sociale ed ogni attrattiva politica e ideale.

7. Né ci è parso comprensibile (anzi, frutto di pregiudiziali ideologiche anti-unitarie) perché in alcuni casi (fortunatamente minoritari) le stesse forze politiche, nel passaggio delle elezioni amministrative, abbiano compiuto scelte diverse, tanto più in situazioni che non vedono forti divergenze politiche, di programma o di collocazione rispetto alle alleanze.

8. Noi sosteniamo da tempo la necessità di una riaggregazione unitaria dei comunisti in un solo partito (sulla base, è evidente, di un programma e di un profilo politico e ideale convergente, non - come si ripete stancamente - “in astratto”). Solo un anno fa, l’ipotesi di una lista comunista unitaria alle elezioni sarebbe parso un miracolo. In verità, sappiamo che la sua realizzazione è stato il frutto non solo di alcune circostanze oggettive favorevoli, ma anche di un duro lavoro di molti, in più direzioni. Non vantiamo diritti d’autore, anche se sappiamo bene che tale scelta è stata per molto tempo osteggiata (non solo con argomentazioni tattiche) o vista con sufficienza e scetticismo anche da forze che oggi la sostengono. Tanto meglio. Purchè qualcuno non voglia farcene una colpa, o pretenda di tenere in piedi verso di noi ostracismi e pregiudizi superati dai fatti o, peggio ancora, eserciti vere e proprie discriminazioni, come è avvenuto in alcuni casi, ad esempio a Roma e a Milano, in occasione in quest’ultima della scelta delle candidature per le elezioni locali. Tale processo andrà avanti solo se saprà svilupparsi a livello politico, nella pratica del conflitto sociale, nella ricchezza e trasparenza di un dibattito teorico-politico in cui forte sia la capacità di elaborazione e di reciproco ascolto: non può essere solo un passaggio elettorale (come qualcun altro pensava per l’Arcobaleno) a determinare una aggregazione politica, né la sommatoria di arguti e tempestivi passaggi tattici (che pure non guastano).

9. Quando diciamo “unità dei comunisti”, non pensiamo solo ai due partiti (PRC e PdCI), ma anche a quelle migliaia di compagne/i che sono passati in questi anni per i due partiti ed oggi, o sono tornati a casa delusi, o sono a volte il cuore di conflitti sociali, sindacali, culturali, di comitati e associazioni che animano quel mondo “in basso a sinistra” cui facciamo riferimento. Ma non sottovalutiamo l’essenzia- lità dell’apporto delle due principali forze comuniste organizzate, senza di che si sarebbero fatte per lo più delle chiacchiere, tanto radicali quanto ininfluenti, ed oggi il bipolarismo politico in Italia sarebbe pressoché perfetto e compiuto. Cerchiamo di trovare un giusto equilibrio tra i due aspetti del problema, e non è certo per eclettismo che ospitiamo in permanenza sulla nostra rivista contributi che pongono l’accento, ora sull’una, ora sull’altra sensibilità. Crediamo alla possibilità di una sintesi non tatticista e anche per questo lavoriamo in più direzioni.

UN'ALTRA EUROPA

10. Le elezioni europee si svolgeranno in 27 Paesi dell’Unione (Ue), con 500 milioni di persone e con un Prodotto Interno Lordo pari al 19%% di quello mondiale. Constatiamo che a livello della Commissione e del Parlamento europei, non esistono divergenze strategiche fondamentali di politica estera (euro-atlantismo) ed economica (liberismo sorretto dall’intervento statale per fronteggiare la crisi) tra i due maggiori raggruppamenti politici: quello conservatore, raccolto intorno al Partito popolare europeo e quello socialdemocratico. Insieme ai liberali (affini ad entrambi) questi gruppi esprimono oltre il 75% del Parlamento europeo (PE) e dominano la vita politica dell’Ue, in una ferrea logica bipartisan di alternanza/concertazione.

11. La presidenza Obama ha riavvicinato le due rive dell’oceano in una solidarietà euro-atlantica sancita dal rientro della Francia nella struttura militare integrata della NATO, da cui De Gaulle volle uscire per salvaguardare l’indipendenza nazionale del suo Paese. La necessità, anche per i liberisti più incalliti, di ricorrere al sostegno dello Stato per “socializzare le perdite” prodotte dalla crisi e dalla recessione, ha ridotto le divergenze sulla politica economica tra le diverse componenti interne al sistema. E il peso assai limitato delle forze comuniste e di sinistra “alternativa” nel PE (il GUE, il gruppo che le riunisce, esprime 41 europarlamentari su 783, pari al 5,2 %) pone a queste forze compiti prevalentemente difensivi e di sopravvivenza nazionale, di accumulazione di forze, di incidenza nelle lotte sociali nei rispettivi Paesi. Non è certo all’ordine del giorno la possibilità di “un’altra Europa”; e chi dice il contrario, o vende fumo oppure in realtà prospetta un’alternanza con socialdemocratici, liberali e verdi che, nel contesto attuale dell’Ue e con gli attuali rapporti di forza tra le classi, non avrebbe proprio nulla di “alternativo”. Tanto più che le scelte fondamentali di politica economica ed estera vengono prese fuori dal PE: dai grandi Stati nazionali e dai poteri forti economici e finanziari (e dalla loro concertazione in ambito UE e NATO), sulla testa dei popoli. Mentre praticamente non esiste un sindacalismo di classe coordinato su scala continentale.

12. La profondità della crisi mondiale e una forte modifica in atto nei rapporti di forza tra le maggiori potenze, con il declino della triade imperialista (USA, UE e Giappone) e l’ascesa di nuove entità non omologate al vecchio ordine mondiale euro-atlantico (Russia, Cina, India, Brasile, Sudafrica…), con una forte incidenza sulle rispettive dinamiche regionali, possono determinare a medio termine ripercussioni significative anche sugli equilibri nella UE. Non è dunque prematuro l’appello ai comunisti perché lavorino alacremente alla loro riorganizzazione e al radicamento sociale. I tempi della storia non sono lineari, ed è sempre buona norma non farsi cogliere impreparati da imprevedibili accelerazioni (chi avrebbe previsto, pochi anni prima, il crollo dell’URSS?).

13. Tutto ciò rimanda ad un nodo strategico fondamentale, quasi del tutto assente in questa campagna elettorale: che cosa intendiamo quando parliamo di “un’altra Europa”, di un’ “Europa dei popoli”, di una alternativa di progresso all’Unione europea? L’UE non è un contenitore neutrale, tinteggiabile di destra o di sinistra a seconda delle circostanze o del congiunturale prevalere nel Parlamento europeo di maggioranze di centro-destra o di centrosinistra (di alternanza), bensì un progetto strutturato, che viene da lontano, di costruzione di un nuovo polo capitalistico sovranazionale, consolidato negli anni da innumerevoli vincoli e trattati, con la formazione dell’euro e di una Banca Centrale Europea; e di una Politica estera e di sicurezza comune che cerca spazi di relativa autonomia dagli Stati Uniti dentro le strutture e le compatibilità della NATO, non certamente in alternativa ad esse (una sorta di “condominio imperiale” per il governo del mondo). Come si è visto nella guerra alla Jugoslavia, nelle relazioni con Cuba, Cina, Russia.., nella subalternità ad Israele. Tutto ciò ne fa un processo di integrazione regionale assai diverso da quelli in corso in America Latina, in Africa, in Asia, che non avvengono su basi neo-imperialiste. Una alternativa in Europa paragonabile a quella perseguita dalle forze progressiste in America Latina non può che avvenire in netta discontinuità col progetto Ue.

14. Tra i comunisti e le forze di sinistra critica in Europa, anche nel GUE-NGL, sono presenti in proposito due tipi di approccio. Il primo è quello che crede ad una “riformabilità” della UE, per cui un’avanzamento nella socialdemocrazia e delle sue componenti di sinistra, un rafforzamento della sinistra anticapitalistica, la ripresa di un nuovo ciclo di lotte sociali, renderebbero credibile la formazione nell’UE (e in alcuni dei suoi Stati chiave) di maggioranze alternative, di “sinistra”, capaci di mutare la natura e la politica complessiva dell’- Unione europea. In questo filone si ritrovano alcuni settori della socialdemocrazia e buona parte dei gruppi dirigenti del Partito della Sinistra Europea (SE), che ha fatto di questa posizione “interna” al quadro UE uno dei tratti fondanti del suo profilo strategico e programmatico, a partire dalla Linke tedesca, che è oggi in questo schieramento la componente più forte. Un secondo approccio caratterizza invece una parte dei partiti comunisti del continente (dell’Est e dell’Ovest), per lo più esterni alla Sinistra Europea (o suoi “osservatori”); la più parte delle forze della sinistra anticapitalistica della regione scandinava; e alcune componenti (non maggioritarie) interne a questo o quel partito della Sinistra Europea (il dibattito è trasversale, a volte neppure veramente impostato).

Tutti, nel GUE, condividono l’ esigenza di lottare per conquiste parziali nel quadro attuale UE (vi sono cioè le basi per un programma minimo condiviso). L’UE esiste, esisterà probabilmente per un periodo non breve - nonostante la crisi profonda che attraversa - e non ci si può estraniare dalla dialettica politica e programmatica che vi si svolge in nome di un’ Europa futura, tutta da costruire. Il punto è - questa l’essenza strategica della seconda posizione, a cui ci sentiamo affini - che le forze che si richiamano al socialismo ed ad un’alternativa anti-liberista, contrarie alla guerra e all’imperialismo; le forze che vogliono un’Europa unita e autonoma dagli Stati Uniti e dalla NATO, fondata non su poteri federali sovranazionali, ma sulla cooperazione tra Stati sovrani, non imperialista bensì amica e cooperante coi popoli del Sud del mondo, non possono pensare di perseguire compiutamente tali obiettivi dentro il quadro e le compatibilità dell’UE, ma debbono avanzare fin da ora un progetto alternativo.

15. Si continua a discutere come se l’Ue fosse tutta l’Europa: e ha ragione chi disse, all’indomani dei referendum di Francia e Olanda, che “l’idea di una Grande Europa Unita [fattore geopolitico di significato planetario] non è risolvibile con l’allargamento dell’UE”, cioè per assorbimento o cooptazione; e che “un processo paneuropeo di questa ampiezza non può essere costruito soltanto dalla parte occidentale”. Una visione “davvero pan-europea” dovrebbe innanzitutto opporsi ad ogni interferenza neo-imperialistica degli USA, dell’UE e della NATO negli affari interni dei Paesi dell’area ex sovietica, come invece sta avvenendo - pesantemente - nelle vicende di Ucraina, Georgia, Paesi baltici, Bielorussia, Moldavia e nella stessa Russia.

Un intellettuale britannico vicino a Tony Blair, ha scritto dopo la guerra in Iraq che in Europa il bivio è “tra euroasiatici, che vogliono creare un’alternativa agli Usa (lungo l’asse Parigi - Berlino - Mosca - Delhi - Pechino) ed euro-atlantici, che vogliono mantenere un rapporto privilegiato con gli Usa”. Tony Blair (anticipando Obama) espresse a suo tempo con chiarezza la sua linea euro-atlantica, di “una potenza unipolare fondata sulla partnership strategica tra Europa e USA” : per dirla con Sergio Romano, “una grande comunità atlantica, dalla Turchia alla California”. Se invece l’Europa vuole reggere il confronto con gli Usa ed uscire dalla subalternità atlantica, deve essere aperta ad accordi di cooperazione e di sicurezza con la Russia (che è parte dell’Europa), con la Cina, l’India; e con le forze più avanzate e non allineate che si muovono in Africa, Medio Oriente, America Latina.

16. Ha scritto Samir Amin in una intervista all’Ernesto: “la grande maggioranza delle forze politiche europee - sia di centro-destra che di centro-sinistra - sembrano tutt’altro che interessate a un simile progetto. Oggi non c’è - al di là della retorica che anche a sinistra si ode spesso sull’argomento - “un’altra Europa” all’ordine del giorno. …sulle questioni di fondo, il progetto UE è semplicemente il risvolto europeo del progetto americano (tanto più oggi, con Obama- ndr). E in Europa, l’aver accordato - anche da parte della maggioranza delle forze di sinistra - una priorità al tema della “costruzione dell’ Unione Europea” ha favorito e favorisce uno scivolamento progressivo verso il social-liberalismo, verso le illusioni alimentate dalla retorica della “terza via”. Personalmente penso che una modifica negli orientamenti politici nazionali di questo o quel Paese europeo e in particolare la rottura con l’atlantismo é la condizione preliminare per ogni discorso sull’autonomia dell’Europa e dei singoli Paesi del continente. La NATO è il primo nemico dell’indipendenza dei popoli europei. Ciò suppone un rapporto di cooperazione strategica con la Russia, per un’altra Europa, e quindi il superamento di una concezione che identifica l’Europa con l’Unione Europea. Un asse privilegiato tra Francia, Germania e Russia sarebbe un passo importante in questa direzione; ma l’evoluzione della situazione politica in Francia e in Germania si muove oggi in senso inverso, verso un recupero della solidarietà atlantica. Per questo considero sbagliata e retorica ogni enfasi sul ruolo “progressivo” dell’Unione Europea nell’attuale contesto mondiale. Non sottovaluto il ruolo e il valore delle lotte delle forze progressiste presenti nei Paesi dell’UE, ma bisogna guardare in faccia la realtà, e non è certo lì che oggi troviamo l’epicentro del processo rivoluzionario e di trasformazione progressiva su scala mondiale”.

17. Nel momento in cui operiamo perché le prossime elezioni europee segnino l’affermazione in Italia della lista che può (deve) rappresentare il primo passo nella riorganizzazione unitaria dei comunisti, auspichiamo che negli altri Paesi dell’Unione europea avanzino le forze che si riconoscono nel GUE, ed in particolare quelle (comuniste) che all’interno del Gue sostengono, con maggiore determinazione e coerenza, le linee generali di un progetto di un’altra Europa, fuori dalla NATO, unita dal Portogallo agli Urali, aperta alla cooperazione con le forze progressiste e di pace di ogni continente, portatrice di un progetto alternativo a quello storicamente rappresentato dall’Unione europea.